LA FILARIOSI CARDIO-POLMONARE DEL CANE a cura della D.ssa Patrizia Bragagna

La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Luglio 2011, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo.

La filariosi cardio-polmonare canina è una patologia descritta per la prima volta in Italia nel 1626 dall’italiano Francesco Birago. Da allora ha sempre infestato le zone umide d’Italia e del mondo con variazioni di incidenza influenzate esclusivamente dalla popolazione di zanzare e da quella canina presenti (interazione parassita- vettore- ospite), in quanto fino a pochi decenni orsono non era disponibile una terapia efficace. Nell’ultimo ventennio, l’interesse dei proprietari di animali e dei medici veterinari che si dedicano alla loro cura per questa malattia parassitaria è enormemente aumentato.

Il principale reservoir della malattia è il cane, anche se diverse specie di mammiferi, soprattutto carnivori, gatto compreso e i in alcuni casi l’uomo, sono risultati in grado di ospitare il parassita. La sua diffusione sul territorio nazionale ha raggiunto una estensione preoccupante, colpendo in modo grave soprattutto i cani che vivono all’aperto di notte, ovviamente nelle zone infette e dove è presente l’insetto vettore: la comune zanzara.

A livello mondiale l’infestazione è diffusa in vaste aree del nord e del sud America, dell’Australia, del Giappone e, tra i Paesi europei, l’Italia è senza dubbio il paese dove la filariosi presenta i valori di prevalenza più elevati (nord: da 1,5 all’ 84%, centro: dal 4 al 30%, sud da 0 al 3%), soprattutto in alcune aree settentrionali come la pianura e il delta del Po, dove la parassitosi è considerata endemica nella popolazione canina.

Studi recenti evidenziano, inoltre, differenze significative dei tassi annuali di prevalenza e incidenza della malattia tra zone tradizionalmente endemiche (pianura e delta del Po) e non (zone pedemontane, bacini lacustri artificiali, ecc.).
Tali differenze indicherebbero che l’infestazione tende a diffondersi più rapidamente nelle zone dove la malattia è relativamente sporadica, colpendo soggetti che occasionalmente vengono a contatto con soggetti infestati provenienti dalle zone endemiche, che attraverso le zanzare disseminano la malattia (turismo venatorio, mostre cinofile, turisti con cane famigliare al seguito).

Bisogna considerare che gli studi si svolgono a livello di Provincia e non a livello di area per cui è bene tenere sempre conto, nella loro valutazione, che in zone ove non ci sono zanzare (es. aree montane) la filariosi non potrà essere trasmessa da cane a cane. L’espansione recente della zanzara tigre e la colonizzazione in ambienti fino a poco tempo fa esenti dalla sua presenza, rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione per il diffondersi di questa parassitosi anche nelle zone pedemontane.

Pertanto, in termini di profilassi ambientale, anche il controllo di questo vettore, che funge da cavallo di troia (albergando al suo interno il parassita), non può essere disatteso al fine di conseguire risultati duraturi e a vasto raggio. In considerazione di ciò si può affermare che l’infestazione è diffusa, pur con tassi di prevalenza diversi, su tutto il territorio nazionale.

Eziologia e ciclo del parassita
La filariosi cardiopolmonare del cane è causata da un verme tondo (nematode) la Dirofilaria immitis. I vermi adulti (fino a 30) albergano solitamente ma non esclusivamente nel cuore destro, nell’arteria polmonare e nelle sue diramazioni. Si presentano come spaghi di colore biancastro: i maschi lunghi 12-17 cm, le femmine lunghe fino a 30 cm. Queste ultime, dopo la fecondazione, liberano direttamente nel torrente circolatorio le microfilarie, forme larvali sotto la soglia di visibilità dell’occhio umano, con una dimensione che varia tra i 200 e i 300 micron (il micron equivale alla millesima parte del millimetro) che rimangono in circolo.

A questo punto del ciclo interviene l’ospite intermedio che funge da vettore, la zanzara, un dittero ematofago che col consueto pasto di sangue (puntura) assume le larve dall’ospite infestato. All’interno della zanzara avviene il processo di maturazione e dopo 14 giorni le larve acquistano capacità infettante che consentirà loro, una volta entrate attraverso l’ulteriore puntura della zanzara in un nuovo ospite sano, di svilupparsi e, in 2-3 mesi, di raggiungere il cuore e l’arteria polmonare di quest’ultimo, perpetuando il ciclo e diventando adulti in 5-6 mesi.

Sintomatologia
Basse cariche infettanti (1-2 parassiti adulti) non scatenano una sintomatologia visibile nell’immediato ma provocano, stabilendosi a cavallo delle valvole cardiache, l’insorgenza di un soffio cardiaco; è come se si cercasse di chiudere una porta (la valvola) senza riuscirvi perché c’è qualcosa che si incastra nello stipite (il parassita).
Questo, a lungo andare, comporta l’irritazione della valvola per cui il soffio rimarrà anche dopo la morte del parassita andando a diminuire l’efficienza cardiaca del cane, soprattutto sotto sforzo; inoltre la patologia valvolare è progressiva, cioè una volta insorta tenderà a peggiorare negli anni. Da qui l’importanza della profilassi nei soggetti a rischio.

Alte cariche infestanti invece, portano a gravi sintomi di insufficienza cardiaca ad insorgenza improvvisa (tosse, affaticamento, versamenti intracavitari) con segni di ostruzione vascolare (ittero nella sindrome della vena cava).

Diagnosi e Terapia
Un tempo esisteva solo l’osservazione della presenza di microfilarie in una goccia di sangue vista al microscopio, poi migliorato dall’utilizzo di quantità di sangue maggiori e tramite l’uso di un “filtro” per raccogliere le microfilarie. Tale test però non era in grado di differenziare tra le microfilarie di Dirofilaria immitis, segno della presenza di filariosi cardiopolmonare da quelle di Dirofilaria repens, a localizzazione sottocutanea e non patogena. Ora esistono test immunoenzimatici in grado di determinare con grande (ma non assoluta) precisione la presenza di adulti di Dirofilaria immitis.

La terapia (trattamento antiparassitario adulticida) una volta era effettuata tramite l’iniezione in vena di farmaci arsenicali che provocavano grave danno se iniettati fuori della vena, distruggendo i tessuti con i quali venivano a contatto. Oggi esistono farmaci molto più versatili che possono tranquillamente essere iniettati per via intramuscolare, anche se la morte repentina degli adulti con conseguente tromboembolismo polmonare è una complicazione che ha determinato lo studio di appositi protocolli terapeutici per limitare al minimo i danni collaterali.

Profilassi
Una svolta nella profilassi della filariosi si è avuta alla fine degli anni 80 con l’arrivo sul mercato italiano delle prime Avermectine, attive contro le forme larvali di filaria, che avevano dimostrato da subito la loro efficacia negli altri paesi dove erano state utilizzate, garantendo una somministrazione sicura, per lo più priva di effetti collaterali per il cane e senza dubbio più razionale ed economica. Ora esiste una gamma immensa di prodotti, generalmente per uso orale mensile ma anche in fiale “spot on” da applicare sulla schiena e per uso iniettivo, addirittura con durata annuale.

Tenuto conto che il manifestarsi dei sintomi clinici comporta comunque un danno permanente per il cane, è indispensabile affidarsi alla professionalità del proprio Medico Veterinario per studiare la migliore forma di profilassi in relazione al luogo di vita ed alle abitudini del cane nonché dei suoi spostamenti. Operando correttamente si riesce con altissima probabilità a non dover mai ricorrere alla terapia.

La filariosi canina e l’uomo
Anche l’aspetto zoonosico della filariosi canina (trasmissione all’uomo) è stato oggetto di studi molto approfonditi. Le lesioni nell’uomo, quasi sempre asintomatiche, sono state scoperte casualmente durante controlli radiologici o autoptici. Se i sintomi al contrario sono presenti, i più comuni e aspecifici sono: dolore toracico, tosse, febbre, malessere diffuso. Pertanto la diagnosi nell’uomo è sempre molto difficile anche perchè non è mai accompagnata da microfilariemia (circolazione ematica di forme larvali che nel cane viene diagnosticata sottoponendo il sangue al test di Knott ).

Sono invece più numerose e frequenti le lesioni con neoformazione di noduli sottocutanei provocati da larve in sviluppo di Dirofilaria repens: noduli nelle palpebre superiori, nella linea ascellare, nella pianta del piede e nella regione mammaria. Con tali localizzazioni il trattamento terapeutico consiste in una semplice asportazione chirurgica. La prevenzione della dirofilariosi umana dovrebbe essere basata principalmente sulla riduzione dei reservoirs canini mediante appropriata terapia sui soggetti con malattia conclamata e chemioprofilassi in tutta la popolazione canina per le zone endemiche, lotta ai vettori (ditteri ematofagi) e protezione sia dell’uomo che del cane dalle punture di zanzare utilizzando repellenti cutanei e altri interventi tecnici.