L´ARTE DELLA FALCONERIA TRA PASSATO E PRESENTE

Saper cogliere le origini della caccia con i rapaci è veramente arduo, in quanto esse si fondono con la storia stessa dell’uomo, cacciatore prima per fame poi anche per diletto e rango, affiancato da questi meravigliosi uccelli e ausiliari sin dall’antico Egitto. E’ nella millenaria storia di questa civiltà che ritroviamo, infatti, segni tangibili dello stretto rapporto tra l’uomo e i falconi che venivano adorati come divinità e, come tali, affidati all’aldilà mediante mummificazione. Tali mummie, raffiguranti il Dio Horus, sono state in effetti ritrovate nelle tombe degli stessi faraoni. E’ indubbio che questi rapaci godessero all’epoca ben più della stima di validi ausiliari nella caccia.

E’ probabile che la vera e propria caccia al volo, come effettivo mezzo di sopravvivenza nelle vaste pianure su cui i rapaci rappresentavano l’arma più efficace, nacque ben 3500 anni fa in Estremo Oriente, nelle steppe asiatiche. A suggello di questa ipotesi, la testimonianza più antica che ci rimane è un bassorilievo che rappresenta un falconiere ed il suo falco e risalente al re Assiro Sargon, sovrano vissuto intorno al 750 a.C.


Falco


Un testimone puntuale ed illustre della sua epoca fu Marco Polo, il quale visse alla fine del XIII secolo e, nei suoi viaggi, seppe riportare agli Occidentali, tra le altre cose, anche una precisa descrizione del monumentale viaggio di ritorno da Kambaluk (l’odierna Pechino) che il grande imperatore mongolo Kublai Khan soleva fare annualmente, in Primavera, con un seguito di almeno diecimila tra falconieri e uccellatori, professionisti nel cacciare, con le aquile reali, lupi, volpi e lepri. Addirittura si presume che proprio i Mongoli sfruttavano le coltivazioni di cereali per attirare le prede che sarebbero poi state catturate dai rapaci.

Mentre curiosamente né i Greci né i Romani furono terra fertile per lo sviluppo di questa arte, gli Arabi la eleggevano a nobile e virtuosa espressione venatoria, simbolo di un rango sociale elevato che, solo, si poteva permettere di catturare la gazzella o l’antilope per mezzo del falcone sacro. E furono proprio gli Arabi, che consideravano il cane come un ignobile ausiliare nella caccia, a lasciarci i più antichi e ferventi trattati di falconeria, risalenti al VII-VIII secolo, composti in lingua araba per volontà del califfo al-Mahdì e intitolati “Al Gitrif Ibn Qudama Al-Gassani” (“Trattato sul volo degli uccelli”).

Furono quasi sicuramente popolazioni provenienti dall’Est che, cavalcando verso l’Europa dalle steppe russe, introdussero anche in Occidente, nell’alto medioevo, la caccia con i rapaci. Probabilmente le invasioni barbariche del IV secolo d.C. contribuirono a questo fenomeno, visto che anche lo Attila, l’Unno, pareva praticare lo stesso tipo di caccia.

Inizialmente, in Europa, la caccia coi rapaci fu probabilmente una forma di predazione, necessaria alla mensa quotidiana delle popolazioni che erano solite cacciare con il girifalco prede sostanziose quali l’airone e le oche, mentre all’aquila reale erano più consone le lepri e i conigli. Per la povera caccia alle colombe, nei boschi, si utilizzava l’astore, la cui strabiliante capacità di compiere repentini cambiamenti di direzioni in volo gli permetteva di afferrare la preda sia in cielo che in terra.

Grazie alle Crociate, e al conseguente sanguinoso scontro fra la cultura Occidentale e quella Orientale, l’Europa seppe trasformare quella che era una caccia praticata per rispondere alla quotidiana esigenza di cibo in un’arte raffinata, ricca di regole e simbologie, ormai esclusiva solamente dei ceti più elevati. Il rapace divenne ben presto un simbolo di bellezza, rapidità, intrepidezza; in poche parole espressione vivente delle doti di chi lo possedeva e, in qualche modo, lo dominava.

Ma fu soprattutto quello che i suoi contemporanei definivano lo “Stupor mundi”, meraviglia del mondo, Federico II di Svevia (1194-1250), nipote del Barbarossa, a portare la falconeria a ranghi quasi “scientifici”. In effetti quasi scientifico fu l’interesse che questo sovrano “illuminato” nutrì per la natura in generale e per gli uccelli in particolare, per il loro comportamento, le loro migrazioni. Al loro studio si dedicò appieno, fondendo molte delle sue energie nella caccia col falcone, non meno che nella fervente attività politica.


Falco


Di sua mano, e forse ricco dei suoi stessi disegni, è il manoscritto intitolato “De arte venandi cum avibus” (“Sull’arte di cacciare con gli uccelli”) che Federico scrisse suddividendolo in due parti. Nella prima parte descrive gli uccelli allora conosciuti, in funzione della caccia, mentre la seconda rappresenta un vero e proprio manuale dedicato all’allevamento del falcone. Quello che questo manoscritto ha di strabiliante è la precisione maniacale, e quasi scientifica, con cui le miniature raffigurano i volatili nei loro dettagli più minimi, sia relativi al piumaggio che al comportamento.

E’ probabile che questa accuratezza, sintomo di una profonda conoscenza, derivasse in Federico dal possedere direttamente gran parte degli esemplari di uccelli di cui scrive e che gli venivano sovente regalati. Le sue osservazioni rimangono valide a tutt’oggi; quali l’aver colto l’astuzia del cuculo nel deporre uova in nidi altrui o la capacità dell’avvoltoio di gettarsi sulle carogne individuandole a vista e non mediante l’olfatto.

Purtroppo, di questo manoscritto rimangono solo delle copie dell’epoca in quanto, secondo la leggenda, l’originale fu trafugato durante l’assedio di Parma, mentre Federico e suo figlio Manfredi erano, per l’appunto, a caccia con il falcone. Una delle copie rimaste, e ancora oggi conservata a Roma, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, pare sia stata riscritta proprio dal figlio Manfredi con lo stesso entusiasmo e capacità del padre. 


Sara Ceccarelli

Bibliografia: “La caccia” di Kurt G. Bluchel



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