“DON ´NATO” di Carmelo Chirico

Da ragazzi eravamo soliti passare le sere davanti all’osteria del rione dove siamo cresciuti, non perché fossimo affetti da alcolismo giovanile, ma perché il proprietario, “don Nato”, era un cacciatore incallito e a dir poco particolare.

Con le sue storie ci ipnotizzava, ci faceva accedere in un mondo fantastico dove anche una “frabbetta” (beccafico), poteva essere una preda ambitissima e la caccia a questo “temibile” volatile ci veniva raccontata con un garbo ed un’atmosfera romanzata che ci calamitava, tenendoci a bocca aperta, passando per le furbizie della mimetizzazione sino allo sparo ed al successivo recupero.

Con un linguaggio semplice ma chiaro, partiva dai particolari che potevano sembrare insignificanti, ma che per lui erano indispensabili, rendendoti partecipe dell’evento che ti rappresentava, in un crescendo di emotività che traspariva dalle diverse espressioni che il suo viso continuamente manifestava.

Così ti spiegava il caricamento di cartucce con polveri strane, ricavate dal miscelamento di tante specie, in bossoli rigorosamente di cartone senza la borra intermedia ma con un solo tappo di cartone a separare la polvere da sparo dal piombo.

Nei cacciatori dell’epoca tale sistema di caricamento artigianale, e non sempre sicuro, era denominato “tappo e tappo”, ed aveva la particolarità di non avere orlatura, in quanto la parte alta del bossolo rimaneva vuota.

Per lui non importava la mole o il pregio della preda, ma quello che riusciva a colpire con l’alchimia delle sue cartucce, era sempre e di sicuro un qualcosa da ricordare, tant’è che era solito, una volta recuperato l’uccelletto, soppesarlo nella mano come a stimarne peso e prestigio.

Personaggio unico tra quelli incontrati nella mia vita di cacciatore, e le sue stranezze oggi mancano in un contesto tutto tecnologico e razionale che rappresenta il mondo della caccia di oggi.

Nel suo giardino posto alla periferia della città eravamo soliti, insieme ai suoi figli, insidiare passeri e piccole prede con una Flobert cal. 9, tra gli alberi di bergamotto, prima di passare a risultati e prede più interessanti dal punto di vista venatorio.

Alle prime uscite, noi freschi di porto d’armi, pagavamo lo scotto della scaltrezza del nostro caro amico anziano, che ci mandava in avanscoperta a fare da battitori tra alberi di fichi, in mattinate torride, nelle campagne di Saline J., e permettendo a lui di abbattere decine di “frabbette” che noi nemmeno vedevamo, e che soleva recuperare e riporre dentro il cappello di paglia, prima di rimetterlo in testa.

Io e Domi questa esperienza la facemmo per qualche uscita, scoperto poi l’inganno, non ci prestammo più a fare da battitori ma come in tutte le cose di questo mondo facemmo esperienza a nostre spese.

Ma a parte questi episodi marginali, uscire a caccia con “don Nato” era un momento di allegria e di divertimento, indimenticabili le scorpacciate di buone pietanze caserecce che soleva portarsi dietro e la cui quantità era sproporzionata per un’uscita di poche ore.

Ricordo che andare in macchina con lui era un vero pericolo, non per la velocità cui andava, non superava i 40 km. all’ora per non consumare benzina, ma per l’imperizia con cui guidava, tant’è che molto spesso era Domi che si proponeva a guidare la sua macchina dopo che avevamo rischiato incidenti anche seri per i frequenti colpi di sonno.

La sua Renault 4, color verde chiaro, quasi sempre disordinata all’interno per tutto quello che era uso trasportare, dai mangimi per gli animali che allevava, ai residui della lavorazione del vino, che era la sua primaria attività, riusciva ad andare in posti che solo lui conosceva e che solo con noi frequentava.

Un’istituzione la sua figura nel rione, per la calma e le movenze, alcune volte da bradipo, che lo contrastinguevano, ma uniche le lezioni di caccia che, seduto sulla sua sedia di corda intrecciata, ci rendeva e dalla cui trama eravamo rapiti.

Epici i racconti di caccia a storni nei vigneti siciliani, dove si recava per la vendemmia, e che riusciva a propinarci quasi costantemente, in maniera a dir poco singolare e sempre accattivante.

Cominciava a raccontare un episodio ed eccelleva nella dovizia dei particolari, con un solo problema, ogni tanto nel corso del racconto si assopiva, cadendo in un torpore che in noi suscitava grande meraviglia, sino a quando, dopo un po’, si risvegliava e ricominciava il racconto esattamente da dove lo aveva interrotto.

Vi lascio immaginare il nostro stupore la prima volta che fummo testimoni di tale circostanza, ma che lasciò subito posto all’ilarità di quelli che lo ascoltavano e che potevano già atteggiarsi a cacciatori ma che nella realtà erano solo dei ragazzi.

Mi sono spesso chiesto perché l’avessimo visto raramente frequentare cacciatori adulti come lui e la risposta che mi sono data, ripensando al carattere mite ed al chiacchierone che era, sta nel fatto che era troppo innamorato della sua caccia, che forse i grandi non avrebbero capito e sicuramente schernito, mentre invece noi ragazzi, per almeno un’ora la sera, pendevamo dalle sue labbra ed eravamo attratti da quello strano professore.

Tratto dalla raccolta “A caccia di ricordi” di Carmelo Chirico