… E FU SUBITO AMORE di Leandro Todaro

E’ una splendida giornata di fine Ottobre, l’aria è limpida e frizzante, un filo di vento scende dagli Appennini e risale verso le Apuane accarezzando le foglie dei castagneti tutt’intorno. Sto ritornando verso casa dopo un pomeriggio passato a girovagare nei boschi, ho in tasca la mia prima licenza di caccia e davanti a me trotterella la Stella, una setterina bianco-nero di un anno che sprizza allegria e giovinezza.

Arrivato al limite del bosco, anziché seguire la vecchia strada lastricata di ciottoli, decido di passare attraverso un grande pascolo, dove nella stagione estiva vive del bestiame allo stato brado. Dopo aver superato con una certa difficoltà una rara pinetina frammista di rovi, mi inerpico su una piccola collinetta e, arrivato al culmine del cucuzzolo, mi fermo un attimo a riprendere fiato, guardandomi intorno.

Sono al centro di un grande appezzamento recintato delimitato alla mia sinistra da una vecchia strada di campagna, a destra da una rara siepe di sanguinella che divide il pascolo da un fitto noccioleto, davanti a me una piccola polla di acqua sorgiva forma un rivoletto che s’ammolla nel prato sottostante fra alcune piante di ontano nero; alle mie spalle maestosa ed imponente la vetta del Pisanino. S

to ammirando dall’alto la valle del Serchio vestita con colori autunnali quando noto la Stella farsi guardinga, agganciare nell’aria un filo invisibile e dopo alcuni passi incerti puntare decisa verso la siepe Siamo entrambi alle prime esperienze di caccia perciò rimango un attimo indeciso poi mi avvicino. Ho appena fatto pochi passi quando vedo qualcosa che assomiglia ad un fulmine rossiccio zizzagare a folle velocità dietro la piccola siepe per una decina di metri, alzarsi verso il cielo per poi ributtarsi a capo fitto verso un grosso abete poco lontano.

Quel volo d’uccello spumeggiante come un tappo di champagne mi ha incuriosito. Seguendo il filo di ferro senza spine che delimita il pascolo arrivo in un angolo fresco e odoroso di muschio, sovrastato da un grande albero di mele che ha sparto i suoi frutti, piccoli e rossicci, tutt’intorno. La Stella appena sopra di me si ferma e mi guarda, entrambi avvertiamo che sta per succedere qualcosa di strano, poi in un attimo tutto mi è chiaro.

Mi giro di scatto, a pochi passi da me oltre il recinto, fra i polloni a corolla nati intorno a un vecchio castagno tagliato c’è ……….Lei!

La vedo salire senza sforzo apparente verso il cielo in un turbinio di foglie, arrivata alla sommità delle fronde il tempo, benevolo, si ferma un attimo e mi consente di ammirarla, baciata dall’ultimo raggio del sole morente, E’ Bellissima!!! Ha le grandi ali da falena aperte leggermente ricurve verso di me, il corpo piccolo ma aggraziato ricoperto da un caldo piumaggio dorato, il lungo becco, la piccola coda a ventaglio, poi, vedo gli occhi e resto…..ammaliato.

Scuri, profondi, vellutati, grandissimi; occhi che non hanno nulla di uccello, che sanno di muschi e licheni, di foreste di betulle e paesaggi incantati, che ti parlano di spazi infiniti, di cieli stellati, di notti passate volando sopra il mondo addormentato alla ricerca di orizzonti sempre lontani. Sono occhi che ti arrivano al cuore. Poi, fatalmente, il tempo riprende a scorrere e la regina degli uccelli scivola d’ala e sparisce nel nulla. Il musetto della Stella che mi tocca la mano mi scuote, forse mi vuol dire che siamo a caccia, che nella mia mano destra fa bella mostra un lucido Montefeltro, però non raccolgo, tutto ciò mi ha lasciato stordito e appagato come l’amore di una bella donna.

E’ sera, tutti gli avvenimenti della giornata intrecciano come mille fili i miei pensieri, apro la porta ed esco sul terrazzo; appoggiato alla ringhiera sento un lieve battito d’ali, un’ombra mi passa vicino nella notte, il mio cuore ha un sobbalzo, poi, avanti lungo la strada vedo la figura di un pipistrello che si staglia nella luce di un lampione. Un sorriso mi sale spontaneo alle labbra “Ciao mia Regina, stanotte forse ti sognerò”.

Leandro Todaro