GOSTINO DI MANICOMIO di Giorgio Creatini

Il falasco marcente del paduletto emanava un odore di torba e di presse bagnate con i canali di scolmatura, ripuliti da poco dalle canneggiole e dalle tife, che si presentavano ordinati e lineari nell’ampio terreno che attestava alla foce della Fossa di Bolgheri.

Dai mucchi di vegetazione, sugli argini, si levava un leggero fumo di fermentazione quando qualche nutria o un grosso ratto faceva capolino da sotto, mentre più distante, il profondo alveo del fiume gorgogliava d’acqua melmosa e stagnante, bloccata nelle ampie lanche che si incuneavano fin sotto le sponde.

Rumori sommessi, ma ben distinguibili per un orecchio esperto si disperdevano nell’aria fresca di una mattina di fine settembre: i tristi lamenti dei porciglioni, lo sciacquettio di una gallinella d’acqua alle prese con una canneggiola troppo esile, il tonfo sordo dell’immersione di un tuffetto o la sgallinata possente di un fagiano al di là del fiume, nella riserva.

Gostino era sempre lì, arrivava al mattino prestissimo con il suo vespino azzurro, berretto in testa e fucile tra le gambe, protetto come una reliquia dentro una custodia marrone graffiata e sdrucita. Era un tipo strano e taciturno con i suoi 72 lunghi anni da scapolo, per giunta mal portati. Sembrava molto più vecchio con quella barba incolta e i radi capelli che gli ricadevano sul collo lunghi e unti.

Da quando erano morti i suoi genitori, ormai una ventina d’anni prima, si era chiuso in se stesso e non parlava praticamente con nessuno, giusto due parole con la cassiera del supermercato dove acquistava i pochi viveri che gli servivano per campare.

I ragazzini che andavano a pescare i muggini alla foce della Fossa lo guardavano con circospezione non fidandosi di quel vecchio sudicio e dall’aria stralunata. In paese lo chiamavano Gostino di Manicomio perché si diceva che suo padre in gioventù avesse trascorso diversi mesi a Volterra, nel vecchio ospedale psichiatrico, e in molti asserivano che anche lui ne avrebbe avuto bisogno.

In realtà Gostino era un uomo dolce e rispettoso, troppo timido forse per fare amicizia con qualcuno e troppo introverso per socializzare con i suoi simili. Da quando era rimasto solo, aveva decisamente chiuso con il Mondo esterno e la sua unica ragione di vita era rimasta attaccata a quel lembo di terra che aveva eletto a sua fissa dimora.

Parcheggiava la vespa sotto la grossa tamerice e si
metteva seduto sull’argine con lo schioppo ancora in custode sulle ginocchia, ad ascoltare quella dolce melodia di suoni e rumori familiari che arrivavano dal fitto delle canneggiole, respirando a pieni polmoni i profumi delle essenze palustri.

La sua esistenza si concentrava ormai in quel piccolo lembo di Maremma, il tempo, per lui senza cognizione, lo dedicava tutto a quel luogo e si preoccupava ogni anno di più perché le costruzioni sempre più vicine e un turismo sempre più invadente rischiavano di compromettere irrimediabilmente il delicato equilibrio che la natura aveva riservato a quell’angolo di paradiso.
 
Quella mattina il cielo era splendido, l’aurora che bussava forte sulle ultime resistenze delle ombre, emanava stilettate di luce rossastra che facevano assumere al Paduletto un’atmosfera fiabesca. Gostino non sapeva mai cosa poteva riservagli una giornata in quell’ambiente e partiva da casa non certo con l’idea di cacciare qualcosa, ma per monitorare costantemente ciò che succedeva in quel luogo arcano, perché voleva esserne il custode di tutti i segreti.

Erano anni che non tirava un colpo di fucile, la sua era ormai diventata una missione che poco aveva a che vedere con la caccia, anche se i ricordi di gioventù delle splendide coppiole alle alzavole e dei rumorosi tonfi tra le canneggiole dei germani colpiti a morte spesso gli rinverdivano la memoria. Ma erano ricordi sbiaditi, ormai lontani, oggi il fucile era più uno scrupolo, un compagno d’osservazione, un amico con il quale condividere le emozioni che le giornate, nascosto nella vegetazione, gli regalavano.

Tante volte gli erano capitati animali a tiro facile, ma lui si era fermato a guardarli, studiandone immobile il comportamento, ammirandone le splendide livree e non aveva avuto il coraggio di sparare e di strappare una vita a quel posto magico. Anche quella mattina, si era seduto dietro al falasco ed aveva cominciato la sua osservazione al di là della sponda.

I verdoni annunciavano l’imminente inizio della migrazione e solcavano il cielo riempiendolo di note colorate, poi d’un tratto le canneggiole in prossimità di una piccola spiaggetta vibrarono, qualcosa si stava avvicinando all’acqua da un piccolo passaggio; ben presto il muso affusolato e gli occhi dolci di una giovane femmina di capriolo apparvero sull’argine. Era uno spettacolo straordinario.

La dolcezza che trasmetteva quel viso impaurito e circospetto stavano rapendo Gostino che quasi non respirava per non farlo insospettire. Lambiva l’acqua con rapidi colpi di lingua e ad ogni sorsata alzava la testa drizzando le orecchie per percepire ogni minima avvisaglia di pericolo. Aveva trascorso innumerevoli ore mimetizzato tre la vegetazione lacustre, ma mai gli era capitato di vedere un capriolo all’abbeverata.

Poi improvvisamente accadde qualcosa di imprevedibile: lo scenario cambiò di colpo, un grido stridulo, un fagotto scuro che dall’alto piombava addosso al piccolo Bambi. In un attimo quell’immagine da fiaba si trasformò in un inferno. I gemiti dell’indifeso animale contro il possente becco del grosso rapace, il frastuono dei battiti d’ala che colpivano le canneggiole, lo scalpitare disperato dell’ungulato sulla terra della sponda.

D’istinto Gostino si alzò in piedi, gli occhi spauriti, il cuore in gola, tirò fuori il fucile dal fodero, e senza guardare imboccò una cartuccia nell’otturatore del suo vecchio Breda a canna rinculante. Si ritrovò con l’arma puntata verso quell’ammasso informe di corpi che disperatamente lottavano l’un l’altro e poi quasi senza accorgersene strinse il grilletto. Il paduletto riecheggiò di un boato. Gostino chiuse gli occhi e ricadde a sedere dietro la paratia del suo nascondiglio: poi fu di nuovo il silenzio.

Quando si rialzò vide che il luogo della battaglia per la sopravvivenza era deserto. La terra smossa dalle unghiate del capriolo e qualche penna del possente rapace erano l’unica testimonianza che restava di quella lotta furibonda. La fucilata non era andata a segno, ma aveva fatto desistere l’accipitride dall’attacco e il capriolino, pur ferito, era riuscito a riguadagnare il fitto del falasco. Gostino era scosso. Quell’improvviso fuori programmo lo aveva agitato.

Si ritrovò sudato e stordito come se avesse assistito ad un incidente d’auto. Poi piano piano iniziò a rendersi conto di quello che era successo e si sentì felice per aver salvato quella piccola bestiola dalle grinfie del rapace. Ma il suo sollievo durò ben poco.

Dalle sue spalle una voce concitata ordinò all’uomo: “Favorisca il porto d’armi”. Gostino si voltò di scatto e si trovò di fronte una giovane guardia provinciale che con la faccia bianca e minacciosa lo fissava con odio.
A cosa ha sparato? non si vergogna alla sua età. Era un rarissimo esemplare di Aquila Anatraia, per fortuna che non l’ha colpita, ma cosa le salta in mente!”

Il vecchio rimase di sasso, non riusciva a capire quello che la guardia diceva, si sentiva inaridito, privo di ogni connessione con la realtà.
Cercò di blaterare qualcosa mentre tentava di trovare disperatamente il porto d’armi chissà in quale meandro della sua giubba bisunta: “Era….era bella, ……piccola, ……la stava attaccando”.

Un secondo agente che era sbucato dalla vegetazione, con voce tranquilla e pacata intervenne nella discussione. Aveva i gradi di capitano sulla mostrina, i capelli corti e grigi e un fisico alto e slanciato. “Salve….mi dica, che cosa era piccola e bella?” le chiese. “Lo stava uccidendo,…. non era giusto” bofonchiò Gostino.
 
Il capitano osservava le mani tremanti dell’uomo che stringevano un fucile vecchio e mal tenuto con grosse patacche di ruggine tra la bindella e la canna, con l’otturatore ancora aperto. Poi incrociò il suo sguardo stralunato e perso nel vuoto, sul volto si leggeva la sofferenza di una vita difficile, ogni ruga era il segno di una profonda ferita lasciata dal tempo che passava inesorabile.
 
L’altro agente intanto si accaniva. Rovistava tra le carte dell’astuccio che alla fine era sbucato fuori: “Non ha neppure timbrato il cartellino, questa bravata le costerà carissima caro lei”.
Gostino non capiva, era frastornato. Il capitano si accorse che una piccola ed impercettibile lacrima scendeva sul volto vizzo dell’anziano, ma non era una lacrima di paura, ma di rabbia e di stupore.

Lui credeva di aver fatto la cosa giusta, aveva salvato un piccolo esserino indifeso, una creatura del suo Paduletto. Ma nessuno aveva visto ciò che veramente era successo, le guardie avevano solo sentito sparare e avevano adocchiato il rapace fuggire, un po’ malconcio, dall’alveo del fiume. Il capitano continuava a guardare l’uomo, mentre l’altro seguitava a dargli addosso: “Specie particolarmente protetta,….. articolo…”.
 
Ora basta agente! In fondo mica l’ha uccisa la sua Aquila” sentenziò il capitano. Poi si rivolse al vecchio: “Mi dica signore, perché ha sparato a quell’animale?” Gostino fissò negli occhi il capitano. Erano occhi comprensivi, non accecati dall’odio. Il suo leggero sorriso e la dolcezza con la quale gli si era rivolto, gli infondevano sicurezza.
 
Non lo so signore, è stata una cosa istintiva, so solo che la mia coscienza è tranquilla perché credo di aver fatto una buona cosa, del resto questo è il mio Mondo e non potrei mai far del male a qualcosa che gli appartiene”.

Il capitano restò per alcuni instanti in silenzio. Alzò lo sguardo e contemplò la foce del fiume. Il sole aveva ormai preso campo tra la vegetazione e faceva brillare gli steli coperti di rugiada. Guardò di nuovo il vecchio. Era piccolo, magro, con la faccia cerulea, piegato su se stesso ma aveva lo sguardo dolce e fiero.

Ne sono convinto anch’io, – gli disse – ma ora vada a casa, così si riposa un po’, la vedo teso, confuso, mi dia retta”.Capitano, la mia casa è questo falasco, il mio riposo è tra quest’erba umida addolcito dalle note della natura che è intorno a me. La mia vita è questo angolo di terra e spero tanto che quando arriverà la mia ora sia proprio questa terra a coprire la mia tomba”.
 
Capisco, allora faccia come crede buonuomo, Arrivederci.” e richiamando il suo giovane subalterno, che poco aveva capito di quanto stava succedendo e guardava con faccia dubbiosa il suo superiore, si avviarono verso la jeep.

Giorgio Creatini