Il grande maestro


La passione per la caccia, dicono,è una questione ereditaria. A casa mia ho sentito parlare sin dalla tenera età di prede, di cerche, di battute, di pregi dei vari cani, di padelle e di grandi carnieri. Mio padre, i miei zii, i miei cugini più grandi sono o sono stati tutti cacciatori, era fatale che la passione di sant´Uberto prendesse anche me. Il maestro per tutti noi è stato il grande Enrico (Righetto), uno dei pochi cacciatori, da me conosciuti, degno di tale nome.

Righetto, ragazzo del ´99, era il mio vicino di casa, che rinnovò con me, nel 1983, la sua sessantacinquesima (65a) licenza, ma altri 10 o forse piùanni, la caccia l´aveva esercitata anche senza l´autorizzazione, erano altri tempi. I suoi compagni di caccia, prima di intraprendere qualsiasi iniziativa venatoria, si rivolgevano a lui per chiedere tutti i consigli, sapendo che erano tutti buoni, riguardanti il comportamento venatorio per quella giornata di caccia.

Tanti sono gli episodi che posso raccontare sul grande Righetto, grande in senso figurato, perchè era piccolo di statura, ma con una grande forza nelle gambe, poteva battere un terreno arato (maggese) per un giorno intero senza sentire la fatica. La sua mira, che rasentava l´infallibilità, in special modo alla presenza di una lepre. La giornata di caccia con Righetto era un giorno di festa per le sue battute spiritose sui suoi compagni e anche per le prede.

L´episodio che vi voglio raccontare è di una battuta ad una lepre, avvenuta un po´ d´anni fa, quando le zone nostre non erano state deturpate dall´agricoltura pseudo-intensiva che oggi vediamo. Nelle vicinanze della chiesa di Badia S.Cristoforo c´era un bel medicaio, che le piogge autunnali l´aveva potenziato, non era molto ampio, ma frequentato da due lepri ai quali era stata data la caccia per settimane, con scarsi, anzi direi nulli risultati.

Infatti, quel pomeriggio ci ritrovammo in molti vicino al medicaio, poichè uno dei segugi aveva stanato uno dei lepri da una vicina vigna e l´aveva costretto a rifugiarsi nel prato. Noi cacciatori normali ci eravamo tutti avvicinati al bordo del medicaio, sfoggiando i nostri automatici (allora erano 5 colpi) e pronti al fuoco.

Ecco che la canizza si avvicina e la lepre salta nell´erba medica alta circa venti centimetri, si vedevano solo: l´erba smossa dalla lepre e qualche volte le orecchie della lepre a captare la distanza fra lei e il segugio. A questo punto i 7 o 8 automatici cominciano a sparare, esplodendo circa 35-40 cartucce con il risultato di vedere ancora la lepre correre verso l´ultimo varco d´uscita.

Tutti noi, velocissimi a ricaricare i fucili, guardando ancora la lepre e pronti ad una nuova sparatoria, sentiamo un colpo e vediamo la classica capriola delle lepre che viene abbattuta. Allora tutti ci giriamo e sentiamo Righetto che ci apostrofa in dialetto: “Valtre con le vostre mitraglie nun lo sapete che ´l lepre cerca sempre ´na via pe´ fuggi, io l´evo lasciata ´na cartuccia pe´ ´st´evenienza”.

Anche quel giorno, scherzando sulle nostre padelle, Righetto ci diede la sua lezione.

Luigi Fierli