Il mio ponte

Novembre, domenica mattina, piove, piove a dirotto, il piazzale della chiesa di fronte casa si mostra al mio sguardo come piazza San Marco con l’acqua alta. Mia moglie, dal letto affettuosamente farfuglia: -dove vai con questo tempaccio, è tutta la notte che piove-! Ma non dorme mai, penso, come sordo, calzo ugualmente gli stivali e trascinando per il guinzaglio il fidato compagno via, a caccia, come sempre.

Non ancora albeggia, accompagnata dal sottofondo di una canzone di Fabio Concato che parla di fritti e insalate, l’auto già scorre silenziosa sul nastro d’asfalto per condurmi nell’elemento che più mi soddisfa, il bosco. Oggi si va verso Matera, è lì che cercherò con il mio complice a quattro zampe la regina, ovvero, sua maestà la Beccaccia. Intanto, dopo quasi un’ora di viaggio continua incessantemente a piovere, così rinuncio alla solita sosta per il caffè’ e, in meno che non si dica, eccomi a poche curve dall’imbocco del ponte sul Bradano.

L’approccio è più lento e dolce del solito, sarà per effetto della pioggia o per la totale assenza di traffico che avverto, come d’un tratto, un’atmosfera surreale quasi magica. Eppure sono anni che passo su questo ponte. E’ la strada più breve e, in autunno tutte le domeniche, all’alba, sono qui puntuale in compagnia del mio setter che, ogni volta al sobbalzare dell’auto sui cordoli, percepisce quanto la nostra meta sia ormai vicina. Drizza le orecchie si alza e uggiola contenta, sa che dopo qualche minuto potrà scorazzare nel sottobosco, galoppando attenta fra felci e roverelle, sempre con il naso proteso alla ricerca di quell’usta inebriante, felice di dare sfogo alla passione che ci accomuna.

L’acqua adesso viene giù a secchi e così, ad un tratto, decido di svoltare per la strada sterrata che mi porta giù, al riparo delle arcate, così aspetterò che spiova, chissà! I vetri dell’auto sono completamente appannati, l’orologio segna già le sette ed il cane dorme beato. Parcheggiata l’auto al sicuro, incuriosito guardo il ponte da una prospettiva inusuale, è un ponte Bailey, questo già lo sapevo ma, ammirandolo da qui, dal basso sembra strettissimo, sproporzionato certamente fra carreggiata e pilastri.

Era stato messo su in tutta fretta dal Genio, per sopperire ad un cedimento di quello che in origine, scavalcando il fiume Bradano, permetteva al viandante di raggiungere i paesi sul versante opposto, risparmiando loro la fatica delle numerose curve e dei fastidiosissimi saliscendi fra i calanchi argillosi di questa parte della Lucania. Così con quell’immagine in bianco e nero davanti gli occhi e con il rumore dell’acqua che rincorre la mia fantasia quasi naturalmente incomincio a pensare: ne avrà viste di cose, durante la sua vita, questo vecchio ponte, chissà quante storie potrebbe raccontarci!

Oggi è oltraggiato da una struttura di acciaio che lo ingabbia, gli dà si sicurezza come una protesi ma forse è ingiuriosa per chi, invece, avrebbe voluto per sempre, a tutti i costi, mantenere la propria dignità. Nella zona, un tempo, era conosciuto e rispettato da tutti quel vecchio ponte. Era importante e tale si sentiva soprattutto quando, in inverno con le sue campate amplificava il già assordante fragore dell’acqua contro gli imponenti e rassicuranti pilastri, mostrando cosi tutta la sua forza e resistenza. Si vedeva lontano un miglio che non era certo stato costruito per essere bello e appariscente come quei ponti romani che, di color mattone, sono come tanti legionari schierati e avvolti nel loro mantello di porpora, fuori dal tempo, boriosi e sprezzanti.

Lui no, non era un ponte blasonato, un ponte con il sangue blu per intenderci: non aveva certo conosciuto gli onori di Annibale, né aveva potuto ospitare il passaggio dei suoi elefanti e delle sue guarnigioni come, invece, quel suo cugino, quello sull’Ofanto, a Canosa. Non era stato testimone di grandi eventi storici, il nostro era solo un utile ponte ideato e costruito con una un’architettonica vocata solo ad arrivare dall’altra parte del guado. I segni delle piene negli anni, però, lo marcavano indelebilmente a varie altezze, e lui portava quei segni come tante medaglie conquistate in battaglia esibite semmai su una divisa un po’ sdrucita.

Anche se grigiastro e un po’ tarchiatello, mostrava sempre tutta la sua fierezza, sembrava fosse lì impettito a dire: -tranquilli ci sono qua io, cosa volete che possa succedere…-. Ne aveva fatto di bene negli anni, soprattutto a quella gente che umile ma fiera come lui, tutti i giorni dell’anno per lavorare doveva raggiungere i campi, proprio quei campi spesso avari se non addirittura ostili. Lo onoravano i contadini, cavalcandolo al fianco del compagno di sempre fosse esso asino o mulo, lo onoravano durante tutte le stagioni, in inverno quando garantiva il guado nonostante la piena ma anche in estate quando offriva ombra e permetteva di far abbeverare tranquillamente le bestie, tutti figli di una terra assetata da sempre e non solo di acqua.

Si avvalevano dei suoi servigi i nobili marchesi del luogo che, a bordo di veloci calesse, facevano trasportare le loro aristocratiche figure oltre il fiume. Agli occhi attenti, quelli di chi conosce i drammi di questa terra, il ponte mostra oggi più di sempre il suo antico selciato rigato dalle lacrime dell’abbandono che urlano sommessamente dolore per dover lasciare quel poco che è sempre stato tutto, emigrare oltre oceano con la speranza di conquistare, forse un giorno, la dignità qui negata. Giunsero, come non bastasse già il resto, gli anni della guerra e il nostro amico dovette sopportare non poco: il peso delle milizie, dei carri che sputavano fuoco e morte ma il peso insopportabile fu il dolore, il dolore soprattutto di quelle donne che troppo presto avevano dovuto racchiudere la loro vita nell’abito del lutto di sempre.

Il tributo pagato alla follia della guerra è sempre altissimo, nulla era in quei giorni il fragore della piena distruttrice al confronto con la voce senza tono dei bollettini di guerra che narravano tante false verità e tante vere bugie inframmezzate, come in una cantilena, all’elenco dei figli e dei padri che non avrebbero più fatto ritorno. Finalmente il boom economico, ecco il passaggio delle prime lambrette, delle auto dal motore troppe volte balbuziente e delle corriere che, strombazzanti e colme di passeggeri, lo attraversavano spedite per poi arrancare nella polvere alla prima salita e costringere sistematicamente qualcuno a scendere per il troppo peso.

Tutti i pescatori della zona conoscevano benissimo quale fosse il punto migliore per insidiare cavedani e anguille e lui, benevolo ed ammiccante come sempre concedeva ombra o riparo secondo la stagione. Fu spesso prescelto come meta per le prime timide uscite fuori porta o per la Pasquetta e che dire, poi, delle gite scolastiche con l’immancabile partita di calcio improvvisata sulla sua carreggiata. Era stato anche complice galante, con i ciclamini che spontanei crescevano alla sua ombrai, dei primi baci scambiati tra quegli adolescenti impavidi che lo raggiungevano felici in bicicletta.

Anche alcuni importanti trofei ciclistici lo avevano visto protagonista ma pian piano ecco arrivare i primi acciacchi, un cornicione sbilenco, qualche piccola crepa che non facevano presagire nulla di buono. Finché, come un vecchio, ormai stanco e con le spalle ricurve ha dovuto subire quell’onta oltraggiosa; un cartello dal fondo giallo recitava in modo insolente una scritta nera, luttuosa, visibile da grande distanza: ponte chiuso al traffico per pericolo di crollo, era la fine! Di tempo ne è passato un po’ ma, grazie all’intervento del Genio, mestamente è tornato ad essere percorribile, prima in un solo senso di marcia poi, pian piano in ambo i sensi, anche se con qualche sobbalzo per chi lo percorre.

Si transita con cautela, come a non volerlo affaticare a non fargli del male. Anche il fiume sembra aver compreso il difficile momento e, complici i mutamenti meteorologici, oggi pone maggior accortezza nei suoi riguardi: non si presenta più con quel tono di sfida quasi minaccioso, con la voce grossa di un tempo, i pilastri ora addirittura, sembra lambirli quasi li accarezza come a volerlo consolare. Ha capito il fiume, che le loro vite sono legate indissolubilmente ed in fin dei conti sono andati sempre d’accordo in tutti questi anni, si son fatti compagnia ascoltando la colonna sonora dell’acqua. Chi sopra, chi sotto, hanno vissuto entrambi da protagonisti e testimoni della vita di questa gente e di questa terra.

E’ il fiume, l’elemento che ci permette di mettere a fuoco le vicende economiche e sociali dei luoghi che attraversa, ne conosce, conserva e racconta la loro storia. Oltre che ricchezza idrica, oggi sempre più preziosa, rappresenta un’importante via di comunicazione portatrice di scambi di ogni tipo soprattutto culturali e, per chi vuol leggere tra le sue anse i messaggi che trasporta verso valle, è certamente una fonte inesauribile. Il ponte, invece ha il compito di essere il suo attento guardiano e, al tempo stesso, il suo menestrello che fa diventare musica il rumore dell’acqua che gli scorre perenne fra le caviglie di cemento.

L’orologio dell’auto segna ormai le nove. Come per scommessa continua a piovere a dirotto, i vetri dell’auto sono sempre completamente appannati. E’ lo squarcio di un fulmine a sorprendermi da questi pensieri, fermo ad aspettare chissà cosa, quasi sognante. Il cane dorme, lui sì, ha capito tutto. Ha capito che oggi restare sotto le coperte sarebbe stata la scelta più saggia ma lui è solo un cane, cosa volete che ne sappia di ponti? Io, poi, per essere qui, con questo tempaccio… Qualche anno dopo quel mattino così bagnato e così magico, altri cartelli sono stati affissi su quel ponte, cartelli ora di divieto che sanciscono, per l’ennesima volta, un’oasi di protezione, lungo il corso del fiume. Altri, a seguire, indicano nel bosco adiacente zone di totale divieto.

Tutto terreno sottratto non tanto alla caccia quanto alla libertà di uomini e cani, terreno negato proprio a coloro, permettetemelo, che hanno avuto sempre rispetto di questi posti comprese le pietre che calpestavano, perché era lì che imparavano ogni volta qualcosa in più, era lì che condividevano il pane o una sigaretta con il contadino incontrato per caso, era lì che avevano riposto gelosamente gli insegnamenti dei padri per regalarli, forse un giorno, ai propri figli, era lì dove era semplicemente bello e appagante sedere su di un masso e restare per qualche minuto da soli, in compagnia di chissà quali pensieri e dei profumi regalati dal fiume e del bosco.

Da allora non passo più su quel ponte ma mi manca come l’amico più caro, avrei dovuto forse salutarlo ma come si fa a dire addio ad una strada che è stata per me spensieratezza e gioia per anni. Come si fa a dire addio a cento metri di ferro ed asfalto che, insieme a me, hanno consumato autunni bigi o sereni. Ora Lui vive in un’oasi sì, ma fatta di tristezza e di solitudine; niente più pescatori alla sua frescura, niente più innamorati o cacciatori al suo riparo, nessuno si ferma ormai per onorarlo, tutti hanno fretta, corrono non si sa verso cosa. Solo qualche copertone d’auto, rotolato chissà da dove, riposa adagiato alla sua ombra in attesa di una piena che possa trasportarlo via, fino alla prossima fermata.

Ci sono, ormai, percorsi alternativi al mio ponte, sono serviti da inutili strade anche a quattro corsie, costruite solo per raggiungere spesso bugie tanto che alcune finiscono così, nel nulla. Queste sì, sono vere e proprie oasi però di asfalto e cemento! Non so, non voglio disturbarlo il mio ponte, in fondo sono stato suo ospite tantissime volte e mi hanno insegnato che dell’ospitalità non si abusa. Nessuno ha il diritto di ascoltare i singhiozzi di un grande o di accertare se un vero “centurione romano”, decorato sul campo, fatto di malta ed acciaio possa piangere avvolto nella sua divisa sempre più triste e sempre più ingrigita.

Marco Carlone