IL PONTE DELLA PAURA di Giorgio Creatini

La luna illuminava a giorno il campo di medica che attestava al fitto sceprone di roverelle calzate al ceppo da un groviglio di vitalbe e rogarazze.
Il silenzio arcano di quella notte di settembre nella campagna Castagnetana, era rotto solo dal canto lontano di una civetta appostata sul ramo di un ulivo.

Tutto sembrava immobile, ma negli anfratti più nascosti, ai margini del bosco, o tra l’erba dei campi, la notte rimetteva in moto l’ennesima rappresentazione della lotta tra preda e predatore che si consumava con le sole stelle a farne da testimone.

Il fragore della fucilata fece sobbalzare tutti i cuori che palpitavano nella campagna fermandone improvvisamente le azioni. Un lampo di terrore, un attimo di immobilità, poi ricominciava la lotta. La lepre scalcettava tra le fragili ceppite di medica illuminata dall’argenteo bagliore lunare capendo che la sua vita era arrivata al capolinea. Voleva alzarsi, allungare le sue lunghe leve, scartare veloce e tornare nello sceprone, ma non capiva perché non riusciva a muoversi mentre pian piano il bagliore della luna si spengeva nelle sue pupille trasformandosi in un profondo nero che copriva anche l’ultimo battito del suo cuore.

Giannino era incredulo. Finalmente dopo giorni di appostamento e un paio di clamorose padelle, quel balzello aveva dato i suoi frutti. La gioia e l’eccitazione lo facevano saltare nel campo umido di rugiada, e quando ebbe in mano il suo splendido trofeo gli venne d’istinto di portarselo al volto e di baciarlo.

Il ragazzo faceva il garzone nella stalla di Bastiano e tutte le sere, dopo aver sistemato le bestie, inforcava la sua bicicletta e dava sfogo alla sua grande passione per la caccia che il giorno non poteva esercitare a causa di quel duro e impegnativo lavoro. Del resto in quel periodo, dopo la guerra, era difficile trovare un impiego migliore, specie per un giovane orfano e con problemi caratteriali e della parola che lo facevano spesso anche oggetto di prese in giro.

Giannino era considerato un po’ grullo, gli piaceva moltissimo il vino e stava lontano mille miglia dalle donne che lo guardavano in cagnesco con quel risolino che lo faceva imbestialire. L’unica donna che lo capiva e lo comprendeva era la Rosina, la moglie di Bastiano che lo proteggeva e lo difendeva dai modi bruschi che in tanti, nella grande famiglia patriarcale che abitava nella casa di “Migliarini”, gli rivolgevano contro.

Giannino quella sera era al settimo cielo, con la lepre tenuta per le orecchie saldamente in mano, percorreva alla flebile luce del faro della bicicletta la strada sterrata che lo riportava al cascinale. La luna gli faceva compagnia, e nella sua testa ronzavano tanti pensieri che non avrebbe mai osato esporre visto la considerazione che avevano di lui i suoi conoscenti. Ma era ugualmente contento, quella sera si sentiva importante, avrebbe portato la sua bella preda a casa e tutti lo avrebbero per una volta ammirato, evitando di chiamarlo “tartaglino” o “sciupadiscorsi”, quegli odiosi nomignoli che lo ferivano così profondamente.

La bici filava silenziosa nel buio della campagna, altri cinque minuti e superato il ponticello sarebbe arrivato a casa trionfante. Già vedeva l’albore che la luce a gas rifletteva dalla finestra del grande salone da pranzo del cascinale quando d’improvviso gli parve di veder qualcosa sbalenare sul parapetto del ponte. Un attimo ancora ed ecco che gli apparve davanti una specie di grosso lenzuolo bianco che per poco non lo investiva. Gli sfiorò il volto creando un vortice di vento freddo e poi si gettò a capofitto sotto il ponte scomparendo dalla sua vista.

Giannino era terrorizzato, la lepre che aveva in mano era volata nel fossato, la bici incontrollata era andata a sbattere nel parapetto e lui era finito con il culo per terra con il fucile che nel contraccolpo gli aveva battuto forte sulla testa. Annaspava per rialzarsi con gli occhi fissi sul punto dove aveva visto sparire quel coso. Era come bloccato dalla paura ma in qualche modo riuscì a rimontare sulla bicicletta e a tutta velocità ad arrivare a casa.

Un fantasma, un fantasma! Sul ponte del frantoio c’è un fantasma, l’ha visto Giannino mentre tornava a casa in bicicletta. L’ha illuminato con il faro e lui s’è buttato sotto il ponte, bianco lattato e pauroso come uno scheletro” La Rosina entrò in casa trapelata e sbiancata in volto: “Datemi un po’ di vino che lo porto giù a Giannino, poveraccio, ha avuto una paura, trema come una foglia.”

Si dagl’iene dell’altro tanto n’ha bevuto poco! E vede anche i fantasmi ora!” Bastiano era di poche parole, un uomo tutto d’un pezzo che aveva vissuto momenti terribili a Caporetto e sul Piave durante la grande Guerra e non era certo il tipo che si faceva canzonare da certi discorsi. Scese le scale del grande casolare di campagna e andò verso la stalla dove la Rosina era intenta a rianimare Giannino, ancora semiparalizzato dallo shock “Oh cosa hai visto “briaco”. Quanto n’hai bevuto stasera!”

Quando però la fioca luce del lume a petrolio illuminò la faccia del garzone, Bastiano lesse il terrore negli occhi del giovane ragazzo. “La..la… lepre, la lepre, m’ha,… m’ha,….. m’ha…… preso la lepre.” “Ma che lepre d’Egitto! Quale lepre! E chi te l’ha presa?” Balbettando e singhiozzando, Giannino riuscì in qualche modo a raccontare l’accaduto e a farsi capire dall’anziano uomo che riuscì, non senza difficoltà, ad individuare il luogo dell’apparizione.

Va bene va bene, ora calmati e vai a dormire, domani andiamo a vedere giù al ponte, ma ricordati che le lepre per avelle in saccoccia, vanno colte. I fantasmi un le rubano.” Quella notte Giannino non chiuse occhio. Rivedeva quell’orribile macchia bianca fluttuante nell’aria. Immaginava la sua faccia scheletrica e il suo fiato freddo e puzzolente che inghiottiva il suo trofeo, sognato e agognato per tanti giorni e svanito tra le fauci di quel mostro schifoso.

Poi venne l’alba, il rumoroso canto del gallo fece sobbalzare Giannino che finalmente si era assopito ed alzatosi, iniziò ad accudire le bestie non togliendosi dalla mente l’immagine terribile che aveva rovinato il suo giorno di gloria. Bastiano intanto era andato al ponte. Si era soffermato sulla strada e aveva notato la strusciata della ruota della bici scivolata sulla ghiaia e schiantatasi sul solido muro. L’alveo del fosso, era asciutto, si affacciò dal parapetto e con sua grande sorpresa notò la carcassa di una grossa lepre che a pancia all’aria si mostrava in tutta la sua lunghezza.

Scese nel letto e raccolse l’animale che mostrava i chiari segni di una fucilata che l’aveva strappata alla vita. Poi si guardò di nuovo intorno ma non notò nulla di anormale se non il lontano canto di un cuculo non ancora migrato, che ad intervalli regolari emetteva il suo tipico suono.

Oh, la lepre l’ha ammazzata davvero – disse alla Rosina – l’ho trovata giù nel fosso. Chissà come c’è finita. Per averla mollata, deve aver visto davvero qualcosa che l’ha spaventato a morte. Che gli abbiano fatto uno scherzo? Stasera tornerò al ponte a veder quel che succede. Se ci becco qualcuno che vuole fare il furbo e si approfitta delle persone come Giannino, lo prendo a pedate nel culo e lo rispedisco a casa caldo.”

Anche quella notte la luna era splendida. Una palla di luce che illuminava i silenzi dell’oscurità. Bastiano si era appostato dietro un grosso leccio vicino al ponte ed aspettava un segnale, un movimento. L’uomo ne aveva passate di cotte e di crude al fronte. Aveva visto la morte in faccia più di una volta, tuttavia, lo stare da solo in quel luogo, pur così vicino a casa, dopo quello che aveva raccontato quel poveretto, lo metteva a disagio.

Il fresco della notte lo faceva riflettere: pensava a quel ragazzotto disgraziato, alla sua vita grama e fatta di niente, al suo futuro, alle cattiverie che subiva e si commoveva credendo che quel povero cristo non avrebbe mai conosciuto né l’amore né la felicità, almeno per come le persone normali la intendevano. Quella lepre forse era stata la più grossa soddisfazione della sua vita, ma il destino gli aveva voluto sciupare anche quella giornata.

D’un tratto una folata di vento forte e rumoroso ruppe l’incanto di quella notte di fine estate. Sul parapetto del ponte si materializzò una figura bianca, imponente. Bastiano si ritrovò il cuore in gola, il sangue gli si raggelò nelle vene. La figura si muoveva goffa e minacciosa, poi si fermò sul parapetto. L’uomo si era seduto, nascondendosi dietro il tronco del leccio. Piano piano trovò la forza per sbirciare tra le basse fronde. Riuscì a mettere a fuoco la figura e la sua tensione cedette ad un senso di spossatezza e rilassamento.

Per un attimo era stato vittima della suggestione che quella storia si era creata intorno, ma in realtà la spiegazione era molto più semplice ed innocente dell’immaginabile. Giannino era stato spaventato da un grosso barbagianni che aveva preso l’abitudine di appollaiarsi sul parapetto del ponte per scrutare nell’alveo a caccia di qualche topo. Il povero ragazzo nella sua ingenuità, aveva creduto di aver visto chissà cosa e aveva scagliato la sua preda nel fossato in preda al panico senza neppure rendersi conto di quel che faceva.

Il sole del mattino filtrava stilettate di luce tra le mangiatoie delle vacche. Bastiano si affacciò alla porta della stalla. “Oh Giannino, guarda un po’ che cosa ho trovato ieri sera sotto il ponte” E gettò la lepre ai piedi del ragazzo “Non ti preoccupare, il tuo fantasma era solo un barbagianni. Stasera si festeggia la tua lepre con un bel piatto di pappardelle della Rosina e scusami se ho dubitato di te, sei un bravo ragazzo”.

Giannino guardava la lepre stesa sulla paglia, la fissava con occhi straniti, poi si abbassò a contemplarla. “E’ …è….è….è….pro.. proprio lei. L’ha.. l’ha… visto an.. anche il fa.. fa.. fantasma che, che era la mia, e me, me… l’ha ridata”.
E un sorriso innocente illuminò quel volto un po’ inebetito ma schietto e semplice di un ragazzo che non crescerà mai.

Giorgio Creatini