IN QUALCHE CASO MEGLIO EVITARE di Renzo Stella

Episodio realmente accaduto…

In attesa delle Regine, vorrei raccontarvi cosa mi è capitato la scorsa stagione; accantonata la vergogna, ora lo posso descrivere, cercando di avvisare qualcuno a non ripetere lo stesso mio stupido errore.
Non c’entrano nemici, né pentole sbattute o altro, ero solo; solo io e il mio cane.
Il personaggio è di quelli che paiono usciti da un racconto di Dickens; il luogo pare la descrizione ammaliante tratta da un racconto fiabesco su Elfi e Hobbit: i mezzuomini di J.R.R.Tolkien della Trilogia dell’Anello.

In quella collina boscosa sapevo dov’era situata la valle solo percependo la pendenza sotto ai miei piedi, se avessi dovuto descrivere da dov’ero entrato e come se ne usciva mi sarei dovuto affidare alla bussola, memorizzando precedentemente il punto di partenza. Pur notevolmente intricato, camminavo facilmente tra i fusti accalcati di quella foresta; il sottobosco coperto di muschio e foglie color ruggine agevolava abbastanza il mio incedere; riuscivo perfino a non perdere di vista il cane che appariva e scompariva tra gli alberi umidi di brina; ma avevo perso l’orientamento completamente.

Mi affidavo alla sola capacità di giudizio di dove sarebbe stata la valle o la cima di quel monte per poterne in qualche modo venir fuori. Parcheggiata l’auto a metà mattina, a giorno già fatto, mi ero inoltrato in quel bosco che mi attirava da tempo seguendo un sentiero stretto e distorto; poco più di un camminatoio creato dagli animali, con l’intenzione di cercare l’Arcera. Non pensavo in quel momento che non sarei stato più capace di ritrovarne l’uscita, complice un’insistente nebbiolina che avvolgeva tutto e che speravo si dissolvesse nel tempo.

La mia preoccupazione, non sapendo ormai più se continuare o tornare indietro, essendomi perso per i vari ghirigori effettuati spensieratamente, stava aumentando. Va da sé che un bosco può presentare al suo interno anche zone pianeggianti, le stesse terrazze che impediscono di comprendere se si è arrivati dalla salita, dalla discesa, da destra o da manca. L’unico modo per me era o salire, faticando il doppio, oppure scendere cercando di arrivare alla fine di quello che era ormai visto come un incubo reale.
 
Cosa avrei fatto però una volta nel canalone? Sarei dovuto risalire con grande fatica e perdita di tempo, rischiando forse, o avrei trovato la classica strada di fondo valle?

Optai per la prima soluzione, salire fino alla cima sperando di incontrare nel cammino qualche segno di passaggio oppure di avvistare dall’alto la strada giusta per il ritorno.
La caccia e la Regina di quel posto incantato erano diventati sicuramente l’ultimo dei miei pensieri e maledivo il momento in cui mi ero accanito nell’idea di affrontare quel monte per cercarla. Ora desideravo solo uscirne, l’orologio non mi aiutava camminando inesorabilmente con il tempo, non avevo punti di riferimento, il segnale sull’immancabile cellulare era solo una chimera lontana.

Avevo anche pensato di seguire l’istinto del cane nel ritrovare la via, idea risibile e abbandonata subito con sdegno; come avrei fatto a far capire a lui che mi ero perso? Non ero in un film, ma nella vita reale; mi venne anche alla mente che in passato parecchie persone si erano perse cercando funghi in questi boschi e che i cani dei soccorritori avevano sudato non poco a ritrovarli, magari in condizioni penose. Roba da telegiornale.

Panico? Ci sono andato molto vicino e vi assicuro che non è una condizione prettamente piacevole. Il destino, o il fato se volete, come giocano brutti scherzi possono anche aiutarvi, questa volta fu complice la dea bendata a farmi ritrovare la serenità perduta e tutto quello che è accaduto resta poi nella memoria come un brutto ricordo; una lezione che ci insegna a non ripetere l’errore.

Il sole cominciava a nascondersi dietro gli anfratti di questi Monti Liguri così belli ed impervi. Miliardi di Castani e Querce e Lecci che, occludono persino il passaggio alla luce dell’astro, ora mi avvolgevano nel buio quasi irreale e pareva allungassero le loro braccia nodose verso il mio viso minacciandomi. Ora avevo paura. In qualche passaggio nella mia infinita salita dovevo anche accendere la torcia, che mi aiutava solo ad allungare le ombre già di per sé minacciose, per fortuna l’avevo in una tasca del gilet.

Quanto tempo era passato? Quanta strada avevo percorso? Sul tempo avevo la certezza guardando il quadrante al polso sinistro, ed era tanto come potete capire; sulla lunghezza del mio cammino non avevo la benché minima percezione, solo una grande stanchezza mia e del cane mi facevano intendere che ne avevo percorso parecchio, certamente camminando, sarebbe meglio dire arrampicandomi, a zig zag verso quella cima inarrivabile seppur così vicina. Il sole era ormai tramontato ed il cielo sopra le chiome si era tinto di grigio scuro, confuso ancora dalla monocromia della nebbia che ogni tanto ne faceva scorgere un angolo.

Ormai rassegnato a passare la notte più tosta della mia vita, vidi sfrecciare un animale poco lontano dalla mia posizione, o almeno così mi parve; avrei giurato fosse un cane dal mantello scuro, ma stanco com’ero ed in completo marasma emotivo potevo aver visto anche un elefante e non essermene reso conto. Era un cane invece, e non avete l’idea di quanto fui felice nell’accorgermi che era seguito da un uomo che teneva un sacco di juta a tracolla e un’ascia in spalla.

Così, senza pensare oltre, lo chiamai a gran voce: “Ehilà, capo, sono qui mi vede? Ho bisogno di aiuto, per favore mi aiuti a salire fino a lì, mi indichi la strada (e con vergogna…) mi sono perso!”.

Il mio Breton intanto, beato lui, stava annusando interessato la parte riproduttrice di quel bellissimo pastore tedesco, femmina. Come se nulla fosse accaduto.
 L’uomo, tra lo stupito e lo spaventato per la mia apparizione improvvisa, mi indicò dall’alto un piccolo sentiero alla mia destra che avrebbe portato ad un praticello grande come una tovaglia e, attraversato quello, ad una cascina per gli attrezzi dove ci saremmo incontrati; il tutto in meno di cinquanta metri di strada: sicuramente non l’avrei notato da solo, con quella poca luce l’avrei sicuramente mancato finendo chissà dove.

Due baffoni folti che impedivano di leggere i contorni delle labbra, un viso solcato dalle rughe di una vita di fatica, le mani callose e grandi che stringevano il manico consunto di una vecchia ascia da boscaiolo. Una giacca di fustagno marrone che dire lisa e rattoppata sarebbe stato un eufemismo, pantaloni interamente in cuoio, forse regalo di qualche amico motociclista degli anni 70. Due occhi azzurri però, così blu, che non li scorderò facilmente e che mi fissavano tra l’incredulo e lo stupito chiedendomi da dove arrivassi e soprattutto… come fossi arrivato lì.

Spiegai cosa mi era accaduto, da dove credevo di essere partito e di come avevo sbagliato tutto, ma proprio tutto, perdendomi inesorabilmente nemmeno fossi stato nella giungla Amazzonica; da vero stupido cittadino. 

“Non ci pensi” – mi disse con la voce sgradevole e roca di chi si brucia l’ugola grazie al sigaro perennemente acceso -“Parecchi foresti di città, che si credono montanari esperti, vengono nei nostri boschi per cercare funghi o per altro e poi perdono la tramontana e bisogna cercarli. Hey, se lei è Ligure lo sa che posti abbiamo qui non è vero? Allora perche vi infilate in quell’inferno se non sapete uscirne? E’ pericoloso e tutti gli anni almeno due volte a stagione dobbiamo vedere la Protezione Civile, con i cani che cercano il disperato di turno. Ma statevene a casa o andate in posti più semplici ; prima o poi ci scappa la disgrazia”

E poi, con fare da perfetto ospite, mi riempie una buona tazza di caffè bollente, fatto nella moka sulla cucinina di quella casetta degli attrezzi; non prima di essersi offerto di accompagnarmi alla macchina con il suo furgone “fuoristrada”, come lui stesso lo definì.
Tre chilometri e mezzo, solo tre km e mezzo mi separavano dalla vettura, ora avevo capito, anche se ormai le tenebre avevano ammantato tutto… sarebbe bastato girare a destra di quel castano storto… o a sinistra? Non lo saprò mai.

Una cosa ho imparato: nella mia tasca da quel momento c’è un GPS acceso; soprattutto cerco la Regina dove è più conveniente; oppure mi faccio accompagnare da chi ne sa di più.

Per la cronaca, non aspettatevi che il cellulare che tanto amiamo ci aiuti: è rimasto inerme e muto fino al paese più vicino!
Che vergogna.

Comunque, ancora In bocca al Lupo!

Renzo Stella