IN RICORDO DI LILLY di Renzo Stella

Ricordo solo il mese: Dicembre. Ricordo pure quello che successe. Per il resto, la memoria deve necessariamente risalire a trenta anni fa, cosa non semplice per quanto riguarda il nome del posto, mai più frequentato, tra l’altro e nemmeno che giorno fosse. Poco importa; quello che è certo che non scorderò mai la paura che mi trovai e l’angoscia che non mi lasciò per parecchi mesi.

La giornata in questione prevedeva una cacciata in provincia di Pavia. Un posto di pianura, tutto o per la maggior parte, coltivato a Mais. Sapevamo che lì avremmo potuto trovare qualche bel fagiano, uccelli dalla furbizia non indifferente; già scaltri per essere sopravissuti alle fucilate di chissà quanti altri. Uccelli che preferivano andare via di corsa piuttosto che mettersi in ala, fagiani “veri” poco paurosi, diffidenti a qualsiasi rumore, veloci, quasi diabolici.

Quello che ci voleva per il sottoscritto fresco di licenza, era il secondo anno, e altrettanto per la cagnetta del mio amico, giovane di due anni con tanta voglia di correre e cacciare.
Lilly, una meravigliosa e simpaticissima Setter bianca nera, era l’orgoglio del mio amico; cerca stupenda e veloce, ubbidienza cieca al padrone, corretta al frullo in maniera impressionante. Proprio quella correttezza al levarsi del selvatico, si sedeva ferma ad aspettare lo sparo e poi l’ordine per un eventuale recupero, fu l’atteggiamento che, seppur bellissimo e spettacolare a vedersi, la fregò; e non poco.

Scendemmo dalla macchina, calpestando il terreno indurito dal gelo della notte, preparammo i fucili e dopo aver deciso la direzione, quale campo battere per primo, lui impartì l’ordine a Lilly di scendere dal portabagagli. Lei era lì immobile in attesa di ordini. Con l’esperienza che mi sono fatto in questi anni, un cane che si comporta in quel modo non mi piacerebbe; manca di qualsiasi carattere, preferisco quelli che ogni tanto fanno di testa propria e che ti fanno sgolare; sembrano più vivi, con una testa per pensare, ….e una per mandarti a quel paese…

Allora, Lilly mi parve un cane campionissimo, così la giudicavo, un animale perfetto con cui andare a caccia senza parlare, senza chiamare nemmeno una volta, solo uno sguardo bastava, infatti, per fargli fare quello che noi si voleva. Toccavo il cielo con le mani, ero finalmente a caccia in un campo, con un cane che cercava per me, per noi, il selvatico; finalmente praticavo quella caccia che avevo sempre desiderato e non solo quella “ da freddo “ aspettando migratori che non passano mai.

Ed ecco che la setter interruppe la sua corsa sfrenata, di colpo; con una torsione del corpo, coda diritta, frange al vento e tartufo all’aria, fissava il primo filare di quell’enorme campo di granturco. Ci disponemmo in ordine dietro e a fianco a lei. Il mio compagno la incitava a portare a termine l’azione, ma senza enfasi, ben sapendo che avrebbe fatto tutto da sola e solo al momento giusto avrebbe fatto involare l’uccello, si sarebbe seduta in attesa seguendo l’azione con lo sguardo; impassibile come solo un inglese sa essere.

Mi pare di ricordare che passarono dieci interminabili minuti, poi, il fragore delle ali di un enorme Tenebroso esplose nel silenzio irreale di quella campagna, accompagnato da un rauco e interminabile grido di allarme. Sparai i due colpi del mio sovrapposto, e quel gallinaceo parve farmi il segno dell’ombrello con le zampe…..lo vedemmo atterrare tranquillo ad almeno trecento metri da noi. Lilly, si limitò a guardarmi con aria di sufficienza stando comodamente seduta su di una zolla d’erba; era ancora tremante dall’azione.

Lui mi tranquillizzò dicendomi che non tutti cadono alla prima, e ci mancherebbe….. Ricominciammo la ricerca del bel Tenebroso, e fu così per ben otto volte! Dalla mattina alle otto, alla sera alle cinque, a parte la pausa panino, ben otto volte trovammo fermammo e clamorosamente padellammo quel Cholchito maledetto. Lilly tutte le volte, mi pare di rivederla: immobile al frullo, corretta…ma ogni volta tremante sempre più.

Noi, sempre più stanchi, nervosi; anche perché era l’unico animale scovato e non volevamo arrenderci; ci aveva deriso già troppe volte. Eticamente parlando, ora lo lascerei in pace, meriterebbe di vivere. Ed io meriterei l’epiteto di vera schiappa; ma sono passati esattamente ventinove anni, c’era il fuoco della gioventù e dell’impertinenza. Il mio amico mi assecondava, era felice per come si comportava la sua Lilly e voleva vedere dove sarebbero arrivate le sue capacità…..lei era sempre più arrabbiata. Le cinque della sera, via di ritorno alla macchina.

La setter non correva più tanto spedita, le sue zampe possenti erano ormai stanche, ma non si perdeva nemmeno la più piccola molecola vagante tanto ché …..eccola nuovamente in ferma davanti ad un roveto all’apparenza impenetrabile. Co.coc.coc.coc., l’uccello non provò nemmeno a camminare, mise subito le ali al vento dandosi una poderosa spinta con le zampe per alzarsi a candela. Questa volta sarebbe stato per lui l’ultimo salto, l’ultimo grido. Lilly, fin’ora ferma, immobile al frullo, sicuramente odiava quel fagiano che l’aveva derisa per ben otto volte; sporca di fango ormai disseccato sul suo mantello, arsa dalla sete, i polpastrelli delle zampe forse sanguinanti per il tanto correre, con gli occhi brucianti dalla polvere ed iniettati di sangue, balzò per agguantarlo, ora sarebbe stato facile per lei……i pallini della rosa colsero anche lei che si accasciò al suolo con un gemito di dolore che mi trapassò il cuore.

Buttai il fucile a terra, in mezzo al fango, corsi e la presi in braccio. Mi guardava incredula, il suo sangue mi sporcava le braccia, io piangevo; e disperato corsi verso la macchina. Non ricordo di aver mai guidato così veloce, il mio amico continuava a ripetermi che non era colpa mia che Lei non si era mai mossa prima, che non incolpava me, ma quel bastardo che cercava di vivere … Non ascoltavo, guidavo come un pazzo per arrivare dal veterinario più vicino, aguzzavo l’udito per sentire se dietro Lilly respirava ancora.
 
Guardavo con odio quel gallinaccio maledetto, buttato sul tappetino come fosse spazzatura. Avevo paura. Avevo terrore che Lilly morisse, sarebbe stata colpa mia, solo mia. Passati tre mesi, ci ritrovammo in un campo di addestramento; Lilly in ottima forma fermava le quaglie di gabbia con fare sufficiente, correttissima al frullo come sempre, ubbidiente come era sempre stata. Mi riconobbe subito e scodinzolando mi leccò tutta la faccia, ed io la lasciai fare, ero felice per lei.

Ci lasciò, la grande Lilly, all’età di diciotto anni; si spense serena nel sonno in una notte di pioggia.
Grande Lilly, grazie per avermi fatto crescere. Da quella volta, parecchi fagiani sono caduti sotto il mio piombo, anche qualche Lepre; ma inquadrati con un solo occhio….l’altro è sempre e solo per il cane.

Ciao Lilly