MARIA RIPARA di Antonio Salomone

Sveglia alle cinque e mezza, spengo il cellulare oramai deturpato sul display per gli innumerevoli voli fattigli fare nella speranza di disattivare quell’odioso e stridulo rumore. Sbadiglio. Vorrei continuare un altro poco ma so già che un minimo ritardo mi costerebbe caro e significherebbe per me, carattere affabile ma non facile, un broncio quotidiano con mio fratello Alberto, di carattere non proprio pacato e più facile del mio nelle attese venatorie.

Soliti rituali: pantaloni, scarpe, camicia, maglia, gilet e giacca………per un attimo dimentico il cappello caldo, ma non arancione. Be nessuno è perfetto!
Guadagno le scale, quatto, quatto, verso la cucina, per accendere il caffè, e nell’attesa mi lavo e penso velocemente a ciò che potrei aver dimenticato nel sonnolente e traumatico risveglio. Sento a mala pena dal bagno lo strofinio delle ciabatte di papà che quasi contemporaneamente allo sbuffare vaporoso della bialetti scende le scale con flemmatica insistenza.

Una domanda secca: “E non è presto?”. Ed io in risposta rapida: “No! Anzi se facciamo tardi chi se lo sente a tuo figlio!”. Al che papà: “Ma andate a Ferrandina…….?”. E senza diritto di replica mi continua dicendomi : “No!.. perché se andate a cinghiali, io non vengo voglio sparare qualche tordo. Poi fa freddo e non ho più vent’anni per sopportare impaziente, alle intemperie.”

Annuii senza contraddirlo ma guardandolo con sguardo scontroso. Dopo due secondi il mio divenne uno sguardo lasso e pieno di deludente e ragionata approvazione, anche perché sapevamo entrambi che non era tanto il freddo il vero motivo, dato che la squadra ironicamente denominata i Boys, era composta da una folta schiera di giovincelli che avevano abbandonato i vent’anni ormai da più di quaranta. Gli chiesi : “E dove vai allora?. E lui un po’ dubbioso rispose: “Sotto Giovannino il macellaio…….ieri mi ha detto di aver sentito diversi colpi proprio dalle sue parti.”

Mi dispiaceva dividerci, e se avessi potuto sarei andato con piacere con lui anche se non avremmo poi fatto un bel nulla. Avevo l’ appuntamento alle 6,00 davanti alla stazione dei pullman e sapevo che non potevo mancare e in aggiunta, non so perché, dopo tanto freddo, cammino e sonno perso nelle precedenti uscite, percepivo adesso una strana sensazione, come se il mio giorno fosse arrivato e spettava a me unire quelle due componenti Macchiavelliane, tanto studiate al liceo: virtù e fortuna, o meglio ancora la Volpe e il Leone. Gli diedi a modo mio un saluto : “Be me ne vado io!”.

Bevuto il caffè con il fucile ciondolante come una valigia lunga e un pò pendente da un lato, scesi le scale contando ad ogni gradino il numero delle palle che avevo con me, circa 10 più altre cartucce pur sempre efficaci. Riscaldo la macchina e via, giungo all’ appuntamento. Stranamente sono il primo, mi cambio le scarpe e appena indossati i lunghi e stretti stivali , in un batter d’occhi, giungono i rinforzi, da sopra Zio Franco con il suo Land Roover, da sotto Alberto con il Jimmi e poco dietro ma puntuale Nuccio con la sua Punto.

Il freddo c’è effettivamente, ma la carica è alta. Si sale tutti sul Land Roover di Zio Franco e scambiati i saluti e le solite battute, si percepisce una piacevole voglia di trascorrere un’altra giornata con i nostri amici di Ferrandina. Nel tragitto scosceso e illuminato dalle luci ambrate che anticipano la tortuosa e lunga galleria, si parla dell’annata , non proprio ottima per le beccacce, e di altre cose miste al quotidiano vivere. Nella visuale rialzata e comoda dell’auto, penso a papà e lungo la strada buia e umida, con il ronzio dei pneumatici in corsa, il giorno sonnecchia un timido e porporeo risveglio sul manto scuro dell’asfalto. Per un attimo penso al mio egoistico distacco e all’ animo di mio padre diviso fisicamente, ma di contro percepisco la presenza del suo solitario pensiero.

Alle curve del paese già si sente la differenza di temperatura, dall’alto la valle del Basento circondata di lato dai bianchi e frastagliati calanchi, in prospettiva Pisticci e altri paesi, in noi la fresca ebrezza di sentirci pionieri in un paese non nostro. Arrivati alla prima stazione, il così detto missile, salutiamo Emanuele, che con i suoi cani in macchina, Bora, Whisky e Miryam, siede solo senza il fratello Pietro impegnato al lavoro. Piccoli gesti veloci annuizioni, pronti ci si accinge a guadagnare la seconda stazione.

Al solito spiazzo, vicino casa di Nicola, ci si raggruppa alla spicciolata, una nebbia avvolgente e un freddo penetrante non hanno fermato la giovane e ridente brigata. Prima uno poi un’ altro e così via, anche se la prima impressione è che il plotone oggi non sia al completo. Salutati i capocaccia Emanuele e Michele con il fedelissimo Lorenzo, Nicola, Gerardo e altri ci incamminiamo con le auto verso il bosco, alla terza tappa dove inaspettatamente sgusciano gli altri componenti della squadra. Mi scappa un sorriso ma niente di che, non so perché ma mi salta in mente la scena di Fantozzi a caccia con la mazzafionda.

Ci sono tutti a quanto sembra, Ginuzzo, Rocco, Antonio nel suo fuoristrada.., manca solo Nicola il più simpatico e loquace barzellettiere della compagnia. Mentre Michele, Emanuele e Alberto decidono il percorso da fare per, come si dice in gergo, “Stagghiare” cioè chiudere le piste o pistare i cinghiali, io capita la mia inutilità, mi soffermo con Rocco, Nuccio e Zio Franco vicino il parcheggio auto e inizio con l’eloquente compagno di battuta Rocco un ragionamento che oscilla tra il politico, sociale ed economico, fino ad arrivare alla cronaca malavitosa.

Il dibattito si fa acceso e in ballo escono, il lavoro, le lobbys politiche e istituzionali, le ingiustizie sociali, illeciti ambientali, la chimica fino ad arrivare alla fortuna di chi come alcuni suoi compaesani aveva vinto al superenalotto. Lupus in fabula , passa proprio all’ appello fatto uno dei fortunati che con marcia allegra saluta e scende lo sterrato sentiero. C’ è un bel clima, si parla di tutto tranne che di caccia.

Lo spirito di aggregazione rompe la gelata dei campi che lisci e argentati di brina scendono come una cascata chiara, nelle strette gole boschive. Da sopra la strada sembra di sentire un beeper e contemporaneamente al rumore di pneumatici in discesa, partono due colpi quasi all’unisono verso di noi seguiti poi da un “Bravo, bravo…., porta, porta!”. In coro affermiamo stupiti : “La beccaccia! Hanno fatto la beccaccia dietro di noi!”. Dalla curva sbuca in macchina Nicola con il suo baffetto, ma con un viso poco ironico. Sceso ci salutiamo e ci spiega che il ritardo è stato dovuto ad un’arancia che gli ha gelato lo stomaco, costringendolo a tardare. Nel continuare il fervido e intricato ragionamento con Rocco, dai colpi stoccati alla regina, cercavo di riscaldarmi nel possibile le mani e i piedi, quando alle spalle sentiamo delle foglie calpestate e il fruscio di una bipede ombra che di metro in metro si colorava in un beccacciaio.

Salutatisi i compaesani chiesero il verdetto: “Be! Mimì, l’hai fatta?” e l’uomo cacciatala goffamente e velocemente fuori dalla cacciatora rispose inorgoglito “Eccola qua!”. Salutatisi di nuovo ognuno riprese il suo da fare. Gerardo in macchina con altri amici si rifocillava con un gustoso panino, altri chiamati in causa con la radio andavano a recuperare i “pistaioli” e io con Rocco Zio e Nuccio insieme ad altri, decidemmo tardi ma convinti, di accendere un bel fuoco sulla strada.

Alla ricerca dei rametti migliori, c’ era chi filosofeggiava sulle tecniche di accensione e chi senza troppa cura stravolgeva la corretta pratica del fuoco. C’ era allegria e fumo, tanto che il fuoco dopo un pò di attesa prese a scaldare piedi e mani , ma anche le speranze di chi coperto dal fumo, sperava di essere il fortunato tiratore della giornata. Nicola riprese colore e riscaldatosi uscì da quella brutta cera mattutina e tirò fuori una bellissima barzelletta sui carabinieri. Il bello non era tanto la comicità della storiella ma la movenza delle mani e la beffarda mimica del baffo burlesco che istigava ad una scoppiettante risata di gruppo.

Si sente qualcuno che dice una frase alla radio: “Uagliù mamma me è iruoss’”. Dalla radio giunge il bollettino, pistaggio completato: un solengo mostruoso e una scrofa con due o tre porcastri. Le speranze iniziavano a colorarsi di fantasia e immaginazione. Il freddo sembrava un lontano ricordo, gli animi erano alti, i commenti accesi e qualcuno mimava con il dito il punto in cui il pesante ungulato avrebbe ricevuto il suo biglietto metallico per il viaggio di sola andata nella cucina di Natale.

I pistaioli ritornano alle macchine i cani sembrano aver percepito tutto e i latriti scandiscono il fare comune dei cacciatori alle prese con armi sfoderate e cartucciere pronte e piene, mentre il venticello con le foglie secche delle roverelle suonava una insolita colonna sonora di sottofondo. Spento il fuocherello si parte verso la prima meta speranzosi e animati di ottimismo e voglia di appaganti e quanto meno vicinissime canizze. Michele con il suo prezioso Nerone e Emanuele con i suoi tre moschettieri, battono il bosco palmo a palmo, sentiero per sentiero. Dal di sopra di una collinetta, ascolto con il fruscio dell’ acqua in sottofondo e il vapore del mio respiro che leggero ed evanescente scompare nei timidi raggi di sole, i campani pesanti dei nostri cani.

Mi sembra di riconoscerne uno su tutti. E’quello di Whisky. Al suo avvicinarsi sonoro, ma non visivo, spero in un improvviso abbaio a fermo, ma le canne piegate e il leggero e ruvido raschiar della stepposa vegetazione, mi offrono d’improvviso quel simpatico e goffo cagnone tricolore con campano ciondolante. Sorrido e sottovoce lo chiamo: Whisky!… Whisky!. Lui abbassando le orecchie irrigidite dall’ improvviso faccia a faccia, si rigira flemmatico, e rassicuratosi della mia presenza, ormai schedata nel suo database olfattivo, riprende a cercare l’usta dei suidi.

Dopo un po’, escono da punti diversi ma vicini, anche gli altri cani, compreso il vecchio e saggio Nerone meno socievole e più fedele all’unico suo padrone, Michele. Lo osservo, nero, canuto e quasi artritico. Per un attimo mi piace paragonarlo ad un saggio vecchietto, con barba e capelli bianchi, un po’ claudicante ma di forte impatto, rassicurante e di gran esperienza.

Mi balena un personaggio su tutti: il vecchietto capo stazione nel film di Sergio Leone nel: “Il buono, il brutto e il cattivo” .Tale vecchietto a letto e sotto le coperte, viene forzatamente spinto da Clint Eastwood a ricordarsi di un bandito (il brutto), e il vecchietto ricordando, dopo un po’ di costrizioni armate, pronuncia questa frase toccandosi il naso con il mento corrugato dal tempo e la voce sibillante per l’assenza di denti : “Dimmi un po? …Mmhh…! Ma il tiscio che scerchi…..POSCTAVA LA PISCTOLA QUI??” Aaahh! E perché non me lo hai detto prima??” . Sta volta rido da solo e cerco di fermarmi prima che qualcuno mi veda e dubiti della mia sanità mentale.

Dal sentiero dirimpetto, sbucano Emanuele e Michele che delusi mi invitano a salire e avvisare Alberto di ritornare alle macchine. Aspetto che Alberto mi raggiunga e saliti sopra con la voglia di non ritornar perdenti e con il cuore ancora speranzoso cerchiamo vicino l’auto parcheggiata qualsiasi cosa, movimenti, orme, piccoli indizi tutto che possa essere di proprietà suina, prima che l’arbitro fischi la fine. Gli occhi ardenti e speranzosi, cadono su un terreno piatto come la battigia del mare in prima ora mattutina. Nulla sembra solcare quel terreno rosso e scuro.

Zio franco ci dice che è meglio risalire per seguire gli altri in fila indiana prima che si chiuda l’acceso interpoderale, aperto in via straordinaria ai capocaccia amici del proprietario. Improvvisamente gli occhi cadono sul terreno al margine delle macchie. Un buco,uno più piccolo ,una solcatura , e poi tante orme grandi e piccole a forma trapezoidale. Stavamo sulla pista,la pista che stavamo cercando dal mattino.

Guardandoci in viso io e mio fratello ci capiamo, e io frettolosamente con un : “muoviti” gli intimo di bloccare il ritorno dei veterani. Alla radio poche parole, le auto riprendono a scendere per magia e le speranze rianimano il nostro desiderio. Riprese le poste, ora tutti erano più visibili da quella prospettiva. Un plotone spicca sulla strada con omini scuri irti e definiti sull’irregolare linea d’orizzonte. Sembra di rivivere la scena di un film con cowboy e indiani, quando nel mezzo della paura e dell’abbandono, dall’ alto e da lontano spiccano i rinforzi infondendo allo spettatore quella forte,fiera e piacevole sensazione di coraggio. Alberto mi suggerisce di stare fermo ad un angolo del bosco,ma appena sbucato Michele con il suo piccolo amico gli vado incontro deluso di riflesso da quell’immagine di cane e padrone vicini e chini nel capo e a spallucce chiuse. Chiedo velocemente e con impeto: Bè! Michè?.

E lui in risposta alzando le sue lasse spalle mi scuote la testa da destra a sinistra aggiungendo un flebile “ …niente Antò! ….e poi è Nerone che melo dice non io. Se lui sente o avverte un minimo atomo o particella olfattiva dei cinghiali non starebbe qui vicino alle mie gambe a guardarmi deluso e a mugugnar sottilissimi latriti. Dall’ alto della mia postazione, intravedo Alberto sostar vicino ad una piscina e fare cenno con la mano richiamandomi con la radio dicendomi: Mi vedi? ………se mi vedi scendi con Michele e Nerone. Intanto con Michele si parla strada facendo e dato l’orario si cammina un pò a rilento più prospetti verso il pranzo e convinti di aver trascorso un’altra domenica quanto meno in compagnia.

Mi racconta di Nerone dell’ affetto e la passione che prova per il suo fedelissimo e canuto amico. Devozione e fedeltà furono le parole che pensai quando Michele giratosi d’improvviso mi disse con tono rigido e serio: Quando lo perderò finirò questa caccia. Mi ha regalato troppe emozioni un cane così non potrò averlo più. Sta volta pensai amicizia vera. Quante forme ha l’amicizia! Una scena su tutte Argo e Achille nell’ultimo incontro. Alla piscina, mi racconta di una fortunata guardia con andata stabilita ma di ritorno inaspettato.

Proprio nel punto di arresto mi indica la dinamica dei fatti, mimando gesti, ricordando le sensazioni di allora, con forte memoria e probabilmente con lo stesso sorriso di allora. Tutto mi apparve negli occhi persino lo sparo e il tonfo dietro la macchia del nero cinghiale. Alberto insistente ci richiama, spingendoci ad andare con Nerone da lui. Michele fa l’ultimo tentativo, forse in atteggiamento di rispetto nei confronti di chi gli chiede attenzione.

Risponde alla radio e con timbro rispettoso e calmo pronuncia: Dottò …..mo vengo!.
Divisi nuovamente i nostri percorsi decido di salire i calanchi dal lato opposto del canale fitto e verde. Sento parlare anche Alberto adesso che con passo stanco e deluso vocifera “Hai ragione Michè………Nerone ne è la prova“. Mi vede da lontano e mi dice per via radio: Antò sali parallelo a noi, non si sa mai. Vedo nel mio affannoso salire a spalle piegate e gambe sollevate, zio ancora appostato e Nuccio poco distante, altri prendere la macchina e alcuni cani ritornare dal padrone.

Penso a quanta strada ho percorso e senza risultati.
Penso: …chissà Papà cosa ha fatto! Mamma avrà preparato ed oggi il piatto avrà più gusto. Nel frattempo ascolto Alberto e Michele parlare con tono ironico, un ragionamento che prelude la fine della cacciata e accompagna il pensiero al torpore delle mura di casa. Un flebile venticello mi sferza il viso e il sole mi avvolge dal suo zenhit scaldandomi il sangue mentre mi accingo a salire la salita più dura.

Con il vento mi giungono alcune risate e alcune frasi: Ti immagini adesso Michè! All’ultima macchia …….Nerone che abbaia. E Michele rispondendo: Eh dottò! C’era un vecchietto a Ferrandina, che andava a lepri e quando la “mena sembrava terminata…..Bom!sparava la lepre all’ultimo cespuglio e affermava sempre così…….Maria ripara. Volendo indicare cioè, che la madonna ripagava i suoi sforzi mettendolo alla prova fino alla fine. Pensai che come detto, era più correlato alle prove della vita comune, quella dei padri e madri di famiglia alle prese con i propri figli, di chi ha problemi di varia natura, economici, di salute o lavoro di tutto ciò che mette a dura prova la pazienza, la sopportazione, il dolore e la fiducia umana, fiducia in ciò in cui uno crede, indipendentemente dalla vista di ciò che si vede e si vorrebbe.

Mentre pensavo il vento mi battè sulla nuca fischiandomi lievemente sull’orecchio destro, le voci ora non le sentivo più e pensai, ai mie sacrifici ai sacrifici di tutte le persone che rincorrono una strada che porta all’obbiettivo finale. Perseverazione, ostinazione, sudore, rispetto e dolore, passione e potere, volontà ma soprattutto fiducia in se stessi e nel proprio volere, umana fiducia.

Fiducia nel bene, fiducia nella vita, dal primo nostro respiro alle luci dell’alba fino alla all’ultima immagine che ci colora le pupille prima di chiuderle la sera andando a letto, per poi nuovamente riaprile l’indomani sperando che qualcosa cambi, sperando di vedere colori nuovi profumi nuovi, o addirittura dimenticati ma nascosti nei cassetti segreti della nostra memoria.

Fiducia o fede? Per un attimo tentennai a darmi una risposta. Sembrava che stessi intraprendendo un ragionamento più forte e profondo di me, rischiando forse nel cadere in un trabocchetto tra sacro e il profano, proprio come il detto di quel vecchio lepraiolo: “Maria ripara”.

Ma in un attimo ritornato in me stesso mi diedi una risposta. Fiducia: è più umana, tangibile come i colori, i sapori, le forme e la materia. Fede essenza divina indefinita , infinita, come il vento trasparente che ci trapassa. Noi non lo vediamo ma sappiamo che c’è perché ci sfiora. Un colpo di vento netto e forte mi sollevò il cappello. Silenzio ovattato , una strana sensazione di paura e di attenzione mi rapi in un batter d’occhi il respiro, amplificando i battiti. Ad un tratto vidi di rimpetto a cento metri una sagoma che si sbracciava intimandomi attenzione, il silenzio ovattato stava gradualmente e lentamente, come da molto lontano, lasciando posto ad un eco che meno lento e definito mi ritornava nelle orecchie.

Da una collinetta a ridosso del fossato e ai margini di una stoppia di grano, riconobbi mio fratello che imperterrito e in modo confusionale si sbracciava per me. Il volume del mio udito saliva ora forte e diretto, ponendo fine a quel nirvana che mi aveva rapito e portato lontano. Sentivo qualcosa che dava gradualmente così: “Antoooòò……..!!…….. Antòòòò!!Attientt! Attiiiiiiiieeeeeeent!! Antoooòòò! Sooooprrraaaaa!! Sooopraaaaaaaaa!Nel percepire queste frasi sentivo sotto di me in un mezzo strapiombo un cane abbaiare forte e convinto. Era Nerone.

In un attimo capii tutto e le gambe mi tremavano dall’ emozione. Vidi Nerone affacciarsi sotto di me e guardarmi quasi ad indicare ce l’hai tu oggi , sei tu la fiducia della squadra. Mantieni la calma e ricorda, ricorda cosa fare. Vidi Alberto gesticolare e gridando esclamare: Sopraaaaaa, sopraaa a’.. rstocc’…!!Feci alcuni balzi cercando di controllare il tremolio delle gambe. Vedevo dal basso le macchie aprirsi come il burro trafitto da una lama,con velocità e spaventosa potenza.

Vidi una lunga sagoma scura saltare l’ultimo cespuglio e saltare su un calanco che mi tagliava in altezza la visuale. Non so come ma con uno slancio veloce e felino mi spostai due metri più in là, aprendomi di nuovo la visuale. Nel mio rewind l’immagine più bella di tutta la mia vita venatoria. Io al bordo del campo, su un cumulo di argilla con fucile già imbracciato ad ore due, e in alto e a venti metri da me un mostruoso e setoloso solengo in fuga a pochi metri dalla salvezza.

Il suo corpo era ancora allungato e fermo nella mia pausa, con gli unghielli posteriori arpionati al terreno e gli anteriori liberi a mezz’aria e tesi verso il torace. Leggero e sicuro il mio braccio accompagnava il beretta sul cinghiale in corsa e con la sola possibilità di tiro esplosi la mia stoccata. BOM! Da lontano sentii un “Bravooo!” Mi sembro’ una voce molto familiare. Mi misi a correre per ritrovare la bestia non più visibile per la strana postazione e me la ritrovai per terra a dimenarsi sul terreno con il grugno che scavava un ultima fossetta prima di andar via. Stupito felice, alzai il fucile al cielo mostrandolo ad Alberto.

Di colpo sentii sparare Michele e Alberto gridarmi :“ sotto, sotto, sotto Antòòò!”. Vidi sbucare a mo’ di missile un cinghiale più piccolo ma veloce. Cercavo di tenere il mirino sul suo corpo immerso tra lo sparto e la salsolla che fitti coprivano i calanchi. Affrettai un tiro, poi un altro e in fine messosi fortunatamente di lungo mirai alto sul dorso sfidando la vista ,la gravità, la fortuna. Finiti i colpi corsi a perdifiato verso il basso mentre Nerone giungeva in corsa dietro l’usta. Vidi una scia rossa nella steppa e pensai al film “Spiriti nelle tenebre”. Al mio sorriso di vittoria Nerone ululò a fermo confermandomi la mia doppietta. Ero felicissimo, un quarto cinghiale scappava indisturbato , mentre io e Michele asportavamo i genitali al grosso solengo.

Alberto mi vide di fronte e lasciata la rabbia per l’ultimo cinghiale scappato mi esplose un “ Fatt vdè da nu masciar …….ca tien’nu cul’ uagliò” Tradotto sarebbe: acciderbolina, che fortuna!!!. Caricati i capi su un’auto, mi godevo dal di fuori sul cofano l’eroica veste del cacciatore del giorno. Giunti all’adunata tutti stupiti mi dispensano complimenti e strette di mano. Unici rimorsi, l’assenza di mio padre e una foto ricordo con quella allegra brigata. Saltiamo in macchina e Alberto dal finestrino guarda Michele e gli dice: Michè!! …….Maria ripara!!.
Michele e Lorenzo scoppiano in una gioiosa risata.