MOCCOLI ALL´ALBA di Giorgio Creatini

Dalla posta del Papero al Poggione, era una sinfonia di moccoli e imprecazioni: “M’hanno fregato le cartucce” “Anche il fodero del fucile” “A me pure il berretto e la cartucciera”.

L’alba di quella mattina di metà ottobre sui Poggetti della foce del Seggio, nell’alta Maremma Toscana fu davvero anomala e per alcuni versi straordinaria. Il vociare concitato di un gruppetto di infuriati cacciatori copriva il canto dei primi pettirossi e il chioccolare dei merli che nel chiaroscuro si spostavano da una pianta all’altra facendo sentire forte il loro richiamo.

“E accidenti qui, accidenti là. E porco qui, porco là”, per non riportare epiteti ancor più coloriti che volavano nell’aria, portati lontani dalla leggera brezza di maestrale che dal mare avvolgeva i ginepri coccoloni e i pini marittimi; pennellate di verde sul quello splendido complesso dunale, tanto appetito dai cacciatori per l’abbondante passo di fringuelli e verdoni che in ottobre era un vero spettacolo naturale.

In paese erano pochi i cacciatori che si dilettavano nella caccia a quei minuscoli uccelletti, si preferivano i colombacci e i tordi, o meglio, la caccia con il cane alle starne a alla lepre visto che nella zona erano presenti molte bandite di caccia e i confini potevano riservare sempre qualche piacevole sorpresa. Cosicché la lotta furibonda per prendere le poste migliori se le giocavano spesso cacciatori Lucchesi, Fiorentini o Pistoiesi che partivano dalle città sempre più presto per arrivare ad occupare i quattro o cinque punti strategici.

Spesso già all’imbrunire della sera precedente, i fari di qualche auto illuminavano il piazzale di sosta e furtivamente si vedevano gruppetti di uomini che, scendevano velocemente e come formiche si avviavano in silenzio dentro la macchia. Le luci delle torce evidenziavano gli stretti viottoli di sabbia che salivano sui Poggetti fino ad arrivare alla sommità dove venivano lasciate cartucce, giacchette, foderi del fucile o quant’altro potesse dimostrare la presa di possesso della posta.

Una volta occupata, tornavano in macchina a chiacchierare, a mangiare e a sonnecchiare scomodamente, sui sedili in attesa dell’alba, sobbalzando e stando pronti ad uscire ogni qualvolta un altro avventuriero illuminava il piazzale, così da far capire che ormai non c’era più posto sui Poggetti migliori. Da diversi anni, specie il sabato e la domenica, le poste del Seggio erano diventate, off-limitis per i cacciatori locali, questo era motivo di forte malcontento, e alla sera nei bar, le discussioni spesso sconfinavano in proclami e minacce verso la brutta abitudine di quei forestieri che impedivano loro di poter cacciare nel proprio territorio.

Qualcuno aveva anche provato a fregare gli “stranieri”, ma dopo un paio di tentativi aveva desistito. Ci voleva troppa pazienza per restare ore ed ore da soli nel bosco con il rischio che magari la stagione cambiasse, e al mattino, dei fringuelli non se ne vedesse neanche l’ombra. Da queste parti i cacciatori non erano così esasperati, e neppure ostili verso chi veniva dalla città, ma questa abitudine che stava montando al Seggio li riempiva di rabbia e non l’accettavano, anche se poi finivano per subire passivamente la situazione, nonostante qualche discussione accesa e minacciosa ci fosse stata, rasentando più volte lo scontro fisico.

Però in fondo, come si dice, “can che abbaia non morde” e i cattivi propositi rimanevano nella mente e nelle parole, anche se saliva un odio crescente verso gli “invasori”. Il fatto poi che fossero pochi gli appassionati di quella caccia nel paese, circoscriveva la protesta, e i cacciatori di colombi, della nobile stanziale e del cinghiale, pur condividendo le motivazioni dell’arrabbiatura e intervenendo a volte nella discussione, alla fin fine se ne fregavano pensando ai propri interessi.

Rimanevano così sei o sette irriducibili che sopportavano ormai da un paio d’anni l’occupazione dei Poggetti e continuavano la loro sceneggiata fatta di discorsi e minacce senza tuttavia organizzarsi e provare tutti insieme a porre fine a quella situazione. I più accaniti erano i fratelli Borsacchini, lavoravano in una cava di soda, e la domenica era l’unico giorno libero che avevano per cacciare; uno di loro, Sergio, una volta era riuscito a prendere il Poggione, ma alle prime luci dell’alba si era trovato praticamente circondato da un gruppo di cacciatori forestieri ed era stato costretto ad andar via tra moccoli e minacce per – come diceva lui – non compromettersi.

C’era poi il Melani che era quello più cattivo e astioso. Proponeva le peggiori alchimie e i piani più diabolici per liberarsi di loro, ma poi alla fine, dopo aver surriscaldato gli animi, era il primo che prendeva e andava a dormire. Giancarlo poi, aveva la fissa dei pneumatici; non per nulla faceva il gommista: “Un bel taglio a tutte e quattro le gomme, e vedrai che non li vedi più” “Si, così magari vengono da te a cambiarle e ci guadagni anche qualcosa” gli rispondeva Francone che era invece il più taciturno e si limitava ad annuire e ad apprezzare i bellicosi propositi di tutti gli altri, finendo poi immancabilmente con l’addormentarsi sul tavolino; mentre il Becagli, ferroviere in pensione, preciso e sempre elegantissimo, tutte le mattine si faceva il suo giretto al Seggio e conosceva a menadito le targhe e i modelli delle auto dei “conquistadores” che nel week-end gli fregavano regolarmente le poste.

Infine c’era Priamo, il più matto della compagnia, faceva il conduttore di ruspe e più di una volta aveva minacciato di spianare tutti i Poggetti: “Così si leva il casino una volta per tutte”, diceva. Quella mattina dunque era davvero successo qualcosa di straordinario. Gli “stranieri” ai primi albeggi avevano raggiunto di nuovo le poste occupate la sera precedente e non avevano più trovato nulla di ciò che ci avevano lasciato. Tutte le cartucce erano sparite, gli ombrelli, i berretti, i tascapani con la colazione. Tra lo stupore e lo sgomento si erano ritrovati poco dopo nel piazzale, con le facce bianche di rabbia e con una voglia matta di trovare i responsabili per fargliela pagare a caro prezzo. Ma c’era ben poco da fare.

Non rimaneva che cercare di far buon viso a cattiva sorte, e cercare di salvare almeno in parte la giornata rovistando nel bagaglio dell’automobile alla ricerca di qualche cartuccia sperando che qualcuno le avesse messe dentro magari per scorta. Uscirono fuori solo un paio di scatole, una per altro di corazzate con piombo numero 3, decisamente inadatte per la caccia a quei piccoli uccellini. Così con una decina di cartucce in tasca per ciascuno si riavviarono mestamente verso i Poggetti ancor più imbufaliti, pieni di odio e con lo stomaco rovesciato dalla bile.

Ma le brutte sorprese per loro, quella infausta mattina di ottobre non erano ancora terminate! Nel lasso di tempo che si erano ritrovati sgomenti e increduli sul piazzale, qualcuno aveva approfittato della loro momentanea assenza per occupare i Poggetti. Erano tre ragazzi giovani, anch’essi di città, che lasciata la macchina lungo la strada, dall’altra parte del piazzale, non avevano creduto ai propri occhi quando giunti alle poste le avevano trovate libere. Per i cacciatori derubati, una volta raggiunte di nuovo le postazioni, l’associare il furto delle cartucce ai nuovi occupanti, fu una cosa matematica.

Iniziarono così a volare insulti e minacce, frullò qualche spintone e qualcuno prese un paio di “labbrate” come dicono in Maremma. Dovettero addirittura intervenire i carabinieri chiamati dal Becagli che nel frattempo era giunto come tutte le mattine al Seggio e si era goduto quella inaspettata ed incredibile scena. Quel giorno così sui Poggetti, invece dei colpi di fucile, riecheggiavano le urla e le imprecazioni, e i primi branchetti di fringuelli passavano indenni, spinti dal maestrale, bassi e paffuti sopra le chiome dei pini marittimi.

Nonostante tutto facesse presagire ad una mossa studiata, si appurò ben presto che i secondi cacciatori arrivati nulla sapevano della “roba” sparita dalle poste. Insomma non erano stati loro, e anche se rimasero dubbi e sguardi feroci tra i due gruppi, si tornò lentamente alla normalità con il risultato che quella mattinata fu praticamente perduta per tutti. Gli ignari fringuelli continuavano a scorrere nel cielo, e il solo Becagli, che però non aveva osato raggiungere i Poggetti, sparava qualche colpo in uno “scansatoio” proprio vicino al mare. In paese già a mezzogiorno, la notizia era dilagata e saltava di bocca in bocca tra lo stupore generale. Chi poteva essere stato a combinare quel bello scherzetto?

Al bar si facevano le più svariate ipotesi, ma nessuno aveva il minimo sospetto su chi potesse essere stato l’autore. Passò così una settimana. Al Sabato successivo i Poggetti del Seggio erano di nuovo pieni. Già a mezzanotte si vedevano albori di fuochi e si sentivano voci dentro il bosco. La notizia era arrivata anche in città, ma evidentemente la lezione, se pur era servita per costringere i cacciatori a starsene dentro le poste, non era stata poi così debellante.

Ci pensò la nuova legge Regionale l’anno successivo a far cessare l’occupazione del Seggio, chiudendo la caccia al fringuello e ai piccoli passeriformi. Ma intanto in paese, in quella famosa settimana, un uomo aggiustava nella sua cantina il suo rinnovato guardaroba da caccia, arricchito anche di ombrelli e tascapani. Ad un tratto il suono di un clacson e una voce familiare lo fecero affacciare fuori. Era il Becagli: “Oh bello, si va a fare un rientrino questa sera?” “Volentieri, però non portare le cartucce, ne ho giusto qui un po’ io, sono di una marca nuova e vanno provate“Ma quante ne hai?…… Un migliaio?” incalzò il Becagli mangiando la foglia. “Forse anche millecinquecento, me le hanno regalate degli amici al Seggio!” Disse Francone chiudendo la porta della cantina e andando incontro all’amico con un sorriso complice e birbante.

Giorgio Creatini