“RICHIAMI VIVI” di Carmelo Chirico

Un caro collega di lavoro toscano mi aveva fatto dono di due richiami vivi, due germani reali che erano uno tripudio di colori ed un continuo starnazzare.

All’epoca lo sgabuzzino, ricavato in un angolo del terrazzo, era completamente stracolmo di stampi, di ogni genere di anatre e trampolieri, con sommo piacere dei miei figli che, allora piccoli, erano soliti giocare con quei giocattoli a dir poco originali.

Trovai lo spazio per posizionare le gabbie dei nuovi ospiti e li accudivo con un’attenzione maniacale, i vicini sopportavano qualche starnazzo fuori orario, ma non si sono mai lamentati per disservizi particolari.

Io che non avevo mai cacciato con i richiami vivi, non vedevo l’ora di fare quell’esperienza che il collega mi aveva più volte descritto come esaltante e che poteva fare la differenza in giornate in cui gli uccelli non volevano saperne di avvicinarsi alle poste.

Quello che l’amico mi aveva propinato in tante discussioni, nell’ora di mensa, si concretizzò nel momento in cui gli strappai la promessa di portarmi due richiami vivi, la prossima volta che fosse tornato da Pisa.

Così un lunedì, mi trovai in macchina con questa grande gabbia, a chiedere dei modi di imbracatura dei richiami e di come utilizzarli al meglio.

In poche, ma intense, lezioni, datomi dal più esperto collega cacciatore, appresi quelle tecniche indispensabili per l’utilizzo di “quell’arcobaleno starnazzante”, e già mi vedevo ad abbattere anatre di ogni specie, che si lasciavano ammaliare dalle “compagne ingannatrici”.

Fu così che in una mattina fredda, di quel novembre del 1984, partimmo alla volta della foce del Fiume Savuto in prossimità di Nocera Tirinese, che, come ogni anno, in coincidenza con le abbondanti piogge straripava dagli argini naturali ed allagava le campagne limitrofe, formando grandi pozze poco profonde.


Oltre agli stampi artificiali, quella mattina, portai i richiami vivi e mi attenni a tutti i consigli che avevo ricevuto, e così, dopo quasi un’ora di preparativi, avevo davanti alla posta, una batteria invidiabile di stampi di ogni genere di anatre, trampolieri, e soprattutto la femmina di germano che fissata ad un’imbracatura faceva bella mostra di se, alternando qualche scodinzolamento al verso tipico della sua specie.

Come consigliatomi, il germano maschio era in un sacco di iuta, debitamente imbracato, e avrei dovuto rilasciarlo, perché raggiungesse la femmina, nel momento in cui la situazione, per la presenza di anatre in avvicinamento, lo avesse richiesto.

Il terreno allagato, dove avevamo creato quel piccolo teatro, essendo di una consistenza simile all’argilla, si comportava come le sabbie mobili, ed avevo sistemato dei rami di arbusti, a mo’ di pavimento, per non rimanere incollato con i piedi al terreno.

L’alba si stava facendo largo tra gli ultimi angoli bui della notte, ed io ero accovacciato dietro il mio nascondiglio, con il cuore in gola, in attesa di quel qual cosa che mi facesse scattare per dare il meglio di me.

Sento dei passi e scorgo la sagoma di un cacciatore che si avvicina alla mia posta, ed una volta giunto accanto a me, dopo i saluti di rito, chiede se ci sono altri cacciatori, in modo da potersi appostare in altre poste poco lontane.

Non sapendo di certo a quale maleficio mi avrebbe condotto quel breve incontro, lo tranquillizzo dicendogli che c’è solo un mio amico alla prossima posta e che non abbiamo incontrato altri.

Si avvia per il viottolo, appena affiorante dall’acqua, e dopo qualche secondo, vedo una fiammata contemporanea ad uno sparo che mi fa sobbalzare e, tiratomi su, vedo il tizio che si rivolge a me dicendomi: “non avete visto l’anatra che era posata davanti a voi?”

Mi avvicino e purtroppo i mie timori diventano realtà nel vedere il germano di richiamo, ridotto ad un ammasso di piume sanguinolente, galleggiare inerme nello stagno.

Inveisco contro l’assassino investendolo con ogni tipo di anatemi e parolacce, e capisco che quello non capisce la mia reazione spropositata, non rendendosi conto di quale malefatta si fosse reso capace.

Solo dopo parecchio riuscì a spiegargli che quella che lui aveva fucilato altro non era che un richiamo, e che se io, che ero appostato lì da più di un ora, non avessi visto quella preda starnazzante, avrei potuto benissimo dichiararmi rincoglionito e darmi all’ippica.

Gli ultimi dubbi, a quel maldestro sparatore, scomparvero nel momento che recuperammo la carcassa del germano ancora imbracato ed ancorato al fondo.

Altre volte qualche cacciatore miope o maldestro aveva provato le cartucce sui miei stampi in plastica, con il risultato di affondarlo, e dopo l’incazzatura e le scuse dell’imbranato, riparavi l’inganno e tutto passava.

Nel caso specifico ho avuto riscontro che molti si improvvisano specialisti di qualcosa che non conoscono per nulla, e ti inducono a rinunciare a ciò che ti appassiona.

Questo episodio dimostra che la cultura di alcune discipline di caccia sono tipiche solo di alcune zone, che hanno forgiato ed educato fior di cacciatori, mentre noi che abbiamo frequentato luoghi prestati ad un tipo di caccia che non è tipica delle nostre zone, abbiamo pagato lo scotto di atteggiamenti di colleghi a dir poco maldestri.

Tratto dalla raccolta “A caccia di ricordi” di Carmelo Chirico