RIFLESSIONI NATALIZIE

Carissimi Amici Cacciatori,
come vi avevo detto con l’ultimo scritto, son qui a Vicenza – nella mia seconda dimora – in compagnia della mia famiglia per celebrare queste Festività e, tra una “portata ed un brindisi”, tra una funzione religiosa ed un regalo, mi soffermo a pensare alla nostra stupenda passione rivivendo i momenti trascorsi e per ciò vi racconto alcuni degli ultimi aneddoti succedutomi nella cacciata del 11 scorso.

Come nostro solito ci siam levati intorno alle 4,30 per incontrarci in sala pranzo dell’hotel alle 5,15, far colazione con dell’ottimo pane caldo abbrustolito, spalmato di naturale burro (giallo) da affioramento e non da centrifuga come quelli che si mangano in Italia e con su un “personale spessore” di marmellata fatta in casa di fichi o mirtilli, per poi inzuppare il tutto o nel mio caffè espresso barese oppure in the’ bollente addolcito con miele locale (senza addizione commerciale di zucchero !!!).

Finito tutto siam usciti per entrare nel “missile” che nel frattempo rumoreggiava in strada per riscaldarsi, ma ci siam bloccati stupiti da quanto visto: la macchina non si vedeva, si sentiva solo il rumore del motore.
Una nebbia fittissima !!!

Saliti in macchina ci siamo lentamente e molto prudentemente avviati a fare i 18 km che ci separavano dall’abitazione del guardiacaccia Gigi, mettendoci ben 36 minuti e consumando un centinaio di parolacce contro una quindicina di basta rdissimi camionisti che guidavano veloci e ci sorpassavano su quella strada e con quella visibilità.
Giunti, trovato Gigi già pronto di tutto il necessario per la giornata inclusi i beneauguranti thermos caldi pronti, fatti i saluti mattutini, controllato che tutto fosse in ordine, siam partiti alla volta delle postazioni in cui si era deciso cacciare.

Va detto che io sarei dovuto essere solo in postazione ma, poiché sinceramente è una cosa che odio oltre essere di una noiosità… noiosa, ho chiesto a Gigel l’accompagnatore di rimane con me.




Arrivati ed usciti dall’auto, sbalordito per l’assordante rumore che il canto delle migliaia di oche lombardelle emettevano dal centro del lago e, considerando ciò, la situazione climatica, il leggero soffio di vento da sud est, ho cambiato programma e mi son portato verso una postazione messa a vento ESATTAMENTE CONTRARIO AI DOGMI CLASSICI.
Perchè questo?
Perché questa idea e quindi questa scelta?
Di solito – chi mi legge assiduamente lo sa – amo sperimentare certe sensazioni o “ragionamenti” che mi balzano alla mente:
a) le oche sono al centro del Lago
b) nebbia… che non vedono nulla
c) vento leggero e per loro… inesistente
d) campi su cui mangiare sul lato nord ovest
quindi mi posto sul lato del “cibo” fregandomene del vento, il gioco di stampi e richiamo tutto sulla mia sinistra tanto che, per abbassarsi e venire, devono avere poi il vento in faccia.

Con l’aiuto del buon Gigel che trasporta in postazione cartucce, bidoncino con dentro richiami, trombe e tutto il resto dell’occorrente per poi tornare a prendere i sacchi di stampi arrancando con l’acqua al polpaccio ed affondando nella mota, dispongo i giochi come mio solito con le oche distanti 40 metri dal capanno, mentre le alzavole prima e poi le anatre sul lato destro – opposto alle oche – partendo a 15 metri da me per allungarsi verso il centro ancora di una 10 di metri.

Finito tutto ciò, entrati in capanno e sistemate bene le canne oltre che dal di dietro e sulla testa per meglio nasconderci, chiudo il lato di ingresso ancora con un “blocco” fatto di paglie tenute insieme da cordoncini o fil di ferro, scoperchio il bidoncino ed inizio con piazzare richiami, batterie e trombe. Intanto Gigel al mio fianco divenuto esperto del mio modo di cacciare, sfodera il Cosmi e lo poggia dinanzi a me sul lato interno del capanno, apre la cassetta delle cartucce e separa il piombo 6 dal piombo 2 iniziando a caricare l’arma.

Lo guardo contento del suo fare leggero, delicato e veloce e gli dico di mettere il piombo 2 come quarta botta perché con questa nebbia le oche verranno basse e quindi non serve sprecar piombo grosso.
Concluso tutto ciò e giunti intorno alle 7,15 con i primi timidi chiarori, immersi nel forte e persistente clamore del canto delle oche lontane circa 1500 metri, seduto sul bidoncino e lui su una cassetta che funge da sgabello, sorseggiamo il nostro bollente thè in silenzio ascoltiamo quanto succede attorno.

Gigel distingue, un secondo prima di me, il richiamare di una oca solitaria e mi avvisa facendomi cenno con un dito. Lo guardo ed assecondo con un sorriso mentre rimane stupito dal fatto che continuo a restar seduto bevendo. Intanto la solitaria si avvicina ed io ancora fermo e con il richiamo spento.

Gira e ci chiama sulla testa; poi lo ri fà sul lato destro e mentre sta richiamando ancora, sul lato sinistro sento un splasch lungo in acqua seguito da un altro ancora. A quel punto con la mano destra mi allungo per prendere il fucile mentre con la sinistra apro un po’ le canne dinanzi a me e vedo 4 oche in acqua tra gli stampi con la solitaria distaccata dal gruppo di 5 metri. Mi alzo lentissimamente, imbraccio il “mostro” ed ho sotto mira 2 oche in fila ma coperte da uno stampo. Non so cosa fare e attendendo, vedo che le due si spostano andando verso una terza ed uscendo dagli stampi. Tiro e le becco tutte tre con una sola cartuccia, passando poi alla solitaria che aveva accennato ad alzarsi… ma rimane li.

Sentendo sbattere ali sull’acqua dell’unica ferita, Gigel senza neppure attendere il mio ordine esce dal capanno per il recupero, ritornando con tutte 4 le catture.
Inizia così quella che diverrà una delle giornate memorabili di questa caccia che pratico da 37 anni e che io definisco “la cacciata della vita”.

Intanto le oche, dal centro del Lago, iniziano a levarsi raggruppandosi a diverse decine e, fregandosene del vento ma ascoltando il mio richiamo, si dirigono verso i campi per la prima colazione e quindi verso di me.
Le sento dapprima andare e ritornare per poi volteggiare sulla mia posta sin quando non sono così basse – massimo 15 metri d’altezza sull’acqua – da poter essere viste e cacciate ma con l’abbattimento di mai più di una per volta, anche se potevo farne strage.

Sono andato avanti così sino alle 9,30 quando, mentre curavo l’arrivo prima ascoltato di una 40ina di oche che con il loro volteggio han richiamato altre sorelle tanto da diventare oltre un 100naio, seguendo con lo sguardo un gruppetto più basso che andava a girare per venirmi di fronte, con la coda dell’occhio vedo uno stuolo di una 15ina di oche posarsi in acqua tra gli stampi come fossero alzavole. Divertito ed affascinato da ciò, non sapendo cosa fare, seguendo sempre le prime che intanto mi arrivavano di fronte, decido di colpo di alzarmi, applaudire e farle levare senza sparare.

Una scena bellissima, indescrivibile che vi lascio immaginare con un fuggi fuggi del selvatico verso ogni privilegiata direzione.
A quel punto, soddisfattissimo della giornata, delle emozioni provate e di quanto Madre Natura mi aveva concesso di godere, ho detto a Gigel che sarebbe stato opportuno tornare in branda a riposare lasciando vivere – per oggi – queste nostre care amiche.

Auguri ancora a voi tutti
Mimmo Tursi

caccia agli acquatici anatre ed oche