´U ´MBATO di Carmelo Chirico

Da noi in Calabria la caccia ai tordi al rientro ( ‘mbatò ) è stata per lungo tempo preferita anche allo spollo ( ‘sbatò ) ed erano molti quelli che preferivano non fare levatacce ed aspettare questi splendidi uccelli già dal primo pomeriggio, in località vicine ai boschi dove erano soliti passare la notte, con l’aspettativa di buoni risultati.

E’ pur vero che questo tipo di caccia si praticava solo dopo che si era esaurita l’entrata dei tordi e questi avevano avuto la possibilità di stabilizzarsi in quei posti che permettevano loro di avere ulivi a poca distanza dai boschi, per cui dopo la notte nel bosco, la mattina la dedicavano a cibarsi tra gli uliveti, e già dal pomeriggio ritornavano nella sicurezza del bosco.

In questi tragitti, sino all’imbrunire, sono stati sempre insidiati dai cacciatori, ma purtroppo oggi c’è chi, già il primo giorno d’entrata, li aspetta al rientro, per cui molti tordi disturbati, preferiscono spostarsi in altre zone o rimanere all’interno del bosco fino a quando trovano riparo e cibo.

Quando “’u ‘mbatò” si cominciava a metà novembre, non per imposizione ma come scelta strategica, eravamo soliti frequentare un bel posticino, una località chiamata “ i puzzetti” vicino al paese di Melicuccà, che tante soddisfazioni ci ha dato in pomeriggi autunnali.

Lasciata la macchina ai bordi di un grande uliveto, ci si incamminava lungo un viottolo che solo i contadini locali e noi cacciatori conoscevamo, e mano a mano che si scendeva verso la vallata, il paesaggio cambiava passando dalla zona coltivata ad ulivi, ai campi coltivati ad ortaggi, sino ad arrivare a zone incolte che limitavano con macchie di bosco fitto, dove le sterpaglie la facevano da padrone.

Al limite di queste zone incolte eravamo soliti predisporre le poste, che diventavano stagionali, ed a seconda di alcune condizioni climatiche e logistiche, ti davano la possibilità di poter tirare anche a venti tordi in pomeriggi autunnali.

Era anche bello arrivare con comodo ed avere la possibilità di sistemare l’attrezzatura, fare colazione con i tuoi compagni di caccia, cazzeggiare per un po’ sino a quando il primo tordo si decideva a ritornare con largo anticipo al bosco ed ognuno andava ad occupare le poste e cominciava l’attesa.

Alcune volte si provava l’efficacia delle cartucce su qualche fringuello, che in un moto continuo anticipavano i tordi nel ritorno per la notte.

Ai “puzzetti” incontravi poi un personaggio singolare “Peppe” che ti aspettava per scambiare qualche parola, lui sempre al lavoro e con immancabile accetta sulla spalla.

Il suo aspetto fisico, associato ad un linguaggio infantile, faceva denotare carenza nello sviluppo psichico, e per questo forse si nascondeva alla vista del prossimo, ma da noi, che lo avevamo quasi adottato, e da cui aveva avuto solo gentilezze e qualche regalo, non si nascondeva anzi cercava quei brevi incontri in cui si sentiva al centro della nostra attenzione.

Sicuramente avrà passato gran parte della sua vita a vedere solo ulivi e potare alberi, sempre in solitudine e questo non lo aveva aiutato di certo.

Il carniere lo gratificavi solo se dal primo pomeriggio sino a poco prima dell’imbrunire, il passo degli uccelli avveniva con periodicità e ciò ti permetteva di sparare e recuperare quello abbattuto, per poi ritornare alla tua posta ed aspettare.

Se il clima non era inclemente, diventava piacevole l’attesa, ma sempre nella mente avevi l’insofferenza, che in questo tipo di caccia ti accompagna, pensando che al momento massimo del passo corrisponderà l’arrivo della sera e così anche la fine di quella giornata di caccia, e questo ti deprimeva un po’.

Quel dicembre del 1990, lo ricordo ancora per una particolarità, la mattina allo spollo erano pochissimi i tordi che approcciavi, mentre al rientro potevi anche tirare a venti tordi e questa è l’ennesima riprova che la caccia non ha mai riscontri esatti.
 
Un pomeriggio bellissimo arrivammo con largo anticipo ed occupammo le poste migliori, Enzo Quattrone e mio padre si erano sistemati in prossimità di un pianoro, mentre io ero a ridosso di un grande rovo che mi faceva da riparo, ma mi permetteva di avere la visuale a 360°.

Davanti a me un alberello secco, che era stato risparmiato da “Peppe”, e che era come il miele per tutti gli uccelli che dopo avere affrontato la vallata, prima di addentrarsi nel bosco, si posavano forse per riposare o per aspettare un compagno ritardatario.

Avevo sentito e letto tanto sulla caccia al capanno in zone appenniniche del nord e centro Italia e devo dire che non mi aveva mai interessato più di tanto, ma quel pomeriggio inconsapevolmente, pur senza richiami vivi, inganni e capanno, feci l’esperienza che può considerarsi riconducibile a questa attività.

I tordi che arrivavano dalla vallata, anziché proseguire nel loro volo verso il bosco, mentre io mi sgolavo con il fischietto a richiamarli per farli venire a tiro sulle poste, erano calamitati dai rami di quell’alberello secco che si trovava a soli venti metri da me.

Immaginate la meraviglia di vedere un tordo che da lontano si avvicina alla tua posta a non più di 30 metri d’altezza, e quando ti abbassi per renderti invisibile ed aspetti che ti venga a tiro, sempre con il cuore in gola in quei secondi che sono un’eternità, non succede nulla, è scomparso.

Riabbassi il fucile, ti tiri su e con stupore ti accorgi che è posato su un ramo dell’albero davanti a te e si offre inconsapevole al successivo sparo. Preso!. Per uno che a fermo non è mai stato un asso è una soddisfazione.

Recuperato il tordo ho il tempo di riarmare e tornare a guardarmi intorno, anche perché anche gli altri sparano, ma ecco che si ripete la scena precedente e stavolta è un merlo a farsi impallinare fermo su un ramo.

Capisco che devo cambiare tattica, cerco nello zaino le cartucce caricate da me con 1,30 gr., di una miscela con polveri SIPE-S4-STAR, in bossolo di cartone con innesco 6,45, una borra di feltro e 27 gr. di pallini del n°11, che metto di prima canna, mentre in seconda canna la solita SMI STANDARD con piombo del n°10.

La cartuccia cal.20 caricata da me è devastante e perfetta nello stesso tempo, perché alla precisione di tiro corrisponde un effetto non distruttivo per la preda colpita a non più di venti metri e così nello spazio di due ore recupero a terra 15 tordi, anche perché dopo i primi due non sono andato più a raccoglierli.

Premetto che ho evitato accuratamente di non tirare ad ogni specie di passeraceo e fringuello che, come calamitati, venivano a posarsi davanti a me, e che ho fatto solo due merli al volo, prima di smettere per l’incombenza della sera.

Entusiasta per i buoni risultati, decido di ritornare il giorno dopo e porto con me cartucce caricate ad hoc, volendo far fare quell’esperienza anche a mio padre che sparava bene “’o posu”.

La giornata si presentava bene, bel tempo e clima mite, e mentre divoravamo il percorso che ci separava dalla macchina alle poste, si cominciava a fare programmi su come sistemarci e quali astuzie mettere in atto, sperando che nessun altro ci avesse anticipato.

Il solito incontro con “Peppe”, al quale il giorno prima mio padre aveva regalato un paio di stivali nuovi, che con il suo tipico linguaggio stentato ma chiaro, ci avverte che nessuno ci ha preceduto e che per farci cosa gradita ha pulito da sterpaglie ed alberelli le zone vicine alle poste.

Ahimè il nostro caro amico in uno slancio di gratitudine mi aveva privato di quegli elementi che mi avevano permesso di fare un buon bottino il giorno prima e che non ci avrebbero permesso di imitare la caccia al capanno. Lo ringraziammo lo stesso per il suo slancio ed un po’ a malincuore e delusione ci avviammo alle poste.

Devo dire che non avevo mai visto un pianoro così pulito, attorno alle poste sembrava un campo da golf e una catasta di legna era tutto quello che rimaneva dell’albero che avevo davanti alla posta il giorno prima, in compenso non avremmo avuto difficoltà a recuperare i tordi abbattuti.
 
Quel pomeriggio i tordi decisero che per arrivare al bosco avrebbero preso le alte quote, pertanto avemmo tantissimi tordi sulla poste ma ad altezze vertiginose, e non sentivano nessun richiamo che li facesse abbassare. Tentammo qualche fucilata a quelli più abbordabili, ma con scarsi risultati, tranne all’imbrunire quando per venti minuti fummo testimoni di una sfuriata pazzesca di merli e tordi che a bassissima quota attraversavano le nostre poste. Risultato 8 tordi e quattro merli. Meglio che niente.

Tratto dalla raccolta “A caccia di ricordi” di Carmelo Chirico