UN CALIBRO 28 PER SEI di Carmelo Chirico

racconti di caccia
Se alla fine degli anni 60 sei cresciuto per le strade di via Cortese a Reggio Calabria, la vita di rione che hai condiviso con altri ragazzi della tua età sicuramente ti avrà forgiato in ambienti non ostili, ma certo ruvidi e formativi.

Oltre a correre dietro ad un pallone tutto rattoppato a consumare scarpe, per la disperazione dei genitori, ed ai primi amori giovanili che facevano ribollire i nostri ormoni, vi era una sorta di legame carnale che univa ragazzi di estrazioni diverse che per oltre un trentennio sarebbero stati “amici per la caccia“.

Passione strana la caccia, non sai perché ti scoppia dentro ma te la porti dietro e ti trascina in un vortice di competizione con te stesso, per tutta la vita.

Ecco che, se un gruppo di sei amici d’infanzia, di cui io ne facevo parte, condividevano qualcosa che li appassionava a tal punto che, udite, udite, erano soliti andare a caccia in sei con un solo fucile, allora bisogna dire grazie a quel legame che per anni li ha uniti.

Il nonno di Domi aveva donato al nipote una doppietta cal. 28, che lo accompagnava nelle sue uscite, seguito sempre da qualcuno dei suoi amici.

Immaginate le discussioni su cartucce e caricamento, luoghi di caccia e tiri eccezionali, di sei pivelli che di esperienza ne avevano poca ma che per entusiasmo avrebbero gareggiato con i più esperti cacciatori, il tutto grazie a quello che apprendevamo dai più grandi.

Tantissime le sere che seduti su un muretto eravamo completamente persi ad ascoltare i più grandi che disquisivano sull’andamento della stagione, rifilandoci i soliti luoghi comuni e le solite frasi fatte sul tempo, sulle poste migliori, giurando sulla miracolosità delle proprie cartucce, sui carnieri quasi sempre gonfiati e sulla sana competizione, che anche noi con il tempo avremmo emulato.

Atmosfere così coinvolgenti da farti estraniare dalla realtà tanto da non farti rendere conto del passar del tempo, sino a quando qualcuno dei genitori non veniva a darti il risveglio ricordandoti dell’ora tardi e degli impegni scolastici del giorno dopo.

Oggi non sarebbe certo possibile fare ciò che, l’incoscienza e la socialità dell’epoca, di sei veri amici, portava ad andare in vespa alle prime ore dell’alba per insidiare fringuelli, allodole e strillozzi in una carovana anomala ma speciale.

In sei tra i vigneti di Pellaro cercando di nascondersi, tra i tralci di vigna, alla vista di quei piccoli migratori, alternandosi, nell’imbracciare quella doppietta calibro 28 per tirare a qualche allodola e poi passare la mano ad un altro amico aspettando poi il prossimo turno.

Comportamento sicuramente da recriminare, ma se attenuante possiamo portare a nostra discolpa, considerato il periodo in cui tutto ciò accadeva, bisogna considerare la scarsa densità di cacciatori e di zone urbanizzate, oltre alla scelta da parte nostra di luoghi del tutto isolati per esercitarci in quell’esercizio di crescita nella caccia e nell’amicizia.

Inoltre dettaglio da non trascurare, pur avendo il porto d’armi, non tutti noi possedevamo un fucile tutto nostro.

Ma quello che ci faceva già grandi, anche se grandi non lo eravamo, era la condivisione dei momenti che andavano dai preparativi, alla degustazione di quanto cacciato, che da soli eravamo usi cucinare in una casetta che i genitori di Domi avevano costruito in periferia e che avevamo eletto a nostra isola di spensieratezza.

E’ proprio il caso di dire: “beata spensieratezza“ ormai perduta.

Dedicato ad un amico che sta combattendo contro un nemico subdolo e terribile.
Forza Domi, sei stato e sarai sempre il più forte fra noi
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Carmelo Chirico