UN´USCITA DIVERSA, UNA DELLE TANTE … di Renzo Stella

A volte si riesce, senza troppa fatica, a concretizzare in poco tempo un sogno, un desiderio oppure una semplice voglia.
Questa è stata una di quelle volte.
Mi sono tolto una voglia.

Il mio desiderio sarebbe stato quello di trascorrere una intera giornata a vagare tra i miei boschi, quelli che tutti i santi giorni guardo quando mi affaccio al balcone di casa; sicuramente in compagnia del mio cane, non necessariamente dello schioppo; con zaino ben fornito di panino e bibita e, perche no, di qualche stuzzichino canino onde evitare l’assalto al salame da parte del’animale, tra le altre cose non propriamente salutare per la sua dieta.

E quel sogno, costruito davanti alla tv mentalmente massacrante dove tra esodati, cassaintegrati, e disoccupati a migliaia e personaggi più o meno credibili che sbraitano promesse, pur sapendo a priori che non potranno onorare , ha preso lentamente ma consapevolmente forma.

Il periodo mi concedeva ancora “” da calendario “” di poter vagare armato di doppietta; la neve caduta sicuramente no, quindi la decisione era presa. Complice la tregua meteo, avrei goduto della mia passeggiata armato solo di zaino con viveri e bevanda, temperino multiuso che non si sa mai, immancabile bastone e cane al segiuto.

Anzi, a dir la verità, a seguire era proprio il sottoscritto. Le sigarette, maledette loro, lasciate tristi in macchina per non avere tentazioni dal veleno che toglie il fiato. Solo un attrezzo diverso in più a pesare sul collo con i suoi tre etti buoni: la fedele macchina fotografica.

Non un’alzataccia stressante, ma una levata tranquilla che nemmeno la sveglia, un tempo odiata a prescindere, ha dovuto incitare maleducatamente, come era programmata a fare, per accompagnarmi al lavoro.

Volendo la agognata pensione non è necessariamente noiosa come la si dipinge; solo si pensa un poco di più al prossimo traguardo .. l’ultimo!

I passi sono magicamente silenzioni sopra quel buon trenta centimetri di candida coltre che ha imbiancato tutto per chilometri. Le foto sono un poco complicate da eseguire, bisogna tener conto della troppa luce, della troppa ombra, del troppo bianco e della riflessione dei raggi solari che questo candore comporta; ma una buona scelta sull’automatico della macchina aiuta parecchio.

Il difficile, e molto, è avvicinarsi a tiro obbiettivo al solitario fringuello che si fa beffe della nostra presenza, come sapesse di non essere per nulla vanitoso e non aver necessità di essere messo — in copertina — ; pur svolazzando senza fretta di ramo in ramo, e neppur troppo distante.

Il cane, invece, si sente la star del momento, pare mettersi in posa al momento di essere mirato dalle lenti.

Fa freddo. Meno uno. Ma l’assenza completa di vento ed un sole splendente alle dieci del mattino ti fanno stare bene; la neve asciutta nemmeno ti bagna i jeans. Le foto addirittura si sprecano, cercando tra le pieghe del ghiaccio, un rametto infreddolito dalla presa della galaverna.

Un suono familiare, anche se abbastanza raro per me, mi costringe a guardare un albero vicino, per metà coperto di neve e vedere, oltre che sentire distintamente, una decina di meravigliose Cesene. Un suono quasi metallico del loro inconfondibile verso da il via al decollo immediato di tutto lo stormo che si allontana in un batter di ciglia, piccato per la mia presenza disturbatrice.

Troppo veloci e troppo piccole per la mia attrezzatura; troppo tempo perso a cercare di guardarle e mirarne almeno una isolata. Mi accontento di sapere che ci sono, e sono meravigliose.

In alto, alcuni puntini neri mi fanno capire che non sono alieni, ma uccelli che se ne vanno per la loro strada, ma sono troppo lontani e quindi quasi irriconoscibili. Sono sicuro però che si tratti quasi certamente di un volo di cormorani. Collo lungo, proteso verso la meta e ali un poco arcuate; la formazione nella classica delle posizioni: la V.
Anche con il tele montato alla veloce, risulterebbero piccoli punti indefiniti sullo schermo. Li guardo andar via.

Ora comunque sia, lo stomaco reclama la sua parte e seduto su di un masso che ho quasi ripulito dalla neve, mi godo il croccante panino con il salame. E lui, il mio amico peloso, dopo aver scavato un tunnel nella neve fresca viene a reclamare la sua razione di croccantini. Bella questa passeggiata, serve come costante allenamento mio e suo. Soprattutto allenamento mentale per cercare di allontanare pensieri e preoccupazioni che questa nostra condizione ci fa nascere dentro.

E penso ancora una volta sulla povertà di emozioni che provano coloro i quali chiosano su tutto quello che concerne la nostra passione, che cercano di tarparle le ali, di sotterrarla sotto demagogie e stolte interpretazioni da salotto di città. Ho visto un voletto di Cesene; se avessi avuto la doppietta un colpo almeno sarebbe partito, per aggiungere un tocco fine al piatto di carne aviaria. Ho goduto del volo veloce di uccelli altissimi e imponenti. Ho guardato e seguito quelle orme che, convintamente, credevo mi facessero scovare l’orecchiona. Ho contato almeno dieci passegitti di ungulati, che con il loro peso avevano impresso orme ben definite sull’acqua gelata … non ne ho visto nemmeno uno, nemmeno da lontano.

Ma sono stato ugualmente a caccia, anche senza fucile. Certamente non è la stessa cosa e non da la stessa forte emozione, ma …. a volte è ugualmente appagante.
Grazie alla rete tecnologica si apprendono notizie che fanno perlomeno sorridere per pena, se non arrabbiare completamente. Scolaresche private, ad esempio, di lezioni sulla natura perche si presume che i giovani fanciulli imparino ad uccidere animali, pesci o uccelli poco importa; nulla conta sulla loro educazione, che credano pure che la carne nasca nel cellophane, da eliminare a prescindere dal loro vocabolario la parola caccia e pesca.

Che dispiacere provo per le loro giovani menti, lavate e condizionate da pratiche politiche insulse e denigratorie. Pratiche che impongono loro di “”amare gli animali “” e che questo vuol anche dire portarseli a letto come peluche o bambole di pezza perche li facciano incontrare Morfeo nel più dolce dei modi.

Il cane miglio amico dell’uomo? A questo punto e a queste condizioni non lo credo più. Alle condizioni normali sì, ne sono convinto e lo provo su me stesso con il mio cane. E quali sono le condizioni normali se non quelle di lasciarlo correre come vuole? Di lasciare che si rotoli nel fango, che azzanni anche la preda se crede, di evitare di vestirlo con mantelline o cappotti assurdi che mai Madre Natura ha previsto per la sua condizione di canide?

Ma accompagnarlo, o peggio pretendere che dorma accanto a noi sotto le coperte, o che mangi sulla nostra tavola, mai ! Ne va della sua stessa salute mentale e fisica. Ma, vaglielo a spiegare?
E’ ormai una vera sindrome, una malattia … malattia di civiltà cittadine e tecnologicamente troppo avanzate; incapaci di riconoscere, senza attrezzatura digitale, quale sia l’alba o il tramonto. Speriamo solo che questa sia l’alba di una nuova civiltà.

Stella Renzo