I NOSTRI CAPPONI DI RENZI

I NOSTRI CAPPONI DI RENZI  caccia

“…e dava loro di fiere scosse, e faceva sbalzare quelle teste spenzolate; le quali intanto s’ingegnavano a beccarsi l’una con l’altra, come accade troppo sovente tra compagni di sventura”.

I Promessi sposi-

Cap. III Rodolfo Grassi

Il conto spaventerebbe persino Matteo Renzi perché nessuno ha mai calcolato quanto costerebbe il nulla osta a cacciare in tutta Italia pagando, se la legge lo consentisse, il lasciapassare ad ogni ATC. In Lombardia all’incirca 5 mila euro, poco meno di dieci milioni delle lire di un tempo oramai dimenticato, tanto quanto dieci mesi di pensione sociale. Sommandovi le altre zone d’Italia si salirebbe a vette di spesa da capogiro per una cinquantina di giorni virtuali in cui sarebbe consentito catturare non più di due capi per uscita ma, in alcuni territori, con un limite a stagione. Insomma, un fagiano tutto d’oro costerebbe forse meno.

Ed è la desolante immagine della caccia che ha inventato, espiandola poi come condanna, l’autogestione nel grande progetto di render tutti responsabili e sta invece sempre più virando verso un affresco affollato di controfigure fuori tempo simili a poveri diavoli delle riserve indiane. Perché hai un bel dire ma ogni Atc rischia di diventare uno steccato chiuso riportando la caccia a quella economia curtense che caratterizzò il Medioevo. Ciascuno nel suo campicello che gli avrebbe garantito il pane della miseria ma nessuno potendo diventar ricco si ritrovavano tutti poveri.

Un egualitarismo all’ingiù che neppure il ministro delle finanze greco sarebbe capace di render ancor peggiore. Perché ai soldi ed ai recinti devi aggiungere le barriere degli egoismi locali tantochè il richiamo a Renzo Tramaglino che nello stupendo romanzo di vita del Manzoni si reca dall’avvocato Azzeccagarbugli portandogli quattro capponi da mettere in pentola rischia di diventare la nostra simbolica immagine allo specchio. Ma questi sono altri discorsi per altri tempi. Di sicuro qualcosa occorre fare. E qui c’è un accordo pressoché unanime sulla sinfonia unica della necessità di cambiare.

Come agire e in che tempi invece trova tutti divisi, ciascuno nella sua repubblichetta difesa da mura edificate con ricevute di versamenti fatti dai cacciatori, ognuno nel suo campicello a seminar fagiani, sperar in qualche quaglia, immaginare il volo d’una brigata di starne o quel sospiro flebile e d’incanto dell’ala di beccaccia. Accade perché si è innestato un meccanismo perverso in cui la benzina la mettono i cacciatori che pagano per la gestione (dai costi degli uffici alle indennità e rimborsi spese ai dirigenti e all’acquisto dei selvatici) dopo aver versato allo Sato una tassa per il porto d’armi uso caccia, ed alla Regione un’altra tassa per interventi non di rado occasionali e infine un’altra “tassa” ancora all’ATC o comunque alla direzione del “recinto” di caccia a cui accedere.

Soldi che alimentano il bilancio e dei quali almeno la metà (il conto è necessariamente approssimativo) viene utilizzata per l’acquisto di selvaggina o il rimborso dei danni subiti dagli agricoltori o, infine l’acquisto di “coltivazioni in atto” o “miglioramenti ambientali”. Ed a decidere non sono i rappresentanti dei cacciatori che pagano ma la maggioranza che non di rado, sui singoli provvedimenti, risulta fatta da compagni di strada con una casacca diversa da quella delle associazioni di chi paga.

Gli interventi? Pochi e, alcuni, subito. La politica ( almeno questa volta) abolendo le Province ha dato un esempio, le proposte dei cacciatori sono in gran parte percorribili in tempi brevi. Accorpamenti degli Atc per terreni e zone omogenee, azzeramento delle indennità a presidenti e consiglieri riconoscendo loro solo il rimborso per viaggi, incarichi di non oltre due mandati, eppoi…Tanti i problemi, tante le soluzioni per non fare la fine dei capponi che …Ma questo tutti lo sanno.