LA CABINA DI REGIA SULLA CREAZIONE DEL FONDO PER IL RECUPERO DELLA FAUNA SELVATICA

“Nasce il fondo nazionale per il recupero della fauna selvatica da un milione di euro”. Lo annuncia, tramite alcune agenzie di stampa e sui propri profili social il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa.

Un emendamento alla legge di stabilità stabilisce che è prevista l’Istituzione di un Fondo nazionale per il recupero della fauna selvatica con una dotazione di un milione di euro annui a decorrere dal 2021. Il Fondo è destinato a sostenere l’attività di tutela e cura della fauna selvatica da parte delle associazioni ambientaliste riconosciute ai sensi dell’articolo 13 della legge n. 349/86, che abbiano nel proprio Statuto questa finalità e gestiscano centri per la cura e il recupero della fauna selvatica, con particolare riferimento alle specie di interesse comunitario. La norma prevede che le modalità di utilizzo del Fondo siano definite con decreto del ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del mare da adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, sentiti il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali e il ministro della Salute. Entro novanta giorni dall’entrata in vigore legge, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano dovranno trasmettere al Ministero dell’Ambiente l’elenco dei centri per il recupero della fauna selvatica operanti sul territorio gestiti dalle associazioni.

Il mondo venatorio rappresentato dalle Associazioni Riconosciute (Federazione Italiana della Caccia, Associazione Nazionale Libera Caccia, Enalcaccia, Arcicaccia, ANUUMigratoristi, Italcaccia, Ente Produttori Selvaggina) e dal CNCN – Comitato Nazionale Caccia e Natura, ritiene inopportuna la soddisfazione del Ministro Costa, specie quando considera che le associazioni ambientaliste riconosciute – le uniche destinatarie delle risorse del fondo di nuova istituzione – da oggi non sono più sole a difesa del patrimonio indisponibile dello Stato.

Forse il Ministro non ricorda che dalla promulgazione della L. n. 157/1992 ad oggi prima le Province e poi (dopo la Delrio) le Regioni hanno investito risorse, uomini e mezzi per la gestione e l’attività di centri a carattere provinciale, secondo un preciso ruolo di soggetti gestori del patrimonio faunistico che ricade dalla stessa legge 157, per l’attività di recupero, cura, riabilitazione e reimmissione in natura di esemplari di fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato.

Basta scorrere i bilanci delle province e delle Città metropolitane e ora quelli delle Regioni per rendersene conto. Tra l’altro, è bene evidenziare che le somme sin qui impegnate – in assenza di qualsiasi erogazione governativa – provenivano e provengono da risorse proprie delle medesime PP. AA. e da quindi anche da quota parte delle tasse di concessione regionale in materia di caccia versate dai cacciatori.

Sarà opportuno che il Ministero, nella redazione del bando, presti adeguata attenzione al fatto che esistono specie di fauna selvatica nei confronti delle quali sussistono obblighi comunitari di controllo a fini di eradicazione. Non sarebbe proprio il caso di portare a casa una procedura di infrazione da parte dell’UE allorché, al posto di tentare di eradicare dai nostri habitat nutrie e scoiattoli grigi, le stesse specie fossero oggetto di cura e reimmissione in natura. Tra l’altro, visto che parliamo di risorse limitate, in assenza di

criteri e protocolli di priorità, rischiamo magari di non avere i soldi per curare le vere emergenze, ossia quelle che caratterizzano le specie tipiche del nostro panorama faunistico nazionale.

Detto questo, ci sorgono spontanee alcune domande: come mai a questi fondi possono accedere soltanto le Associazioni Ambientaliste riconosciute ai sensi dell’articolo 13 della legge n. 349/86? Quali saranno i requisiti previsti nel bando per l’assegnazione dei fondi? Non sarebbe più opportuno, in un’ottica di inclusione piuttosto che di esclusione, considerare anche quelle realtà che già oggi sono impegnate per legge in attività di ripristino ambientale e tutela della fauna selvatica (ATC – ambiti territoriali di caccia, Comprensori alpini, Enti parco, etc.)?

Come Cabina di Regia Nazionale non possiamo non porre attenzione per evidenziare a tutti i limiti e le criticità di questa iniziativa che, malgrado le apparenze, sembra favorire sempre gli stessi interlocutori e non aprire alle associazioni e realtà di natura diversa, che sono comunque concretamente attive a tutela della fauna.

Tratto da Federcaccia.org

 

valle di fiordimonte riserva di caccia