LA NATURA VA CONOSCIUTA E DI CONSEGUENZA GESTITA CORRETTAMENTE

caccia in scozia sassetti oche anatre beccaccia gennaio 2019

 

Alcune riflessioni sullo scritto di Ilaria Capua pubblicato alcuni giorni fa sul “Corriere della Sera” in merito alle specie aliene e alla gestione in generale. Cosa imparare dalla vicenda Covid-19

Roma, 28 maggio 2020 – I numerosi spunti presenti nell’articolo a firma di Ilaria Capua apparso sul “Corriere della Sera” convergono tutti verso la considerazione finale che l’uomo troppo spesso agisce sulle risorse naturali in modo sconsiderato, salvo poi accorgersene quando è troppo tardi. Le cause sono molteplici: a volte gli interessi economici, ma molto spesso l’ignoranza e in generale la scarsa considerazione delle conseguenze che determinate scelte hanno sugli ecosistemi e sulle specie. Non mancano gli esempi degli effetti indotti dalle azioni dell’uomo sulla Natura e sulla biodiversità: gli inquinamenti, i cambiamenti climatici, il consumo di suolo sono evidenti a tutti i cittadini, ma altre situazioni negative sono invece poco conosciute e tra queste il problema delle specie aliene invasive e la gestione faunistica in generale.

L’esempio della nutria portato dalla Capua rende nota una realtà molto grave nel nostro Paese, cioè la generale assenza di attenzione “ecologica” e scevra da ideologie degli Enti pubblici alle questioni ambientali. La nutria non è l’unica specie aliena che oggi in Italia minaccia gli ecosistemi e le specie autoctone; vi sono molte specie vegetali, ma anche uccelli quali l’Ibis sacro e il Parrocchetto. Tutte queste specie sono inserite nella lista rossa europea che prevede l’eradicazione o il contenimento, per preservare le specie autoctone e la biodiversità dei Paesi dell’Unione. È sufficiente approfondire appena le conoscenze per comprendere che in questo campo le azioni delle Istituzioni sono assenti o troppo deboli. Anche la gestione di specie autoctone problematiche, come cinghiale e altri ungulati, oppure il lupo o l’orso in determinati contesti non è applicata in modo oggettivo ed efficiente.

I motivi sono da ricondurre in parte alle difficoltà di applicazione di leggi e disposizioni, ma in primo luogo alla diffusione di un approccio “antropomorfico” agli animali e di conseguenza all’applicazione di concetti di “pietà” nei casi di necessità di abbattimento di capi che non dovrebbero essere presenti in determinati luoghi per conflitti con la biodiversità o con le attività umane radicate nel territorio.

La conclusione della Professoressa Capua è limpida: la conoscenza deve essere alla base delle azioni dell’uomo, dalla tutela della salute a quella della Natura e della sua diversità. La vicenda del COVID-19 ci ha confermato che le due cose sono legate indissolubilmente.

Federcaccia auspica che la conoscenza guidi in futuro anche la tutela della Natura, senza i paletti ideologici che oggi limitano e mettono a rischio la stessa eccezionale biodiversità del nostro Paese.

Ufficio Studi e ricerche faunistiche e agro-ambientali

Tratto da federcaccia.org

 

valle di fiordimonte riserva di caccia