LUPI IN APPENNINO: TRA 600 E 1.000

Certe notti l’ululato è così forte che sembra di averli lì a pochi metri, dietro l’ultima curva del paese. In realtà loro, i lupi, di avvicinarsi alle case non ci pensano proprio. Da secoli sono così abituati a essere ammazzati a fucilate, avvelenati o bruciati mentre dormono nelle tane che appena nati hanno già una paura dannata dell’uomo.

E’ l’istinto, spiegano gli esperti. Quello stesso istinto di sopravvivenza che ha permesso tra gli anni Settanta e Ottanta a qualche lupo appenninico (“canis lupus italicus”, li chiamano gli esperti) di rifugiarsi nelle zone più impervie dell’Abruzzo e delle Foreste Casentinesi, sfuggendo all’estinzione.

Poi la musica è cambiata. Merito della coscienza ambientalista o, forse, degli indennizzi concessi ai pastori le cui greggi venivano attaccate. Sta di fatto che da allora il più celebre predatore delle nostre montagne ha iniziato a riprodursi. E a spostarsi: dagli anni Novanta i lupi hanno iniziato a risalire la penisola lungo gli appennini, spartendosi il territorio. Difficile fare la stima di quanti ce ne siano in tutta Italia: gli studi più attendibili parlano di un numero compreso tra le 600 e le mille unità.

LA SITUAZIONE NEL BOLOGNESE – Più chiara la situazione nell’appennino bolognese, dove dal 1998 è attivo un monitoraggio della Polizia provinciale. «Tra il 2002 e il 2008 – spiega Andrea Bortolini, addetto del settore ambiente della Polizia provinciale – abbiamo verificato la presenza di 148 diversi esemplari di lupo, tutti nelle zone del Corno alle Scale e dei laghi di Suviana e Brasimone.

Grazie all’analisi delle feci siamo riusciti a ricostruire il dna degli animali, che ha escluso possano trattarsi di cani selvatici. Attualmente nella nostra zona i branchi censiti sono 14, ognuno con una media di sei esemplari». Insomma, nel solo appennino bolognese si aggirano tra i settanta e i novanta lupi, divisi in 14 “famiglie”, ognuna delle quali ha a disposizione un territorio che oscilla tra i 70 e i 100 chilometri quadrati.

Avere il quadro aggiornato della loro presenza è impossibile: ogni branco si sposta continuamente, macinando centinaia di chilometri al mese. Tanto per fare un esempio, nel 2004 un lupo soprannominato “Ligabue” percorse con un radiocollare al collo oltre 1.200 chilometri, dall’appennino parmense alle alpi francesi e ritorno.

Insieme ai colleghi, Bortolini perlustra continuamente crinali, boschi, sentieri e strade forestali, soprattutto di notte o all’alba, alla ricerca di tracce dei lupi. Quando c’è la ragionevole certezza della presenza in zona di un branco, si tenta di capirne la composizione facendo risuonare nell’aria ululati registrati: a rispondere sono quasi sempre i cuccioli, per natura più curiosi rispetto agli adulti.

A quel punto vengono posizionate foto-trappole e video-trappole, in grado di testimoniare l’effettiva presenza del predatore. «Sfatiamo il mito – prosegue Bortolini – che il lupo attacchi l’uomo: questi animali evitano accuratamente la compagnia dell’uomo e infatti gli avvistamenti più comuni durano pochissimi secondi. Ogni branco è composto dalla “coppia alfa” (i capifamiglia), dalla cucciolata più recente (quella nata tra la fine di aprile e l’inizio di maggio di ogni anno) e da quella dell’anno precedente. I “figli” più grandicelli, invece, dopo un paio d’anni sentono l’istinto di andarsene via per creare un nuovo branco».

di Davide Costa

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