FUCILE DA CACCIA: LE CANNE DI UNA VOLTA. TORCIGLIONE

La costruzione delle canne di una volta prevedeva grande manualità, tanto lavoro e continua ricerca di materiali.

La canna del fucile da caccia è la parte fondamentale di ogni arma. Oggi come in passato a seconda del materiale con il quale è costruita, la sua alesatura nei vari calibri e le sue forme, può essere foriera di grandi soddisfazioni o cocenti delusioni. Oggi le canne per la maggiore vengono prodotte con procedimenti industriali e con acciai particolarmente evoluti, ma una volta non era affatto così.

Le prime canne per fucili da caccia, erano quelle cosi dette a “torciglione”, realizzazioni che avevano un procedimento di lavoro decisamente lungo e richiedeva una equipe di artigiani specialisti per l’ottenimento di un soddisfacente risultato. Pazienza e grande capacità quindi. Il complesso procedimento prevedeva una verga di ferro lunga e tendenzialmente di forma tronco conica, che gli artigiani del 1800 chiamavano mandrino. Attorno ad esso venivano, dopo preventivo riscaldamento avvolte a spirale delle verghette di metallo di pochi mm di lato. Il materiale delle verghette era la risultante di un unione metallica tra ferro, bronzo acciaio, argento, nikel e a volte addirittura oro, che con riscaldamento e martellatura venivano uniti tra loro.

Al termine dell’avvolgimento a spirale ottenuto con grande lavoro di martello, prima di procedere ai passi successivi, gli artigiani cannonieri, facevano a loro modo una vera e prova di banco alla canna. Questa consisteva ne chiudere il tubo dalla parte della bocca con tappo di legno avvolto in stracci per una efficiente tenuta, mentre dall’altra estremità, dopo aver riempito la canna di acqua si inseriva un tassello fatto con un legno particolarmente duro (si utilizzava quasi sempre il corniolo).

Poi si percuoteva a colpi di mazza il tassello provocando di fatto una notevole pressione all’interno del tubo. In questo modo se il tubo non era ben saldato in tutte le sue verghette, si notavano delle fratture e la canna veniva considerata difettosa e non inviata alla successiva lavorazione. Le canne (all’epoca si construivano monocanna o doppiette), venivano poi unite a tutte le parti destinate a costituire la ramponatura e la croce e preparate per procede con le operazioni di saldatura. Si legavano preliminarmente i tubi con tutte le varie parti: bindelle, ramponi, tenoni. Poi il tutto si ricopriva di un singolare impasto costituito da argilla e sterco di cavallo. Il tutto veniva lasciato asciugare a molto lentamente.

Veniva quindi inserito in un forno fino a raggiungere gli 800 gradi, punto di fusione dell’ottone delle saldature. La fusione dell’ottone e quindi il raggiungimento degli 800 gradi si identificava dal colore della fiamma che diveniva di un colore verdastro.

fucile da caccia canne realizzazione torciglione

A seguito della saldatura ed a metallo perfettamente tornato alla temperatura ambiente, si procedeva alla verifica delle canne ed al loro necessario raddrizzamento. Lo strumento per far ciò, lo si vede ancora oggi in quasi tutte le aziende che producono armi ed è fondamentalmente costituito da un volante e due alloggi che tengono la canna. Il cannoniere col sistema delle ombre, traguardava la canna, individuava i punti ove intervenire per il raddrizzamento e lo effettuava girando il volante. Tutta l’operazione era effettuata a mano, anzi mano ed occhio, e richiedeva notevole esperienza.

Si passava poi alla calibratura interna della canna realizzata con una macchina detta “banchina”, dotata di un mandrino con foro trasversale, una fresa e un carrello di avanzamento.

Ma mano che il lavoro procedeva mandando avanti ed indietro a mano la macchina venivano cambiate le frese sino a giungere a quella del calibro definito. Di seguito sei agiva poi con una lucidatura a piombo ed olio sempre utilizzando il medesimo sistema di lavoro.

Generalmente si lavorava su una lunghezza minima delle canne di 80 cm e, come appare evidente dal procedimento, le canne non avevano l’odierna strozzatura finale, ma tutta la canna era un unico troco continuo, più ampio in culatta e più piccolo in volata. All’epoca lo standard per le camere di scoppio prevedeva 75 mm per il calibro 10, 65 mm per calibro 12-16 e 20, per accorciarsi poi progressivamente da 60 sino a 65 mm per i calibri inferiori.

Dopo queste attività di strutturazione vera e propria delle canne, si passava alla fresatura dei ramponi e dei tenoni utilizzando un “trapano a violino” poggiato sulla pancia.

Le canne passavano poi ad altri operai per la tiratura esterna per eliminare tutte le bavette accumulate. Ed il lavoro era praticamente finito con una brunitura per poi passare alla fase della ramponatura e successiva unione alle parti lignee (calcio ed asta).

In Italia, specificatamente nel bergamasco e nel bresciano, le canne a torciglione son state prodotte sino ai primi anni venti del 900.

 

 

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