Nonostante la proroga della raccolta, i due quesiti referendari si fermano a poco più di 109mila sottoscrizioni online ciascuno, ben lontani dalle 500mila necessarie. Per le associazioni venatorie il risultato ridimensiona la rappresentazione di un’opinione pubblica compatta contro la caccia.
Nonostante la proroga della raccolta, i due quesiti referendari si fermano a poco più di 109mila sottoscrizioni online ciascuno, ben lontani dalle 500mila necessarie. Per le associazioni venatorie il risultato ridimensiona la rappresentazione di un’opinione pubblica compatta contro la caccia.
Si chiude con numeri decisamente inferiori alle aspettative dei promotori la raccolta firme online per i due referendum abrogativi contro la caccia, promossi dall’associazione Rispetto per tutti gli animali. Neppure le due settimane supplementari concesse per la raccolta delle sottoscrizioni sono bastate ad avvicinare i quesiti alla soglia delle 500mila firme necessarie per ciascuna iniziativa.
Secondo i dati comunicati alla chiusura della raccolta sulla piattaforma del Ministero della Giustizia, il referendum “Vietare la caccia in Italia – art. 19 ter” ha ottenuto 109.861 sottoscrizioni online, mentre quello denominato “Vietiamo la caccia – art. 842” si è fermato a 109.125.
Numeri che rappresentano circa il 22% della soglia richiesta e che, pur dovendo essere integrati con le eventuali firme cartacee, delineano un risultato molto distante dall’obiettivo.
La Cabina di Regia: la caccia non genera un allarme sociale diffuso
L’esito della raccolta offre alla Cabina di Regia del mondo venatorio, che riunisce Federcaccia, Enalcaccia, Arcicaccia, Associazione Nazionale Libera Caccia, ANUUMigratoristi, Italcaccia e CNCN, l’occasione per intervenire nuovamente nel dibattito sull’effettivo atteggiamento degli italiani nei confronti dell’attività venatoria.
Al centro della riflessione c’è soprattutto il confronto tra i risultati referendari e quelli di alcuni recenti sondaggi, nei quali emerge una significativa presenza di opinioni contrarie alla caccia o favorevoli a una sua maggiore limitazione.
Secondo le associazioni venatorie, la modesta partecipazione alla raccolta firme suggerisce che le posizioni critiche espresse nei sondaggi non si traducano necessariamente in una mobilitazione concreta dei cittadini.
Una differenza che, a giudizio della Cabina di Regia, dovrebbe indurre a maggiore prudenza nel descrivere la caccia come un problema capace di suscitare un diffuso allarme sociale.
Sondaggi e referendum: due risultati da interpretare
La questione assume particolare rilevanza alla luce del recente sondaggio Ipsos, commissionato dalla Fondazione Capellino, che ha alimentato il confronto pubblico sulla percezione della caccia da parte della popolazione italiana.
Le associazioni venatorie sottolineano come le rilevazioni demoscopiche e le sottoscrizioni referendarie rappresentino due strumenti profondamente diversi.
I sondaggi registrano le opinioni dichiarate da un campione di intervistati, mentre una raccolta firme richiede una scelta individuale e un’effettiva partecipazione all’iniziativa.
La distanza fra questi due indicatori non consente di stabilire automaticamente quale sia l’orientamento prevalente degli italiani, ma evidenzia che alla diffusione di opinioni critiche verso la caccia non è corrisposta una mobilitazione referendaria di analoga intensità.
Un elemento che il mondo venatorio considera particolarmente significativo, anche perché la raccolta si è svolta in un periodo caratterizzato da una notevole attenzione mediatica sul tema e dal confronto parlamentare sulla riforma della normativa venatoria.
Zipponi: «Il confronto deve avvenire senza semplificazioni»
A commentare il risultato è Maurizio Zipponi, presidente del Comitato Nazionale Caccia e Natura, intervenuto a nome della Cabina di Regia.
Zipponi sottolinea come il sondaggio Ipsos e la raccolta referendaria offrano prospettive differenti e complementari, invitando a interpretare le opinioni contrarie alla caccia all’interno di un quadro più articolato.
Per il presidente del CNCN, il limitato numero delle sottoscrizioni suggerisce che le posizioni critiche registrate nelle indagini demoscopiche non si traducano necessariamente in una reale preoccupazione capace di mobilitare i cittadini.
Da qui l’invito ad affrontare il confronto senza semplificazioni e senza utilizzare i sondaggi come rappresentazione esaustiva del rapporto tra società italiana e attività venatoria.
Zipponi rivendica inoltre il contributo dei cacciatori responsabili alla tutela dell’ambiente e alla salvaguardia del territorio, sostenendo la necessità di riconoscerne il ruolo nella gestione del patrimonio faunistico.
Superare le contrapposizioni e tornare alla gestione della fauna
Al di là dell’esito delle iniziative referendarie, la Cabina di Regia richiama l’attenzione sulla necessità di riportare il dibattito venatorio su questioni concrete, evitando che si trasformi in una contrapposizione esclusivamente ideologica.
La gestione della fauna selvatica, la tutela della biodiversità, la prevenzione dei danni all’agricoltura, la sicurezza e la sanità animale costituiscono infatti ambiti nei quali è indispensabile un confronto fondato su conoscenze scientifiche, programmazione e collaborazione istituzionale.
Secondo le associazioni, una moderna politica di gestione faunistica non può prescindere dal coinvolgimento dei diversi soggetti interessati, dalle istituzioni al mondo scientifico, dagli agricoltori alle organizzazioni ambientaliste e venatorie.
Il mancato raggiungimento della soglia delle firme online rappresenta dunque, per il mondo venatorio, un segnale politico significativo, pur non potendo essere interpretato come una misura diretta del consenso degli italiani nei confronti della caccia.
Il risultato rilancia così una questione centrale: distinguere le opinioni espresse nei sondaggi dall’effettiva disponibilità dei cittadini a sostenere iniziative legislative e referendarie, riportando il confronto sul terreno dei dati, della gestione del territorio e delle responsabilità condivise.





















