Ho corso quanto la lepre
Apertura del 2001. I soliti noti io, Claudio, Maurizio, mio papà, Oreste, Gigi e la new entry Franco Batino che abbandonate le fatiche del ristorante si è liberato tutto il tempo che vuole per i suoi hobby.
Come al solito di prima mattina le nostre aspettative sono parzialmente frustrate da padelle e dalla smania di cacciare del primo giorno. Ma noi tutti sappiamo che va così e il semplice fatto di poter condividere assieme la nostra passione ci gratifica alquanto. Arriva poi l´ora della colazione che non disdegnamo mai e che ci serve per raccogliere le energie e per riorganizzare la successiva battuta. Capita l´antifona che si dovrà camminare parecchio con un caldo asfissiante che cresce di minuto in minuto, Franco e mio padre danno elegantemente forfait.
Noi “reduci” ripartiamo comunque (e chi ferma), scendendo dal paese per la strada delle fonti e appena sciolti i cani si levano dal campo del Rossini tre fagiani. Uno lo prendo io, facendolo cadere quasi sulla testa di Gigi, un altro vola in direzione del paese e pur incannandolo non me la sento di sparare. Gigi lo fa ma senza successo. Il terzo fagiano decolla repentinamente in direzione del fosso “piscino” e ad un certo punto precipita secco al suolo. Con Gigi e Claudio ci guardiamo e ci diciamo all?unisono “Ma chi ha sparato?” poichè non abbiamo sentito nessuno sparo.
Poi mentre Gigi comincia a fantasticare su un improbabile infarto realizziamo che il fagiano in volo ha centrato in pieno il cavo dell?alta tensione. In effetti lo raccogliamo poco dopo sulla verticale dei cavi e lo incarnieriamo. Questo fatto di per se singolare e il caldo atroce che sta montando convincono Gigi a rientrare in paese. Ma sono solo le 11.00 e noi, calura permettendo, vogliamo ancora cacciare. Ci incamminiamo verso il fosso, li è più fresco e qualche selvatico potrebbe essersi rifugiato proprio là.
Mentre siamo li all´ombra spossati, seduti con la testa tra le mani, Maurizio indicando la sommità della collina esclama con il suo accento romano: “Ahoo! ….Lassu! …..Ce sta ellepre!” Claudio lo guarda esterrefatto e gli dice: “Ahoo, t´ha fregato er sole! …Sarà un cane!” Ma Maurizio insiste: “Ce sta! ce sta! stava sullo stradello! L´ho visto!”
Io e Claudio ci guardiamo pensando la stessa cosa. Ma come avrà fatto questo a vedere una lepre a 200 metri tra l´erba di uno stradello?. Ma Maurizio insiste: “Ahoo io ce vado!“. Io chiedo a Claudio: “Ma Maurizio è un cazzaro?“. E Claudio mi risponde: “No, de solito no!” Mentre facciamo queste considerazioni Maurizio è già partito di gran carriera per la salita.
Claudio se ne esce con una frase che ha su di me un effetto molla: “Ahoo, ma fosse vero!“. Per me che in tanti anni di licenza ho preso talmente poche lepri è come se avesse accesso un interruttore; ci guardiamo negli occhi per una frazione di secondo, poi scatto in piedi e inizio a correre (si fa per dire) saltando da un bancone all´altro della terrificante maggese. Corro e dico a Claudio di seguirmi ma lui mi fredda: “Va va, io ènce la faccio arimango qua che ce stà l´ombra!” Nel frattempo io continuo a correre con il cane su questa maggese spezzagambe, maledettamente in salita, per raggiungere l´unico punto in cui posso essere d´aiuto a Maurizio se questa fantomatica lepre l´ha vista davvero. Corro corro, ma faccio poca strada, mi sento mancare il respiro ma quell´Ahoo, ma fosse vero, pur non credendoci, mi impone di raggiungere la posizione che mi sono prefissato per coprire Maurizio. A metà maggese non ce la faccio più, mi inginocchio su un bancone.
Rialzo la testa e con mio grande stupore mi accorgo che una lepre sta entrando nella maggese: “Cazzo che vista che c´hè!” penso tra me. La lepre avanza con circospezione e molta difficoltà su un terreno che anche per lei è troppo accidentato. Ma ha scelto quel terreno e su quello si batte per la sua salvezza. Faccio due conti, sono solo in mezzo alla maggese, visibilissimo, con i miei cani che mi scorazzano attorno. Le probabilità che la lepre non si accorga della mia presenza sono uguali a zero. E´ ancora lontana ma decido di sparare. Cerco di prendere la mira ma il fucile mi oscilla seguendo il ritmo del mio respiro. Sparo!
La lepre si ferma e si gira nella mia direzione, ci guardiamo per una attimo poi risparo. Quella si alza sulle zampe posteriori per guardare meglio. Io maledico per un momento le mie cartucce ma capisco che la distanza è esasperata. L´unico modo per prendere la lepre è ridurre la distanza e per ridurla c´è un solo modo: correre più di lei. Faccio un respiro profondo e scatto come una molla. Comincio a saltare come un matto da un bancone all´altro cadendo e rialzandomi, ma mi accorgo che sul quel terreno la lepre è in crisi quanto me e avanza a fatica. Fa grandi balzi ma poi si ferma per riprendere l´equilibrio. Con mio enorme stupore sto riducendo la distanza.
Mi fermo e sparo, poi riparto, risparo saltando e correndo, ricarico, risparo di nuovo, sembro tarantolato. La lepre continua a correre; ma possibile che non l´ho mai presa? In tutto questo fuggi fuggi finalmente York, il mio setter, si accorge del motivo del casino che ho messo su in mezzo alla maggese. Inizia a correre verso la lepre. Ma quella è già arrivata alla siepe che delimita la maggese e alla sua probabile salvezza. Il cane non la prenderà mai. Per giunta ha preso il suo bel ritmo e mi sta distanziando.
Mentre la lepre salta per entrare nella siepe sparo l´ultimo disperato colpo. Da allora comincio a mandarmi a quel paese. Sono piegato su me stesso, non riesco a respirare, tutta sta fatica per niente. Un attimo dopo York salta la siepe e intravedo la lepre davanti e lui dietro che corrono nell´altro campo. Li perdo di nuovo, ma c´è un altro buco li rivedrò ancora. Ma non passa niente.
Nel frattempo riesco a saltare la siepe e trovo York seduto con la lepre in bocca. Mi si rifà giorno, comincio a saltare come un matto gridando agli altri di averla presa e mostrando loro l´agognato trofeo di una vita di caccia. La lepre ha una zampa rotta, l´avevo ferita, ecco perchè il setter l´ha raggiunta. In lontananza Claudio mi grida “Ah Riccà falla pisciare!“. “Falla pisciare? dico io “ma che diavolo dice, è matto?“. Io voglio la lepre, ma York la vuole lo stesso. Raggiungiamo un compromesso; io la porto per le orecchie e lui per le zampe e così raggiungiamo Claudio e Maurizio. La prendono in mano e soddisfano il loro volere di farla pisciare. Io chiedo “Perchè!” e Claudio risponde “Ahoo nunnè un rito, a da piscia pe la carne!” “Ah si!“, rispondo io, ma non ho capito niente, sono troppo spossato. E? una bella lepre sar? 5 chili. Poi Maurizio mi fa:”A Riccà , sèè stato bravo ma te l´hai presa e te la porti a casa!” Mi sento morire e replico ma Claudio categorico riprende: “C´hai avuto tutta quell´energia nel correre – parevi te ellepre – ce n´avrai ancora per portarla a casa!“. Va bè ho capito, prendo la lepre non prima di averli mandati a quel paese, e assieme ci incamminiamo in questa giornata che ad ogni passo mi sembra sempre più una fornace. Arriviamo finalmente in paese e andiamo in parata da Franco che si prenota per le future pappardelle.
Siamo tutti e tre stanchi morti, non ce la facciamo più, ma abbiamo soddisfatto la nostra passione nel modo più bello, sudandoci veramente tanto la preda.
Quando qualcuno mi racconta trionfante di aver preso una lepre sotto l´auto con estrema facilità, io ripenso a quella lepre, a quanto è stato duro e massacrante catturarla, ma sono orgoglioso perchè pur avendole tolto la vita, le abbiamo reso l´onore che merita, battendola sul suo terreno.
Riccardo Ceccarelli































