UNA GIORNATA DA DIMENTICARE di Renzo Stella
Bum..bumbum.. Tre colpi risuonavano ancora nell’eco della valle. Il freddo era così intenso che nemmeno la potenza del sole delle dieci poteva scemare, benchè nemmeno trovasse l’impaccio di qualche nuvola. Con la radio spenta, accelerando pochissimo, avanzavo lentamente. Pur conoscendo quel territorio così bene che potrei camminarci dentro bendato, non ero riuscito a capire da dove provenissero le detonazioni.
Spari di carabina, quello sì, ero arcisicuro. Non avevo fretta, ero in abbondante anticipo sull’appuntamento con il tecnico. Roba da lavoro. Imboccai per qualche centinaio di metri la strada sterrata alla destra dell’osteria, la stessa strada percorsa migliaia di volte. Il terreno ghiacciato scricchiolava sotto il peso del fuoristrada, avevo deciso di andare a vedere; così per pura curiosità. Non è mia la terra, non avrei dovuto farlo, o forse sì, chi lo può sapere.
La passione però mi ha fatto sterzare un chilometro prima, quel maledetto appuntamento di lavoro mi aveva impedito una bella giornata di caccia, volevo almeno bearmi dello spettacolo dato da altri. Senza disturbare, in perfetto silenzio, da semplice curioso. Per di più avevo almeno un’ora di anticipo e preferivo respirare aria pura che perdermi nella nuvola di riviste vecchie di anni aspettando il mio interlocutore.
Guardando dentro le lenti dei binocoli distinguevo perfettamente due cacciatori sul crinale distante almeno seicento metri da me. La Cappelletta della Madonnina, eretta a perenne ricordo di partigiani che lassù hanno dato la vita, quasi mi abbagliava la vista con il candore del suo tettuccio in stile barocco. Gli uomini spiccavano però per le pettorine arancioni, forse più adatte ad un’ autostrada, ma tanto utili per farsi notare.
Era una battuta al Cinghiale, il Re del bosco. Quando si dice destino, nella vita si fa riferimento a fatti accaduti che ci hanno sorpresi o hanno modificato il nostro mondo, anche se per poco; ma quella mattina il sig. Destino si sarà divertito un mondo alle mie spalle. Secondo me stà ridendo ancora adesso. Io un poco di meno.
Cominciò tutto con la telefonata che mi sorprese, con la fretta di prendere dalla tasca il cellulare mi caddero i binocoli che non avevo assicurato al collo con l’apposita cinghiola. Binocoli andati per sempre. La telefonata mi fece invece imbestialire non poco: l’appuntamento era stato annullato e la vocina dolce della segretaria di quel tipaccio si scusava pure per non avermi avvisato la sera prima. L’avrei strozzata. Ora sarei stato a gironzolare in cerca di una beccaccia in compagnia del mio cane.
Invece ero qui al freddo, binocoli ammaccati, a fare da guardone invidiando chi più fortunato di me poteva starsene beatamente seduto sotto ad un castano aspettando la preda agognata. Proprio una bella giornata, e che diamine.
Camminavo con le scarpette lucide ed il vestito della festa in un posto dove avrei dovuto essere vestito come un marines, e magari infangato; è più divertente. Per fortuna mia il terreno ghiacciato non faceva nemmeno polvere, almeno quello. Dal bosco, camminando lungo il sentiero stava salendo un signore baffuto seguito dal suo cane, doppietta aperta in spalla e guinzaglio pronto nella mano, da lì a poco sarebbe uscito in strada e avrebbe fatto bene a legare l’ausiliare.
Il saluto fu d’obbligo, come d’obbligo, per me, fu il chiedergli come fosse andata la mattinata. Con un sorriso da un orecchio all’altro, l’uomo dai grandi e folti baffi, intuendo, credo dal modo come avevo posto la domanda, che ero “dei nostri “, tirò delicatamente fuori dalla cacciatora due splendide regine. Mi sentii come se mi avessero dato un pugno allo stomaco, e mascherando alla meglio l’invidia, mi usciì dalla gola uno strozzato – complimenti, belle beccacce – dando una carezza in contemporanea alla testa del cane che non la smetteva di pisciarmi sulle ruote dell’auto.
Quel baffone mise in moto la sua macchinetta e salutandomi con la mano mi indirizzò un arrivederci, che io interpretai come un – così impari a pensare solo al lavoro… -. Improvvisamente altri due colpi di carabina, ma più vicini, riempirono nuovamente il silenzio freddo della valle. Basta ! Ora sarei andato a casa, ne avevo abbastanza, domani è un altro giorno, si vedrà.
Misi in moto il fuoristrada, feci manovra di inversione nella piazzola e ripresi il cammino. Purtroppo, visto che l’adrenalina alla vista di quegli uccelli mi aveva inquinato il sangue, il piede dell’acceleratore pigiava un poco più pesante e la vettura di conseguenza scendeva allegretta a valle. E fu un attimo. Il solengo, maschio, dalle enormi zanne, nero come la notte, ferito dalle due botte alla schiena scese di corsa sulla strada sterrata proprio mentre affrontavo la curva e …. Crasch.
Investimento della bestia nera, novantadue chili lui, due tonnellate la macchina, …paraurti rotto, radiatore sfondato, scoppio dell’airbag e conclusione pomeridiana aspettando al freddo il carro attrezzi partito dal Paese sottostante. L’unica cosa positiva sono stati quattro chili di carne di quell’animale regalatami tempo dopo dal capocaccia di quella squadra. Beh, un poco cara quella carne, non vi pare ? Ma che gusto cotta nel vino rosso… da provare. Un’altra volta accendo la radio, state sicuri.
Renzo Stella































