ACQUATICI A BOTRICELLO di Carmelo Chirico

Ritrovarsi a scrivere di periodi della tua vita, trascorsi nella piena libertà di esercitare la caccia in ambienti incontaminati, sarà certo un po’ malinconico ma di certo aiuta a staccarti per un breve periodo dal caos che ti circonda e credetemi può essere un esercizio di benessere interiore ricordare come eravamo.

La cosa forse più difficile, per chi si cimenta a trasferire sulla carta la cronaca di alcune giornate passate ad insidiare selvaggina in compagnia di buoni amici, è riuscire in quell’esercizio linguistico di trasposizione agli altri delle tue emozioni, che è proprio degli scrittori, per chi scrittore non è.

Chi come me ha vissuto periodi in cui i cacciatori non erano soggetti a costrizione legislative, caccia alle streghe e persecuzione mirata di pseudo ambientalisti, sa bene che la caccia, pur rimanendo una grande passione, non è spiegabile con il mero prelievo venatorio, ma è parte di un progetto la cui realizzazione è ancora più gratificante in tutte quelle azioni di preparazione, di quanto la caccia stessa ci avrebbe dato.

Ed ecco che quando decidevi di andare ad acquatici, in quelle zone dove ancora esistevano le condizioni ambientali che lo permettevano, la preparazione di tutta l’attrezzatura, dagli stampi ai richiami vivi, al vestiario e per finire alle cartucce, era un religioso protocollo che durava davvero tanto anche perché in quelle operazioni non vi era solo la meccanicità della azioni ma un esercizio mentale di tutto quello che avresti potuto realizzare.

Già immaginavi i primi avvistamenti, i grandi stormi ed i tiri eccezionali.

I cacciatori veri sono stati sempre un po’ sognatori, ed i sogni sono degli animi sensibili.

In quel lontano 1979, l’autunno troppo breve aveva lasciato il posto a perturbazioni che avevano indotto la selvaggina a spostamenti lungo la zona ionica, e da notizie avute da un nostro amico ferroviere che lavorava alla Stazione di Botricello, pittime, chiurli e piccole anatre avevano invaso le campagne attorno alla foce del fiume Tacina.

La notizia ci aveva fulminato e in un solo pomeriggio preparammo tutta l’attrezzatura necessaria che non so come riuscimmo a stivare nella mitica Fiat 500 di Enzo.

Non so come ci riuscimmo ma io ed il mio amico Enzo Mallamaci eravamo praticamente immobilizzati sui sedili anteriori, mentre su quelli posteriori il caos.

Una sola considerazione, la mitica 500, a dispetto delle piccole dimensioni, era da considerare, metaforicamente parlando, “macchina per i lunghi viaggi“, infatti per il passeggero era quasi impossibile riposare considerando i rumori assordanti del motore, appena si superava la velocità di 110 km all’ora, e sopra tutto con condizioni ambientali avverse. I

l viaggio di allora non era certo diverso da quello che si affronta oggi per andare da Reggio Calabria a Crotone, considerato che la nostra martoriata Calabria, per l’assetto viario, non eccelle.

Dopo quasi tre ore di viaggio fantozziano, in condizioni meteo pessime, siamo impantanati nei pressi di un campo di finocchi e siamo ancora lontani dalle poste.

Il dubbio amletico che ti assale è quello se proseguire a piedi, ma considerata tutta l’attrezzatura al seguito è un’impresa titanica per chi si ritrova intorpidito da quattro ore di macchina, oppure trovare una sistemazione vicina a qualche pozza che si era formata in quei terreni limitrofi ai campi coltivati.

Optiamo per la seconda ipotesi e dopo avere realizzato un capanno estemporaneo e sistemati gli stampi di trampolieri siamo già bagnati fradici e più che per una battuta di caccia saremmo stati pronti per una doccia calda ed un lauta colazione.

Ma per quella componente masochistica che alberga in ognuno di noi, per cui se non soffri non gioisci, al primo frullo siamo completamente schizzati e non avvertiamo altro che il nostro istinto di predatori.

La componente c….., che altri chiamano fortuna ci viene incontro e non so per quale misteriosa alchimia meteorologica ci troviamo al centro di un passo di beccacce di mare, pittime, canapiglie e chiurli.

Ecco che noi, completamente fuori posta, riusciamo a incarnierare 3 canapiglie, 2 chiurli maggiori e 2 beccacce di mare, mentre nelle migliori poste alla foce del fiume si sentono solo pochi colpi e quindi scarsi carnieri.

Quando pensi che sei stato gratificato abbastanza e ci apprestavamo a riporre armi e bagagli, la chiusura con il botto: due marzaiole abbindolate dall’unico stampo lasciato nell’acquitrino ci fecero dono della loro bellezza.

Fateci caso al ritorno di una battuta di caccia, tutto l’ordine con cui avevate sistemato l’attrezzatura svanisce e subentra il disordine più assoluto, con la domanda di sempre “ma come avevamo fatto a portare tutta questa roba”.

A margine di quanto vi ho raccontato permettetemi di ricordare tutte quelle mogli pazienti che hanno sopportato il disordine, lo sporco e quant’altro disagio abbiamo loro procurato, anche se nel caso particolare mia moglie al ritorno della battuta di caccia appena raccontata mi lasciò per quasi mezz’ora fuori dalla porta, sino a quando mi cambiai di tutto il vestiario infangato.

Di solito mi sono fatto sempre perdonare perché in cucina, davanti ai fornelli, me la cavo abbastanza bene, specie con la selvaggina cucinata per pochi amici in serate allegre e spensierate.

Anche questa convivialità è uno degli aspetti speciali della caccia e che ti fanno rimanere impressa nella memoria una delle tante giornate particolari.