IL SEGUGIO MAREMMANO: LA CERCA di Sergio Leonardi

Sergio Leonardi, Giudice Federale Fidc, Fidasc e Pro Segugio, nonchè autore del libro “Conoscere il Segugio Maremmano“,  torna a mettere la sua esperienza sul campo a disposizione di noi tutti,  per permetterci di conoscere il modo di cacciare di una prestigiosa razza italiana, frutto di una terra aspra e affascinante quale la Maremma.

 Per questo ringraziamo sentitamente Sergio Leonardi, la cui voglia di collaborare alla funzione divulgativa del nostro sito è per per noi grande motivo d´orgoglio
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Nel precedente articolo si è parlato dell’abbaio a fermo, definendo una dote che contraddistingue il Segugio Maremmano.
La caccia tradizionale al cinghiale è quella fatta in battuta, con i canai o canettieri da una parte, e le poste con i cacciatori, a parare vie di fuga del selvatico.
Chi legge non si offenda o si scandalizzi di questa precisazione, perché, purtroppo, l’uso del cane troppo spesso è improprio.
 
Alcuni intendono quest’ausiliare, specie se buon abbaiatore a fermo, per PREDARE il cinghiale portandosi nelle sue vicinanze per abbatterlo.
Da cinofilo e cacciatore non mi sento di apprezzare questa forma di prelievo poiché snaturalizza la funzione del segugio, che non a caso è definito da SEGUITA; di fatto quest’uso improprio esclude l’importante fase, dando al cane stesso una cattiva abitudine e facendogli perdere l’istinto di inseguire il selvatico, inoltre esclude la forma sociale, il rapporto umano che s’instaura in una squadra, anche se talvolta è caratterizzato da vivaci controversie.

Segugio Maremmano

Un segugio, a qualsiasi razza appartenga, deve necessariamente, per essere completo nell’azione dell’attività venatoria, avere da madre natura le doti canoniche della cerca, accostamento, abbaio a fermo (scovo nella lepre), seguita; ognuna di queste dette fasi deve essere espletata nel rispetto dello standard di lavoro della razza d’appartenenza.
Il Segugio Maremmano ha le capacità di esprimersi come richiesto, purtroppo spesso nell’addestramento del cucciolo sono impartite azioni che compromettono e modificano l’istinto del cane.

La Cerca nel nostro cane è caratterizzata dal movimento veloce di presa del terreno; cacciando in bosco sfrutta l’emanazione lasciata dal selvatico (cinghiale) al suo passaggio, fiutando i rametti, i rovi, o quanto altro possa essergli utile per recepire l’usta lasciata per sfregamento sulla vegetazione. Un cane esperto scorre un trottoio con velocità senza dare l’impressione di fiutare, ma per lui è un percorso che ha ben chiaro nei suoi organi ricettivi della canna nasale.

In questo è facilitato dalla sua struttura morfologica: essendo l’altezza al garrese di media 50 centimetri, e una lunghezza del collo giustamente proporzionata, si trova ad avere a “portata” di naso il punto di contatto del cinghiale con la vegetazione. Questa sua caratteristica induce taluni ad additare il Maremmano come “abbaione”; in alcuni casi o soggetti questo può essere, ma di solito questo abbaiare porta dritto al covo o alla lestra.

Segugio Maremmano

Le sue capacità olfattive gli consentono in condizioni avverse di fiutare il terreno, specie nelle sciolte mattutine, ma in ogni caso deve essere un’azione costante e continua senza troppi ritorni sul terreno percorso, altrimenti in questi casi si denotano carenze ed il soggetto è definito “troppo pascolino”, e nel caso di muta tende ad “imballare” i compagni.

Molto, nella fase della cerca, dipende dal terreno (è questa una costante per tutte le forme di caccia) se umido, secco, bagnato per guazza o lavato per pioggia notturna.
Altro elemento che influisce è il vento: se proviene dal Nord è fresco nei mesi temperati, caldo e secco in quelli estivi, mentre se proviene da Sud, specie per i boschi prospicienti al mare dove l’azione del vento trasporta particelle saline e queste “catturano” maggiormente l’usta, si può avere una condizione favorevole, ma deleteria in caso di calura estiva.

La voce nell’azione della cerca, appena sciolto, può essere esuberante con abbai dati sul terreno per l’entusiasmo d’essere libero, e consapevole di ciò che si appresta a compiere, ma passati i primi momenti, deve essere ponderata ed emessa soltanto su traccia sicura, con piccole pause, là dove viene meno l’usta, per poi riprendere ritmata e cadenzata.

Nel recupero della passata, a pausa avvenuta, oltre al buon naso conta molto l’intelligenza del soggetto che fa appello tramite la memoria alla propria esperienza, movendosi con circospezione e fiutando zone dove sono maggiori le probabilità di reperire.

Il timbro di voce non deve essere profondo (toni bassi), neppure ululante (segno questo d’influenze di soggetti stranieri) ma deve essere secco e deciso, pulito, squillante.
Qualsiasi cane segugio, specie se adibito al cinghiale e pertanto portato a lavorare in bosco (spesso sfugge dalla vista del conduttore), deve emettere voce, un’emissione spontanea (per chi la possiede), un riflesso incondizionato, molto utile all’uomo, al cacciatore, poiché segnala e fa capire dove si trova e che cosa sta facendo così da permettere a quest’ultimo di avvicinarsi e “ servire” il cane, se necessario con incitamenti ed altro, talvolta in soggetti giovani, infondendo fiducia con la propria presenza.

Sergio Leonardi

Per maggiori informazioni sull´autore visitate il sito:
http://www.maremmanoesegugi.it/


nel prossimo articolo Leonardi tornerà a parlarci del Segugio Maremmano per approfondire i temi dell´accostamento e della seguita…