L´ARTE DELLA FALCONERIA TRA PASSATO E PRESENTE seconda parte

Grazie anche alla fama assunta per l’opera di Federico II, la caccia col Falcone, raffigurata in moltissime rappresentazioni sin dalla fine del Medioevo, divenne un modo per i nobili di autocelebrarsi e il farsi ritrarre col proprio falco sul braccio, in sella ad un cavallo riccamente bardato, dava il senso del potere del personaggio molto meglio di qualunque altra immagine.

Nel tempo numerosi nobili illustri ricordarono nei loro testi i falconi e l’arte della caccia a loro associata: i Gonzaga, gli Estensi, i Visconti, gli Sforza, i Malaspina spendevano patrimoni per questa passione venatoria e simbolica. Talmente simbolica che ben presto il possesso e l’utilizzo di determinate specie di rapaci vennero rigorosamente regolarizzati e severe norme punivano coloro che si azzardavano a danneggiarli, rubarli o catturarli dai nidi senza autorizzazione.

La simbologia legata al possesso di un rapace da caccia divenne così importante che, in un testo del XV secolo, vennero pubblicate delle regole per cui, ad ogni gradino sociale, spettava un rapace come possesso e segno di rango.

Così, se l’Aquila Reale poteva essere posseduta solamente dall’Imperatore, il Re era rappresentato dal Girifalco; mentre il Falco Pellegrino femmina spettava a Duca e Conti, i Baroni si dovevano accontentare del maschio, più piccolo di circa un terzo e per questo detto terzuolo. Il Falco Sacro era appannaggio del Cavaliere, mentre del Lanario si doveva accontentare il Nobile di Campagna. Lo Smeriglio andava alle Dame e il Lodolaio ai paggi. I falchi meno nobili erano considerati l’Astore femmina, posseduto dai piccoli proprietari terrieri, mentre solo quello maschio spettava ai poveri. Addirittura anche nella Chiesa i rapaci simboleggiavano gli ordini gerarchici: la femmina di Sparviere per i preti e un “misero” maschio per tutti gli altri chierici di rango inferiore.

Con l’avvento nella caccia dell’arma da fuoco, la necessità della del falcone venne a decadere e in Europa, dal XVII secolo in poi, la falconeria cominciò a declinare. Addirittura gia nei primi del ‘900 cambiò il modo di considerare anche gli stessi rapaci, da nobili rappresentanti di elevati ceti sociali, a predatori nocivi da combattere da parte di guardiacaccia, cacciatori, contadini, allevatori di colombe.

Così si cominciò una caccia senza quartiere, e senza ragione, ad animali assolutamente essenziali per l’ecosistema. Essi venivano derubati anche delle uova, preziosi “oggetti da collezione”, sia per la loro bellezza e rarità che per la difficoltà di reperirle. Fortunatamente, tenaci associazioni di falconieri seppero, nel tempo, non solo difendere e tramandare il sapere su questa nobile arte, ma furono in grado anche di tutelare i pochi rapaci rimasti, rivendicando l’utilità svolta dagli stessi in natura, oltre che la loro innegabile bellezza.

A loro dobbiamo la salvezza di molte specie, sapientemente riprodotte anche in cattività, che altrimenti si sarebbero probabilmente estinte. Ad oggi vengono utilizzati per la caccia sia rapaci appartenenti alla famiglia dei Falconidi che alla famiglia degli Accipitridi. I primi, tra cui il Girifalco, il Falco Pellegrino, il Falco Sacro (il Dio Horus Egiziano) e il Lanario, vengono utilizzati soprattutto per voli spettacolari in campi aperti, dove le velocità raggiunte sono strabilianti (un Pellegrino in picchiata può sfiorare i 350 Km/h). I secondi, quali l’Astore, lo Sparviero e la Poiana, non effettuano solitamente caccia in alto volo, ma prediligono quella tra gli alberi nei boschi.

Lasciamo ad altri, più esperti e competenti, la descrizione di quello che è materialmente il rapporto col rapace, la sua impegnativa educazione, la tecnica e i materiali utilizzati per il suo addestramento. A noi non rimane che constatare come, ad oggi, la Falconeria entra di diritto nel mondo venatorio quale arte affascinante, che ha superato i secoli, le glorie e i declini, senza perdere quell’autenticità, quella spettacolarità che caratterizza la repentina danza tra la preda e il predatore, il più naturale gioco di morte che la natura stessa ci offre, in tutta la sua drammatica bellezza.


Sara Ceccarelli

Bibliografia: “La caccia” di Kurt G. Bluchel