A VIGNA DI´ SURDI

Il rumore stridente della finestra rompe il silenzio assordante della notte, regalando lo spettacolo grandioso di un cielo terso e limpido ricamato di miliardi di sogni luminosi. Fateci caso, solo quando le nostre città erano nella penombra potevamo godere di spettacoli così belli. Un attento esame di alcuni segni dava al cacciatore le previsioni meteo, come annusare l’aria e capire la direzione dei venti.

La chiaranzana di quella notte, di un lontano autunno del 1960, era un chiaro presagio che ci sarebbe stato tempo da nord e quindi un buon passo di migratoria. Io, allora ragazzino di quasi undici anni, lo avevo appreso dai più grandi, insieme ad altre nozioni elementari, ma basilari per chi esercitava la caccia. Erano le tre e l’enorme voglia di bruciare quelle poche ore che avrebbero permesso il trionfo dell’ennesima alba, non mi permetteva di prendere sonno.

Più il tempo passava, scandito da una sveglia chiassosa, e più in me nasceva la paura di addormentarmi con il rischio che Lui non mi chiamasse. Alle quattro e mezza una mano forte, ma delicata nello stesso tempo, mi scuote facendomi fare un balzo ed in soli pochi secondi sono già vestito e pronto. Sento quel buon profumo di caffè, rigorosamente d’orzo, che riempie gli ambienti, due stanze ed un cucinino che ospitano la mia famiglia. Riempito il termos e riposto nello zaino capiente, il rumore sordo della porta che si chiude alle nostre spalle è come lo sparo dello starter per l’atleta.

Ci si incammina con passo veloce per le vie poco illuminate e non bisogna certo guardarsi dalle macchine od altro, solo qualche cane randagio ti accompagna per pochi metri con il suo abbaiare. Il percorso che normalmente si percorre in una ventina di minuti, è letteralmente divorato come se ci fosse la paura che quel giorno l’alba arrivi prima. Arrivati in prossimità del cimitero di Condera, che è quel limite riconosciuto come periferia della città, nel buio più fitto, si sentono i passi di altri che fanno il nostro stesso percorso.

Lui è sempre pronto a fermarsi e salutare gli amici cacciatori, Cristofaro Marra anche lui accompagnato da uno dei figli e dall’immancabile sedia di corda intrecciata, compare Lo Giudice ed altri che frequentano da sempre lo stesso posto di caccia: a vigna ri’ surdi. E’ un vigneto immenso per gli occhi di un ragazzino come me, nel cui interno sono punteggiati innumerevoli alberi di fichi, ed è posto ad est del cimitero, e nel periodo del passo autunnale è il posto migliore per allodole, storni e qualche tordo.

L’ingresso sembra un labirinto ma c’è sempre il rito del saluto ai proprietari che già a quella ora sono al lavoro e che non vedono noi come invasori o vandali, conoscendone le doti di educazione e civiltà. Il mio compito era quello di recuperare la selvaggina e portare lo zaino con le cartucce, ma sempre tenendo a mente quelle regole che Lui mi ripeteva; “stai sempre dietro a me e non venire mai davanti alle canne del fucile, e segna il punto di caduta degli uccelli ”. E sapeva che quelle poche regole me le sarei portate dentro di me per sempre.

Le poste erano ripari improvvisati tra i filari, dietro qualche albero di fico, ed erano quasi automaticamente fatte proprie da anni di frequentazione. Anche se arrivavi in ritardo e la posta era occupata da altri, c’era sempre qualcuno che faceva posto al ritardatario. Il sibilo di un passaggio radente del solito tordo ti da la sferzata ed è il segnale che la giornata è iniziata. E quando la natura cambia scenario, come in un teatro, passando dal cielo stellato al roseo cangiante dell’alba, ecco che i tuoi sensi sono al massimo della percezione per essere pronti a dare il meglio di te.

Lui che era solito fare vita riservata e parsimoniosa, dedicava tutto il suo tempo al lavoro, alla caccia ed alla famiglia cui non ha fatto mancare nulla crescendo quattro figli insieme a Lei che sicuramente aveva il carattere forte per tenere a bada quattro pesti. Con i risparmi di non so quanto tempo si era regalato un calibro 20, comprato da un artigiano di Brescia, tale Zanardini,. L’unica passione della sua vita: la caccia. Il rito del caricamento delle cartucce, nei pomeriggi piovosi era un religioso susseguirsi di movimenti che si concludevano con l’orlatura eseguita a mano.

Il tutto suggellato con la sigla sul tapponcino di chiusura che riconducevano al tipo di polvere usata ed alle dosi di caricamento. Ed ecco che il primo colpo andato a segno mi fa scattare dai blocchi ed andare a recuperare il primo tordo della stagione. Solo allora c’è la frenetica ricerca nello zaino delle cartucce da passare di volta in volta quando Lui ne facesse richiesta. Il susseguirsi di azioni reali che hai sognato tutta la notte è un tripudio di emozioni, dai continui avvistamenti, all’orgoglio nel vedere Lui che effettua tiri quasi impossibili e poi la delusione per qualche immancabile padella.

Da ragazzino non ti spighi come mai quando fai qualcosa che ti piace il tempo è come un cerino che si brucia troppo velocemente, mentre ora che ragazzino non sei più capisci che tutto quello che ti rende felice va gustato poco a poco, cercando di avere ancora emozioni. Alle dieci il passo si è notevolmente affievolito, ed a me è concesso andare a raccogliere le carrube sotto un albero grandioso per dimensioni. E’ l’unico momento in cui la mia mente è spostata su un obiettivo che non sia la caccia.

Per anni ho portato lo zaino ed aspettato che Lui mi concedesse la possibilità di sparare qualche colpo, cosa che avvenne verso i quindici anni, sempre sotto la sua diligenza. Al compimento dei sedici anni l’abilitazione all’uso delle armi da caccia e finalmente il primo porto d’armi. Io che ero stato comparsa delle sue avventure stavo per diventarne attore. Non ha mai mostrato contrarietà per quanto fatto per me nell’educarmi all’arte venatoria, ed in questo riconoscevo la felicità di avere trasmesso a me quella che per lui era una passione infinita: la caccia.

Di anni insieme, condividendo un grande amore, di cui non sei geloso se l’altro ama come te, ne sono trascorsi tanti. Non più a piedi e vicino casa, ma in macchina e sempre più lontano. E quando io raggiungo la maturità e sono diventato un provetto cacciatore e padre di famiglia, Lui è sempre più anziano, ma sempre con la speranza di ricevere una mia telefonata che gli faccia passare una giornata con il suo grande amore. I sentimenti che io provavo a guardarlo cacciare e gioire per i suoi tiri con il suo calibro 20, ora sono i suoi. Io ragazzino guardavo Lui grande, ora Lui anziano guarda allo stesso modo me grande ed è orgoglioso di avermi iniziato e tramandato l’unica vera sua passione.

Una grande passione è tale non solo quando la si vive, ma quando la si condivide con chi tu ami, ed è ancora più grande se questo è tuo figlio. Avrete capito che Lui era mio padre, venuto a mancare alcuni anni fa, ma il dolore per la perdita di un genitore è una ferita che non si potrà mai rimarginare quando insieme a Lui sono scomparsi anche quei luoghi magici che ti hanno fatto crescere. Oggi a vigna ri’ surdi che potrebbe sembrare solo un lontano e nostalgico ricordo ancora esiste, non certo sul territorio, sconvolto da urbanizzazioni selvagge ed altro, ma quando ricordi la figura paterna non puoi fare a meno di vederla e toccarla nei tuoi ricordi.

A tutti auguro di avere e coltivare una passione, che sia la caccia o la pesca non importa, ma quello che è importante è condividerla con altri a cui vuoi bene, amici o figli che siano. Se poi hai la fortuna che tuo figlio ami queste sane passioni, allora devi in ogni modo cercare di trasporle a lui, perché come è scomparsa a vigna ri’ surdi altre cose che oggi ci appartengono sono destinate a sparire ed a qualcuno è demandato il compito di ricordare.

Carmelo Chirico