CACCIA ALL´ELEFANTE IN CAMERUN di Claudio Leonetti
L´AVVICINAMENTO…
…oggi cerchiamo gli elefanti con metodo e con maggiore impegno della prima settimana; partiamo dal campo alle cinque con tutti i pisteurs disponibili. Siamo in totale dieci persone e ci dividiamo in coppie, consci di non poter comunque coprire tutti i 50.000 ettari di concessione. Ci aspetta una passeggiata di almeno venti chilometri lungo il fiume Benuè.
Alle dodici ci ritroviamo al villaggio di Wah, i pisteurs scuotono la testa delusi, solo vecchie tracce. Torniamo al campo e appena arrivati ci vengono incontro due inservienti che c’informano che gli elefanti sono stati avvistati non lontano, forse a sette od otto chilometri, ovviamente in un quadrante non battuto durante la mattinata . Si mangia veloce un boccone e via di corsa ad intercettare il branco.
Li troviamo quasi subito, erano nascosti tra la vegetazione nel letto secco di un mayò, un fiume, al riparo dal sole e li vedo partire ancor prima che gli altri li avvistino. Ci siamo avvicinati troppo con i fuoristrada, sono cinque o sei esemplari adulti.

Scendiamo dai mezzi e ci prepariamo all’inseguimento, il vento è sfavorevole e iniziamo in gran silenzio a percorrere un ampio semicerchio nell’erba alta e secca della savana arbustiva in una colonna composta nell’ordine da Antoine, lo scrivente, Alì, il P.H. Carlo ed il figlio Sandro. Chiude la fila Andrea, al quale è stata affidata la telecamera. Antoine si blocca, sono davanti a noi ad almeno trenta metri, sono molto vicini gli uni agli altri ed alcuni alberi impediscono una buona visuale.
Alì con il binocolo osserva il branco, io imbraccio il fucile e attraverso il mio 1,5/6x con l’aquilotto riesco a vederli da vicino per la prima volta. Antoine mi fa cenno di tirare al secondo verso di noi, è un maschio e sembra il più grande del gruppo. Sono pronto, l’elefante muove la testa e sventola le orecchie in continuazione impedendomi di vedere il foro dell’orecchio per indirizzare il colpo.
IL BERSAGLIO…
…avevo studiato a lungo il teschio che si trovava al campo ed i disegni del libro “Shot Placement” mantenendo alcuni dubbi ed una sola certezza: dovevo tirare alla testa. Diverse correnti di pensiero dividono i cacciatori circa il “brain shot” laterale.
C’è chi dice di tirare nel foro dell’orecchio, cosa per me impossibile dato che il padiglione era in continuo movimento. Qualcuno suggerisce di dividere la distanza tra foro dell’orecchio ed occhio in tre parti e tirare ad un terzo davanti il foro, troppo complicato per la scarsa visibilità. Altri prendono come riferimento la ghiandola lacrimale ma io non riesco a vederla.
Bene, decido di tirare a metà tra l’occhio e la piega del padiglione, la linea orizzontale del reticolo è sull’occhio e la verticale è circa a metà strada tra occhio e orecchio. Premo il grilletto senza emozione. Il mio nuovo .460 Weatherby squarcia il silenzio fino allora rotto solo dal ronzio dei tafani. Ricarico ed allineo immediatamente ma vedo solo polvere e masse grigie in movimento, disorientati gli elefanti sembrano non capire cosa stia succedendo, un istante dopo… scartano di corsa verso la mia destra e li vedo allontanarsi velocemente facendo un semicerchio intorno a noi.
Dov’è il mio elefante? Sono teso e guardo tra la vegetazione e la polvere cercando un segnale che mi consente di individuarlo; sento la voce di Antoine che in uno stentato italiano dice “il primo…, davanti…., il primo….”. Lo vedo correre con la proboscide in alto, ma è proprio lui? Non ho tempo per pensare, quando Antoine ha finito la frase ho la spalla dell’elefante nella croce del reticolo ad una distanza di settanta / ottanta metri, tiro al volo accompagnando la corsa. Ho fatto un’ottima scelta, sono veramente entusiasta del mio cannone.
LA RICARICA …
…la mia passione per la caccia e la mia esperienza lavorativa nel munizionamento e nelle polveri di lancio militari hanno alimentato il piacere della ricarica. Avevo ordinato negli States le palle monolitiche da 500 grani della Barnes contando di ricaricare e provare al poligono velocità e precisione fino a trovare la carica giusta. Tutto questo doveva svolgersi in due mesi avendo fatto l’ordine con congruo anticipo ma, per un dispetto della sorte e con la complicità delle dogane, il pacchetto tanto atteso era arrivato due giorni prima della partenza.
Non mi restava che sconfezionare dieci cartucce originali Weatherby da 500 grani Soft Nouse, togliere due grani di polvere e collocare le lunghe palle Barnes Solids. Dopo averle ricalibrate le provo nell’arma, si! camerano bene anche se il passaggio dal serbatoio alla camera non è fluido . Le cartucce sono grandi e lunghe, si impuntano tra serbatoio e bocca.
Sconfeziono altre tre cartucce originali, tolgo la polvere e rimetto la palla. Con le tre cartucce inerti faccio più volte l’operazione di caricare l’otturatore fino a prendere confidenza con l’arma e farlo con sufficiente velocità. Quella che vado a fare è “caccia pericolosa” ad uno dei Big Five, niente deve essere lasciato al caso.
LA CACCIA …
…ora il bersaglio è grande, grigio, si muove, corre, scompare nelle paglie . L’ho colpito. Sento ancora Antoine che, abbandonate tutte le precauzioni, urla nervosamente “tirez…. tirez…il faut tirer beaucoup…”. Il branco si è fermato a pochi metri dall’animale colpito, sembrano indecisi, sparo un colpo in aria e ripartono, per fortuna allontanandosi da noi.
Se il branco ci avesse caricato non so come sarebbe finita, non ci sono certo nascondigli o ripari nelle paglie e correre poi non servirebbe poichè, anche se sembra impossibile a chi non li ha mai visti, gli elefanti sono molto veloci e ci avrebbero raggiunto in una manciata di secondi. Questa è a mio giudizio la parte veramente pericolosa che rende affascinante la caccia all’elefante, unica e inimitabile.
Tolgo l’ottica e mentre mi avvicino al punto dove è caduto l’elefante ricarico il fucile. Ora siamo io ed il P.H. , con i pisteurs per la prima volta dietro di noi. Intravedo una massa grigia tra il giallo delle paglie, mi avvicino e sento un profondo gorgoglio, è il sangue che esce dall’orecchio . E’ un suono cupo, di morte.
L’elefante è sul fianco, mi mostra la schiena ed il globo della testa, Carlo mi fa cenno di tirare all’atlante. Un colpo, il pachiderma non si muove, faccio per avvicinarmi alla testa, ma una mano mi prende per il braccio e mi sposta verso sinistra portandomi verso il posteriore dell’animale. Mi lascio condurre da Carlo che mi dice . “un colpo alla spina” . Dicono gli americani “It’s the Dead One that will Kill You” che tradotto significa “ E’ l’animale morto quello che ti uccide”; in sostanza se si rialza è morte certa.
L’esperienza di Carlo gli ha insegnato a non fidarsi di un animale a terra e solo dopo il secondo colpo alla spina Antoine si avvicina, batte la mano sul posteriore dell’animale ed esclama tra risate stridule “c’est mort”.

Ora lo guardo bene e gli giro intorno più volte, ha perso la sua goffa grazia e l’occhio spento lo priva dell’originaria dignità. E’ un bell’esemplare di maschio nella media del Cameroun. Le zanne sono corte ma di buon diametro; misurerà cento e centodieci centimetri di lunghezza il mio primo trofeo di loxodonta africana.
BALISTICA TERMINALE …
…dove sono andati i quattro colpi? La prima palla è entrata sotto l’arco zigomatico sinistro, con una traiettoria verso l’alto ha trapassato la testa fermandosi nella guancia destra, Non è stato un gran tiro, almeno quattro dita troppo basso. La palla nel suo percorso è passata sotto la base del cervello attraversando la spina dove questa si innesta nel cranio. Il colpo è in ogni caso mortale a conferma che “è il primo colpo quello che conta”.
Il secondo tiro lo ha colpito dietro la spalla forando una costola destra, attraversandolo per tutta la larghezza, forando la costola sinistra corrispondente e fermandosi sotto i due centimetri di pelle. Seppure a circa ottanta metri il secondo colpo lo ha letteralmente sbattuto a terra, interrompendo l’agonia. Gli altri due colpi sono alla base ed al centro della spina. Recupero tutte e quattro le palle Barnes Solid integre, tanto da poter essere ricaricate, a parte i segni della rigatura.
LA FESTA …
…qui nel Cameroun, dopo aver abbattuto un elefante, si usa mettere in scena una piccola cerimonia. Il pisteur che ha tracciato l’animale taglia la punta del naso dell’elefante che è offerta a Dio, il cacciatore taglia la coda e la mostra come trofeo di caccia.

Compio l’operazione con qualche difficoltà poiché tra i vari coltelli che posseggo, per non sembrare ridicolo nella parte del “grande cacciatore bianco” , mi ero portato l’Opinel. Mi prendono in giro ma sono troppo contento , sono ancora incredulo della mia azione di caccia. Arriviamo al villaggio suonando il clacson e sventolando il trofeo, le donne ed i bambini escono dalle capanne di fango battendo le mani e ridendo, è quasi buio. La sera tutto il villaggio è in festa.

Canti e balli al ritmo monotono di una specie di arpa fatta in casa concludono questa emozionante giornata . Domani li attende un lavoro faticoso che li rende felici; tagliare, preparare ed essiccare più di tre tonnellate di carne. A loro resta una scorta di carne per molti mesi. A me rimane, oltre al trofeo, l’indimenticabile ricordo di un meraviglioso giorno di caccia vera.
Claudio Leonetti
Safari International































