DIAVOLO D´UN AVIATORE di Alessandro Fulcheris

Che freddo accidenti quella mattina, il Diavolo cominciava a sentire i morsi del gelo ai piedi; nemmeno quel paio di calzettoni comprati il giorno prima in armeria riuscivano a mantenere un pò di tepore, con tutti quei soldi che erano costati accidenti, non vedeva l’ora di tornare in città per dirgliene quattro, a quell’armaiolo rubaquattrini.

La tesa era fatta, d’ inverno non ci vogliono molti stampi; quattro barazzoli (alzavole) di qua, tre germani di là, due mestoloni laggiù sul davanti completavano il lavoro. Nel sacco qualche fifa (pavoncella) da piantare sulla pratina alla levata del sole.

Era un ottimo capanno quello del Diavolo, uno degli ultimi “chiari” rimasti di quello che un tempo fu la grande palude di Piombino: quello “stagno” in cui l’Ammiraglio Romano Rutilio Namaziano aveva riparato con tutta la flotta durante una forte mareggiata.

Distrutto pian piano dalle bonifiche, poi dall’avanzata dello stabilimento siderurgico, ultimamente la costruzione della centrale Enel aveva dato il colpo di grazia a quello che era stato un meraviglioso ambiente palustre.
Il Diavolo, dal suo appostamento l’aveva vista venire su giorno dopo giorno, con quella torre biancorossa al centro, e tutte quelle luci che illuminavano a giorno il padule e tutti quei tralicci e cavi dell’alta tensione ed il loro ronzìo maledetto.

A volte poi, l’interfono della centrale copriva addirittura il canto delle anitre da richiamo, un nervoso difficile da contenere. Il Diavolo è stato il mio istruttore all’esame per la licenza di caccia.
L’ho conosciuto bene in quelle sere, quando dopo due-tre diapositive, appena l’immagine di un uccello di “becco schiacciato” si presentava sullo schermo, partiva in quarta con un suo racconto; e noi “neofiti” tutti a bocca aperta ad ascoltare.

Il corso, anche quella sera era andato a farsi friggere, però si tornava a casa e si andava a letto sognando di poter almeno una volta anche noi, trovarsi protagonisti di una delle sue tante avventure. Come però si può immaginare, quel soprannome è dovuto al suo carattere turbolento.

Il Diavolo è un grande amico di tutti, cacciatore pescatore e anche discreto ornitologo. Scherzoso e compagnone, non gli fate mai uno sgarbo perchè sono guai seri. Come quella mattina che il suo amico Fischiafave (altro soprannome che è tutto un programma) non si svegliò e non si presentò all’appuntamento delle 5,30, e siccome era più di una volta che capitava, il Diavolo gli andò sotto casa, sfoderò l’automatico e con un paio di schioppettate gli distrusse persiana in legno e finestra del primo piano, e poi andò tranquillamente a caccia.

Ecco l’alba, mettendo le cavezze alle “nane” gli tornava in mente che qualche tempo prima, dopo aver scarseggiato un barazzolino, mentre gli si avvicinava per finirlo si vide uscire dai paglioni un signore tutto allarmato, che chiedeva pietà per quell’animaletto ferito, e che aveva a casa “l’attrezzatura per togliere i pallini”.

Superfluo dire che la preda finì comunque nell’ampia tasca della cacciatora, dopo una minuziosa descrizione di come, con quell’animaletto, ci venisse una pastasciutta da leccarsi i baffi. Ma chi era quello? Più volte se lo era visto girellare intorno al capanno, armato di binocolo. Chissà, si era chiesto, che cosa ci veniva a fare al freddo mattutino della zona umida. Poi un giorno, tornando a casa e osservandolo da vicino si era accorto di quel sinistro panda sulla giacca, e della scritta blu adesiva su quell’automobile: “Salviamo la palude”.

E di quel giorno dell’apertura, quando costui si trovava in testa a un gruppo di deficienti armati di pentole e tegami (a Livorno si direbbe “di su mà”) tutti presi in una delle prime loro proverbiali “chiassate”. Eh si, il padule era sotto “tiro” dei soliti animalisti, infatti al giorno d’oggi è una Oasi, ma il Diavolo non prevedeva il futuro e continuava ad andarci a caccia, il suo era il capanno migliore perchè si trovava in quell’ultimo angoletto fortunato, laddove era rotta obbligata per gli anatidi, ma soprattutto perchè disponeva ancora di acqua dolce.

Gli altri capanni, posizionati nella depressione sotto strada avevano acqua salata, dovuta ad infiltrazioni marine: questo faceva una enorme differenza: di quà, cannucce sfalciate ad arte e erbette prelibate, gustose per le anitre; di là, una ditesa gialla di salicornia bruciata dal sole e dal sale, e qualche granchiolino. Non c’era storia, il Diavolo non aveva concorrenti.

Eccolo qui, il mio amico Diavoletto: le anitre danno le prime sgarganate, il fucile carico e pronto, sigaretta in bocca e piedi di ghiaccio, ma chi se ne frega del freddo in questi momenti, quando il mirino si incomincia a distinguere perfettamente contro quella striscia rossastra all’orizzonte e il thermos del caffè caldo ci invita a berne un sorso? Il buonumore, nella speranza del primo tiro della giornata cominciava a farsi strada nel cuore di pietra del cacciatore. Due fari abbaglianti sull’acqua, un’auto ferma col motore acceso sull’argine. Rovinato il momento buono.

Con le prime luci, il signore dei giorni precedenti (si, quello della batteria dei tegami e delle pentole) si affaccendava nella costruzione di un qualcosa di non ben definito, indossando una bella cerata giallo canarino che i primi raggi del sole riflettevano meglio di un eliografo. Il Diavolo era già più che innervosito, quel testone l’aveva presa proprio con lui, ma lo “sgnec” di un beccaccino lo distolse dal suo arrabbiarsi: subito l’istinto della caccia riprendeva il sopravvento, già non ci pensava più. Una improvvisa sberciata dei richiami, infatti, annunciano un gruppetto di germani che cominciano a fare “aletta”: che momenti sono questi per noi, difficili, impossibili a descrivere su un foglio di carta…sono questi i momenti in cui il “fuoco sacro” della caccia che ognuno ha dentro di sè, divampa incontenibile.

Giù, schiacciato nel capanno, la sigaretta buttata malamente dietro la panca, eccoli che planano..ma un improvviso rumore lo fa sobbalzare: i germani sfalcano e salgono in colonna, si rovesciano. Un aeromodello radiocomandato sfreccia sulla testa del povero Diavolo. Al “volante” del tremendo aggeggio, l’uomo sull’argine, quello col panda sul petto, con un radiocomando in mano. E’ una frazione di secondo, il decalogo del cacciatore, tutta la poesia, l’etica venatoria vanno a farsi benedire: il Diavolo imbraccia e vuota il caricatore.

Toccato con i primi colpi, è col quinto che viene giù, e si va a piantare nell’argine opposto, e il Diavolo corre verso quell’ammasso ormai deforme di legno e metallo che ancora ha il motore tossicchiante: ricaricamento tra le urla del seguace della difesa dell’uccello padulo, puntamento da tre metri e distruzione definitiva dell’ormai ex discendente di Icaro. Aveva voglia a sbraitare il signore laggiù: il Diavolo, con gesti eloquenti gli aveva fatto capire che se provava ad avvicinarsi ce n’erano anche per lui. Mattinata fredda e grama caro il mio amico dai biondi baffi, che accesa un’altra sigaretta stai sciaguattando verso il capanno..ora ho capito che cos’era quell’elica tutta sforacchiata che tenevi sulla scrivania del corso del Porto D’armi…e io che pensavo che eri un patito per l’aviazione!!!!

ALESSANDRO FULCHERIS