DUE ANTILOPI AL VOLO di Filippo Foti
Era il 1978 ed io ero ancora in Costa D’Avorio, alle dipendenze dell’Impresit Costruzioni ed eravamo impegnati nella costruzione di una strada che collegava Man-Touba-Odienne.
I primi 100 Km. del tracciato di quella strada attraversavano un tratto di foresta equatoriale quasi inaccessibile e la visibilità, in quello scenario, era ridotta a qualche metro, mentre il resto del tracciato si svolgeva nella savana pre-desertica e quindi accessibile anche con le macchine.
La savana ospitava ogni genere di animali e per chi come me era appassionato di caccia, c’era sempre la possibilità di fare esperienze indimenticabili, affinando scaltrezze e furbizie per vincere la diffidenza dei selvatici.
A tal proposito ricordo ancora quella volta che dovetti dare fondo a tutte le astuzie per avere ragione di due prede eccezionali.
Come mia abitudine ogni sera dopo il lavoro ero solito fare un giro, con il pc-up, per zone sempre da esplorare, ed in particolare quella sera mi addentrai su di una pista in terra che, lasciando la strada principale, si addentrava nella savana per qualche kilometro, e che terminava in corrispondenza dell’ansa di un fiume.
Ero solo, senza il mio fedele autista Alì, ma con la carabina MARLIN 30/30 sempre con me sotto il sedile, con una manciata di cartucce in una tasca, e non ero stato molto prudente, visto che abbandonare la strada principale in quei luoghi non era molto saggio, pensando ai pericoli che avrei potuto incontrare in una zona dove solitamente non passava mai nessuno.

Arrivato in prossimità del fiume mi fermai ed il paesaggio che mi si presentava era di uno spiazzo di circa mezzo kmq. senza alberi, contornato da un lato dalla fitta vegetazione del fiume e dagli altri lati da arbusti e boscaglia rada.
Mentre volgevo lo sguardo a quei luoghi, mi accorsi che in mezzo a quella radura vi erano due maschi di antilopi, intenti a pascolare, per nulla infastiditi della mia presenza, che non avevano percepito data la distanza che ci separava.
Erano due splendidi esemplari di circa 7-8 anni, e di provata esperienza data la loro età e comprovato dal fatto che il posto dove brucavano li metteva al sicuro da eventuali attacchi di predatori, potendo confidare in tante vie di fuga, o verso il fiume o dentro la boscaglia.
Da dove mi trovavo distavano circa 400 metri e non avevo alcuna possibilità di potermi avvicinare dato ero allo scoperto e non era possibile neanche tentare il tiro che avrebbe reso quasi nulle le probabilità di colpire una delle due antilopi, vista la distanza e la mancanza di cannocchiale. Mentre ero lì inchiodato in quella situazione senza via di sbocco, e stavo valutando l’idea di lasciarle pascolare e ritentare in un’altra occasione, tenuto conto che da lì a poco sarebbe stato buio, tentai l’ultima carta.
Tornai indietro, da dove ero arrivato, e costeggiando la boscaglia per circa 300 mt., non perdendo mai di vista le due antipoli, sino a quando non gli fui alle spalle e mi nascosi dietro un grosso arbusto di circa un metro di altezza che mi permetteva di avere una completa visibilità di tutta la radura.
Ciò che non era cambiato era la distanza che mi separava da quegli splendidi animali e quindi mi dovevo inventare qualcosa per farli spostare da dove erano, dato che io non potevo certo muovermi senza rendermi visibile a loro.
Acquattato dietro quel riparo di fortuna presi fiato e mi venne in mente di come quella volta riuscì a fregare quel colombaccio in Calabria. Ho pensato: “se provassi a tirare un colpo nella direzione delle antilopi, avrò una possibilità su quattro che vengano verso di me, a condizione che non percepiscano da dove arriva lo sparo, e poi nel caricatore ho sette cartucce, al massimo le spaventerò e farò ritorno al cantiere”.
Ho preso fiato ed ho tirato un colpo in aria verso la direzione delle antilopi ed ho aspettato quei secondi in cui, disorientate e spaventate, si sono messe a correre, e quale sorpresa nel vedere che mi venivano incontro senza sospettare dell’inganno.
A circa 150 mt. da me si fermarono, ancora spaventate, per annusare l’aria e capire il pericolo, ma il pericolo ero io che nel frattempo avevo ricaricato e dopo avere preso la mira e trattenuto il fiato, sparai colpendone una, che si accasciò all’istante colpita tra la pancia e la colonna vertebrale. Ero al massimo dell’eccitazione agonistica.

Non stavo più in me dalla gioia e stavo per urlare quando mi accorgo che la prima antilope si era ripresa e che anche se visibilmente barcollante cercava un ultimo tentativo di fuga. Nella carabina avevo ancora due colpi e quando quella si fermò, forse per raccogliere le ultime forze sparai, ma niente, rimase immobile e malsicura sulle zampe, ricaricai e presi la mira con più attenzione sapendo che era l’ultima cartuccia e che l’animale ferito si sarebbe rifugiato nella notte ed addio preda.
Lo sparo fu istantaneo con il suo crollo a terra, stavolta non si sarebbe più ripresa. Mi sono avvicinato alle antipoli, con la carabina scarica, ma con il machete che non abbandonavo mai, e dopo avere finito una delle due ancora rantolante, mi sedetti per scaricare tutta l’adrenalina che avevo in corpo. Ma non avevo tempo per gioire poiché la sera stava arrivando e c’era il problema di recuperare le prede che pesavano circa 150 kg ciascuna e la macchina distava ancora 300 metri.
Decisi di coprirle con arbusti e sterpaglie in modo da rendere visibile il posto e nasconderle alla vista di predatori nel frattempo che fossi andato a cercare qualcuno che mi aiutasse a caricarle sul pic-up. Per fortuna incontrai un collega che con due operai faceva ritorno al cantiere e che mi aiutarono a recuperare le antilopi.
E’ stato un tramonto fantastico ed intenso di emozioni, ed ancora oggi ho davanti agli occhi quei due splendidi maschi di antilopi, di cui uno abbattuto in piena corsa (stile Western), con un fucile fantastico ed in più con una furbata che mi ha permesso di vivere quei momenti, che rivivo ogni volta che guardo le foto e mi perdo in quei ricordi.
Sono un appassionato e gioisco nel sapere che altri appassionati come me condivideranno queste mie esperienze, come io delle loro.
Filippo Foti































