FEBBRE DA COLOMBACCIO di Marco Dolci

A metà degli anni settanta il cacciatore labronico di colombacci, nato nella zona dove questa caccia ha radici robuste, viene colpito da una strana febbre per il migratore azzurro, si formano svariate squadre di appassionati alla ricerca spasmodica in tutta la Toscana di dormitori, pasture e boschi colmi di branchi, vengono setacciate in lungo e largo dapprima le colline pisane e dopo le province di Grosseto e Siena.



Le auto sono piene di tutto ciò che serve per la ricerca e la caccia al colombaccio, dal cannocchiale a cartine geografiche, piccioni da richiamo, aste telescopiche, racchette, rastrelliere, cordicelle e, soprattutto, tanto carburante nel serbatoio.

Ad un certo punto però, circa dieci anni dopo, alcune squadre iniziano una specie di transumanza venatoria e si dirigono inaltre regioni, anche molto lontane da quella in cui vivono, molti chilometri a nord,esattamente in pianura padana, nelle province di Lodi, Pavia, nelle aree circostanti l’oasi di Le Monticchie e il Parco del Ticino, lungo il fiume Lambro, terreni ricchi di grandi pioppete e boschi secolari, perché corre la voce che dopo le bonifiche delle marcite di riso e barbabietole, in quei campi ha preso il posto la coltivazione intensiva di mais (di cui il colombaccio è golosissimo) con enormi distese a perdita d’occhio.



I primi sopralluoghi danno esito positivo, grossi contingenti di colombacci si fermano durante la migrazione, ritardando anche il passo nel centro Italia; il colombacciaio, ormai esperto, cambia strategia e si procura tutto il necessario per cacciare nei campi: pala per affondare il terreno e installare il capanno di tela con aggiunta difogliame del mais per renderlo ben mimetizzato e più basso possibile, installazione dicirca 25 stampi di colombaccio in plastica (da prima) e di piume naturali in un secondo tempo, 8-10 volantini da campo addestrati con maestria, 12-15 zimbelli su stantuffi che rasentano il terreno e comandati a distanza anche due-tre alla volta con robusti fili di corda. Il volo dei piccioni è corretto, pronto a rientrare sulle basse rastrelliere piazzate vicino al capanno, per concludere una buona riuscita della planata dei colombacci sulla tesa.

I risultati sono eccezionali; nonostante l’insidia della nebbia che permette di cacciare solo nelle ore centrali della giornata, nel periodo di passo che inizia la prima settimanali ottobre e termina a metà novembre si caccia dalleore 14 alle16, mentre nelle mattine soleggiate l’evoluzione dei richiami e l’adescamento si notano meglio anche da distanze considerevoli.
Icarnieri abbondano e cosi considerevoli non si erano mai visti prima nelle zone boschive della Toscana, tanto che alcuni cacciatori si fermano a riposare in albergo per poter cacciare anche il giorno dopo; i campi di mais tagliati in ritardo permettono, inoltre, diprolungaretalvolta le cacciate fino a gennaio.

Si nota anche una presenza massiccia di altre specie di selvaggina, come pavoncelle, storni, e allodole, anatre di ogni tipo, beccaccini, che però il cacciatore labronico non prende in considerazione per non distogliere la concentrazione sulla tesaall’uccello azzurro.

Dopo le cose cambiano e si complicano con l’arrivo delle ATC; vengono rilasciati solo pochi tesserini ai non residenti ed il flusso di cacciatori verso le pianure del nord si riduce drasticamente.



Si riduce di conseguenza anche il numero degli abbattimenti, frale cause anche il fatto che i cacciatori autoctoni iniziano a praticare la caccia un tempo appannaggio dei soli livornesi.
Le cacciate nelle vicine riserve aumentano in maniera incontrollata.

Oggi solo alcuni privilegiati e chi ha la quota in riserva possono continuare a soddisfare la propria “febbre da colombaccio” nelle ricche distese della Lombardia.