I due fratelli
Il Primo, ex-maresciallo della benemerita, campione militare di tiro al volo negli anni trenta e che esercitava la caccia con un alto spirito sportivo, lui si vantava di non aver mai sparato ad una lepre “a covile”, ma di avergli sempre dato la possibilità di salvarsi.
In paese è sempre stata una leggenda il maresciallo Serafini, detto Nerone, per l´utilizzo di un?invettiva per intercalare i suoi discorsi, che normalmente erano racconti di caccia.
La leggenda si riferiva alla sua splendida mira; alle sue cartucce, tutte caricate personalmente; ai suoi trascorsi militari durante la Prima Guerra Mondiale e alla sua permanenza in Libia; al suo splendido LIEGI a tortiglione; ai suoi setter tutti con nomi di città della LIBIA, l´ultimo che ho conosciuto si chiamava MIRKA.
Il Secondo, Righetto (Enrico), cacciatore da sempre, vissuto sempre in campagna e con una conoscenza vastissima su tutta la selvaggina del nostro territorio: starne, fagiani, ma in special modo lepri. Righetto era un tipo pazientissimo sia con gli animali (selvaggina e cani), che con noi (un gradino sopra i precedenti) maldestri e principianti cacciatori. Mai una volta l´ho visto arrabbiato per un´operazione sbagliata o per qualche cialtroneria (padella o un tiro non consentito), che era fatta dai suoi compagni di caccia.
Normalmente durante le battute di caccia, i due fratelli erano sempre insieme e si prendevano in giro uno con l´altro, per qualche colpo mal riuscito o per una cerca sbagliata.
L´episodio che racconterò si svolse in uno di quei pomeriggio assolati di settembre quando i terreni di caccia erano le stoppie o i maggesi, che le piogge torrenziali d´agosto avevano reso percorribili. La lepre che cercavamo, secondo Righetto, aveva mangiato l´erba rinata nella stoppia e sicuramente si era rintanata in un roveto nato sotto boschetto di querce, detto la macchia di Mondovecchio, dal nome del proprietario.
Tutta la mattinata la lepre era stata cercata, ma con nessun risultato, quindi nel pomeriggio si decide di rifare la stessa zona, finchè i cani riescono a stanarla. La lepre, perfetta conoscente del territorio, salta verso un greppo alto 3 metri, che portava in una stoppia attraversata da filari di viti in leggera salita, quindi verso il suo terreno preferito per la fuga dai cani e dai cacciatori e quindi verso la salvezza. Per superare il greppo la lepre prese un viottolo, sicuramente nato dai suoi passaggi notturni, protetto nei bordi dall´erba secca e dai rovi meno che in punto che era completamente scoperto. Fu lì che arrivò la fucilata del maresciallo. Un colpo solo e la lepre fece la sua ultima capriola, prima di essere raggiunta dai cani, allora Nerone si girò verso il fratello dicendo con un´aria da vecchio trapper: “Volevo vedere un altro posto mio”, e Righetto pronto:
“E´si, hai fatto ´no sforzo, ´n du´ l´hai prèsa c´è ´na curva e ´l lepre s´è dovuto ferma´ “
Luigi Fierli































