IL MIO MIGLIORE AMICO di Alessandro Fulcheris

L’odore di quella Maionchi “Velox Special Load” piombo del 10 e bossolo in cartone appena esplosa, ce l’ho ancora nelle narici come se fosse ieri.

Capita, ancor oggi, di vedersi regalare vecchie cartucce in cartone che ricordano lontani e gioiosi tempi di caccia. Quando le sparo non posso fare a meno di annusare intensamente il bossolo ancora caldo: ci sento il bruciare della passione che provavo da bimbo, l’atmosfera del giorno prima dell’apertura, l’insonnia della notte precedente, il brivido del frullo del fagiano nel primo chiarore dell’alba. Ma non “Quella” volta.

Correvano per me gli anni dell’adolescenza e mi svegliavo al crepitare delle schioppettate. Nel periodo ottobrino del passo di quei tempi magici le colline intorno casa, per me che abitavo ai confini della cittadina, ribollivano letteralmente. Le “poste” erano a 30-40 metri l’una dall’altra, ci stavamo tutti e nessuno si dava fastidio: nel cielo una rete di fringillidi, passeracei, allodole. Qualche tordo sul presto, la beccaccia al più fortunato, poi si apriva il fuoco!! Una migrazione ancor oggi imponente, con una incredibile varietà di specie in entrata dal mare o lungo costa: sullo sfondo, oltre il canale di Piombino, l’Isola d’Elba, che nelle mattinate limpide sembrava quasi di poter toccare.

Qualcuno storcerà il naso dicendo che quella era una caccia da sparatori, ma a me piaceva da morire. Sono cresciuto con quella caccia e anche oggi, da dirigente venatorio, non smetto di combattere per riottenerla.

Se nei giorni infrasettimanali il babbo lavorava e per me c’era la scuola maledetta, nei festivi non sentivo storie. Mi fiondavo da solo col buio più nero a prendere il posto e aspettavo il genitore. Se per qualsiasi motivo mi trovavo da solo, cercavo un cacciatore senza cane….e il cane glielo facevo io. Capitava anche che in un giorno feriale babbo fosse libero. Partiva da casa a piedi, fucile in spalla: la fodera?? Ma quale fodera!! E lo strozzino bene in vista alla cintura. Mentre preparavo quella dannatissima cartella esprimevo i peggiori epiteti contro lo studio, molto simili a quelli dei giorni nostri nei confronti del WWF e similari, e fra le tante fucilate che si sentivano dalla fermata dello scuolabus brulicante di belle bambine che non degnavo di uno sguardo, cercavo inutilmente di poter distinguere quelle del nostro Breda.

Tornando a casa poi “Capo Bianco” (chiamato così dagli operai delle Acciaierie per il colore dei capelli, completamente bianchi già da giovanissimo) appoggiava l’automatico 5 colpi al banco di lavoro del garage e la cartuccera e giacca di velluto chiaro nell’armadio. Fu così anche “Quella” volta.

Eccolo lì quel bischero di Maurizio che mi suona al cancello del giardino come sempre. Tutti abbiamo avuto il nostro migliore amico, quello del cuore. Il mio era (e fortunatamente è ancora) Maurizio. In sella al suo motorino “Fucks” 50 a tre marce, sempre a fare le corse col mio simile e certamente più famoso “Gabbiano”, a consumare benzina inutilmente, a ciondolarsi pomeriggi interi, ad andare insieme a far more, asparagi, funghi, chiocciole. In Estate la pesca subacquea e in autunno con la “strombola” a pallini a caccia di uccelletti. Il solito “qualcuno” storcerà di nuovo il naso, ma tra quei nostri divertimenti di allora e il rincoglionirsi a giornate intere davanti al computer come oggi non ci cambio nemmeno l’unghia del dito mignolo.

Così Maurizio percorre il vialetto dentro il giardino e dopo una frenata tipo “speedway” via tutti e due nel garage delle meraviglie dove avevamo messo su una radio libera con un giradischi e un trasmettitore a 3 watt che ci era costato un occhio della testa. Prima di incominciare una delle nostre trasmissioni da pirati dell’etere, vedo lì appoggiato il fucile. Mi viene un’idea scema: sono con le spalle al banco di lavoro in fondo alla stanza, Maurizio a due metri da me, dietro di lui la porta spalancata, il giardino, la strada oltre il cancello. Ridendo come un babbeo gli punto il fucile: “Ora ti faccio fuori”. Miro al petto mentre lui sghignazzando allarga leggermente le braccia. Poi non so, un presentimento o che cosa…sposto leggermente a destra in quei pochi centimetri di spazio fra corpo e braccio sinistro. La “bòtta”, al chiuso in quella maniera, fu davvero potente.

Rimaniamo lì come due imbecilli, la bocca aperta, il colorito del viso come latte appena munto: negli orecchi un fischio persistente da treno in corsa. Un vaso in frantumi nel giardino, la palma troncata di netto, una fumata in terra….qualcuno dei vicini sta accorrendo. Nascondo tutto velocemente e con un sangue freddo che non mi conoscevo, spiego che avevamo scoppiato un petardo di San Silvestro. Sarà stato il 15 ottobre!!!!

Il mio amico Maurizio adesso fa l’installatore di apparecchi televisivi e parabole: il “pallino” dell’elettronica gli è rimasto, ma ora fa un pò meglio di quando mi spaccò una decina di tegole del tetto per montare l’antenna della nostra radio libera. Non è diventato poi cacciatore, ma ogni tanto me lo vedo apparire al capanno dei colombacci con la focaccia fresca e due salsicce da abbrustolire. Dopo il caffè andiamo sempre a fare un giretto a funghi e siamo sempre i due vecchi inseparabili. A volte però mi ritrovo ad osservarlo mentre armeggia vicino al fuoco, o quando parte con Kira a cercare un colombo appena abbattuto: ripenso a quel giorno in garage, a cosa avrebbe potuto accadere, a quella Maionchi “Velox Special Load” piombo 10 che era rimasta in canna, al fucile fumante, alle mani che mi tremavano, a quei 5 secondi di terrore.

Penso che qualcuno, lassù fra le nuvole, molto più in alto dei branchi dei colombacci quando passano come si dice noi “alle stelle”, quel giorno, ci ha messo una mano santa.

No, decisamente “Quella” volta lì, l’odore del bossolo in cartone appena esploso, non mi piacque…proprio per niente.