IL SILENZIO CHE ROMPE IL RUMORE di Antonio Salomone



Silenzio per me equivale ad attesa, ad attenzione. Tutti i sensi tesi nella irrefrenabile voglia che irrompe in un fischio atavico e gioioso. Tensione e misura, misura nel cammino nelle movenze, nell’ attesa. Macchie bianche e indefinite nell’ imperfetta visione di una pineta che  cela le sue meraviglie di un rosso cupo e ovattato.

Ritrovi improvvisi a pochi metri con ineluttabile sorpresa. Statue di ghiaccio che gelano il sangue, bloccano il corpo e spengono la mente. Pensieri annullati dalla bramosia umana di chi rincorre ciò che ama ma che  sfugge agli occhi di chi troppo la desidera.

Attimi di attesa dolci, piccoli ma  intensi, desideri infranti  in un fragoroso volo rosso verso la salvezza , tra il cielo e la  terra, tra l’ombra e la luce,  tra la gioia   e l’ amarezza di chi ha saputo attendere ma non abbastanza. Una voce chiamò dalla radio “ La senti tu? Io non la sento più !” . Risposi ritardando “… No! Neanche io sento nulla….credo che sia in ferma ma non so dove”. E la voce esclamo “ Allora vedi avanti a t………  Antò Antò…???……”. “ Che c’è ??” Risposi agitato. Attimi di assenza e poi sentii l’inequivocabile conferma : “ FIUFI’….FIUFI’…FIUFI’..” e poi ancora un fischio che in corsa tra i rami si infrangeva veloce  in discesa sugli aghi di pino, che stranamente sembravano tagliarlo in più parti, impedendomi di cogliere la reale direzione di provenienza.

Mi misi a correre cercando di percepire un minimo suono metallico, un piccolo   DIN ,  o un ramo spezzato, un solo minuto suono che mi potesse avvicinare a quell’ indirizzo sconosciuto ma certo. Improvvisamente sentii una sorta di piacere in quella ricerca infruttuosa e meticolosa avvolto dall’ombra dei rami e dal profumo di resina. Un piacere strano, un modo forse di prolungare quell’ attimo di gioia di chi cerca e rincorre per tutta la vita una meta e una volta raggiunta sente quella gioia quell’ eccitazione affievolirsi, spegnersi come la fiammella di una candela che lascia solamente la sottile scia di un fumino che lentamente si allontana dalla cera bianca e lucida.

Stranamente pensai agli esordi paragonandoli al presente sorridendo per l’ imbarazzante divergenza  e per la fortuna di averla con noi. Avevo quindici anni quando l’andai a prendere. Ricordo come se fosse ieri il giorno in cui con mio padre ci mettemmo in macchina per una meta poco distante, ma per un motivo che ci avrebbe portato lontano, molto lontano, come il pensiero di questo mio ricordo. Era piccola, minuta.

Bianca picchiettata di arancio, con un nasino alla francese ma di sangue inglese. Bellissima, con una lingua rossa che le usciva fuori ritraendosi a ritmo dei profondi polmoni che albergavano nel suo petto. Si senti chiamare da una voce: “ Gaia!….Gaia, vieni qua!!”. Rovesciò all’ indietro la sua testolina nascosta dal suo treno posteriore e irruppe  in uno scodinzolio vertiginoso e veloce dovuto a quella sua coda dritta e appuntita prima mia certezza della sua nobile genetica. Venne titubante e timida tra le gambe del suo padrone, ignara del suo destino proprio come ignaro era il padrone dell’ enorme sbaglio che stava commettendo. “ Ha nove mesi ma ti assicuro che  è già cagna fatta, ferma consente e riporta!”.

Queste furono le parole di Angelo amico di famiglia e bonario rivale nella caccia alla beccaccia. Io annuii ma non capivo il motivo di quella cessione di quel regalo. Perché donare un cane puro e completo quando può esserti utile, perché disfarsi  di una giovane promessa. Lo capii subito dopo, mesi e mesi dopo il suo arrivo prendemmo visione della campionessa tanto elogiata. Sfrulli di quaglie, corse e inconcludenti uscite, carnieri ridotti  dall’ irrefrenabile corsa di una vagabonda a quattro zampe.

Sembrava negata Gaiuccia per la caccia e  troppo presa a correre e  tagliare con i suoi ampi lacet quelle stoppie gialle di un agosto ormai passato. Lei regina del vento, con naso alzato e coda dritta. Speranze di vederla inchiodata di rovescio su una quaglia o un fagiano, speranze vaneggianti e premature. Se penso adesso mi scappa un sorriso e colgo dalle attese i frutti del piacere.

Mi piace stringermi al parallelismo della vita e della caccia, assemblare momenti di vita confrontandoli con momenti di caccia. Dalla caccia ho imparato l’ arte dell’ attesa , il sacrificio premiato all’ ultimo cespuglio, il rispetto verso la natura e l’amore verso il bello. Si dice che per ogni cacciatore c’è un solo grande cane e che un gran cane fa un gran cacciatore e viceversa.

Credo di aver imparato dai miei sbagli e di dovere la mia passione a mio padre ormai rassegnato nell’ errore di avermela tramandata , ma soprattutto  dai mie compagni a quattro zampe. Come posso privilegiare un cane ad un altro? Come posso dimenticare Bob, la simpatica esterina, la baffuta e dolce Lilla, Vespa, Liza, Dem e Siria figlia di Gaia la triade da infarto oppure il mitico Bouch , cuor di leone, campione la cui voce ancora rumoreggia nei bianchi calanchi e nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere servito dalla sua canizza.

Eppure mento perché? Perché Gaia era e sarà unica. Sono seguiti a lei campioni quali Siria, Frik e sicuramente ne seguiranno altri , ma Gaia resterà la venere tra le stelle. Mi sentii osservato e riallacciai la spina della tensione. Alberto mi fischietto’ da una trentina di metri invitandomi a scendere verso di lui ad ore tre come nel gergo militare. Lui stava alto e scorgeva già la bianca sagoma ferma in catalessi profonda.

Avremmo potuto ritornare a casa, pranzare e bere comodamente un caffè e ritrovarla poi il pomeriggio ancora lì ferma stremata ad aspettarci. Era incredibile come le sue imprese, era capace di inventarsi le beccacce anche quando di beccacce non ce n’ erano.

Proprio come quel giorno quando nella stessa spalla di pineta alcuni giorni prima avevamo  incarnierato ben tre beccacce. Sentii chiamarmi con voce sommessa: “ Attento che Siria ha acconsentito e sta rompendo sopra!”. Alberto non poteva scendere verso di me, gli sarebbe costato caro in quanto un frullo in discesa in una pineta fitta non può che regalarti mezzo secondo e una stoccata rubata è al 99%  infruttuosa. Gli dissi :“ Aspetta non seguire Siria, può darsi che abbia preso la pastura. Gaia è ferma da un’ ora e se non si muove ce l’ ha sotto il naso.”

Siria sembrava rompere sopra e mio fratello non mancò nel seguirla pur conoscendo la sicurezza di Gaia ma non trascurando la bravura di Siria. Sentivo il campano di Siria lento e ovattato un DIN per volta senza troppo rumore ma con passo felpato. D’ improvviso Siria riprese a scendere ed io intuii dai suoni la posizione dei due pointers . Alberto era sopra e cercò di riscendere cautamente riposizionandosi con calma agitata e attenzione nel punto scelto prima come migliore per il tiro. 

Mi chinai per appagarmi della loro vista, come un cuoco assaggia la sua portata prima di servirla  e facendo pochi metri  nella confusa e intricata ramaglia di cipressi e pini scorsi le due statue bianche che con occhi e naso protesi in avanti mi colpirono di stupore, aumentando il flusso di adrenalina nel mio sangue.  Siria, lunga e più piccola nella sagoma bianca e nera pochi metri  sopra Gaia che con occhi quasi extraorbitali guardava di punta nella mia direzione tremolando dal desiderio.

Sapevo che se la rossa farfalla si  fosse levata in cielo sarebbe piombata esattamente sulla mia testa, lasciandomi giusto il secondo per il tiro tra i due filari di pini più bassi a ridosso dell’argillosa e ombrosa mulattiera. Ma se si fosse levata bassa sarebbe salita da mio fratello sgusciandogli ad una decina di metri dipingendo in aria il solito numero sette. Sentii un din e poi due e tre din , erano della campana di Siria.

Levai il fucile quasi contemporaneamente al fragoroso PAPAPAPAPAPA’. Un urlo di Alberto breve ed sintetico “ Aviii’!”. Due colpi e poi nulla più . Mi chiamò dall’ alto :  “ L’ hai vista? E’ uscita?” Ed io “ No!”. Dopo due o tre secondi sempre in posizione di sparo sentii : “ Brava , brava Siria! Antò è fatta!”. Abbassai il fucile contento ma un pò deluso, ma consapevole che  questa era la caccia. 

Nella discesa più pesante e sicura ora degli scarponi di Alberto e nel din din metallico del campanello per un attimo pensai alle nostre due campionesse e con fucile in spalla esclamai : “ Che cani! Mamma mia… che cani! “ E pensai, si pensai corrucciando la fronte  : “..cani si! Perché i campani sono in due…..ma perche continuo a sentirne uno solo?” Balzai come un grillo col fucile sullo zigomo e pronuncia un veloce e ripetuto “FIUFI’ FIUFI’ FIUFI’”.

Alberto non domandò e capii tutto. Porca p.. Gaia non si era mossa di un millimetro nonostante i colpi e l’ eccesso di zelo di Siria  e Alberto. Mi chinai nuovamente e la ritrovai nell’ identica posizione come una fotografia in bianco e nero.  Alberto cercò di accostarla cautamente e nella sua discesa fece rotolare involontariamente una piccola pigna che andò a fermarsi lentamente davanti al muso di Gaia.

Fu un attimo, ma  fu lungo un secolo. Fragore tra i rami, un ombra rossa si levò a candela accompagnata dal grido di Alberto e mi sorvolò ampia e spigata in un balzo sulla testa. Un secondo solo, un secondo, il tempo di preparare l’ incontro della dea con la morte. Il nuvolino di piume si staccò nel cielo e un urlo di gioia mi esplose d’ istinto “ FATTAAAA’!”.

Gaia ruppe il suo silenzio in un gioiso e ininterrotto dindinnio e calandosi pochi metri più sotto recuperò la preda con dignità e rispetto . Rispetto leale per una regina rossa. Arrivai su di lei e me la strapazzai , raccogliendo la preda e accarezzandola con ammirazione. Ecco cos’ era Gaia per noi. Il silenzio che rompeva il rumore.