IO, GLI SPINONI E LA “DOPPIETTA” di Salvatore Galeano

L’incontro fu uno dei più casuali ed informali. Il fatto risale ad oltre mezzo secolo fa. Ad un appuntamento di gioco il mio compagno di ginnasio, Filippo Sciuto, si presentò e mi presentò “Leo”, aiutante di campo di suo padre, don Vincenzo Sciuto, grande Cacciatore.

Come cacciatore devo molto a don Vincenzo: i suoi consigli, i suoi suggerimenti mi sono valsi da viatico lungo la mia traversata venatoria.

Un giorno, parlando di “padelle”, ebbe a dirmi: “Se ogni cacciatore tutta selvaggina che incontra dovesse abbatterla, non resterebbe più nulla”.
Parole eterne!!
Io e “Leo” ci guardammo negli occhi, io accennai un sorriso e sporsi la mano destra in avanti per accarezzarlo. Lui corrispose a modo suo: scodinzolando. Ci capimmo subito.

spinon caccia

Diventammo amici. Dopo quel giorno gli incontri di gioco con l’amico Filippo scemarono, mentre si incrementarono le uscite con “Leo”.
Col permesso di don Vincenzo, lo portavo nei terreni di proprietà dei miei nonni materni, dove “lui” dava sfogo al suo istinto di predatore inseguendo coturnici.

Fu così che in me nacque l’amore per gli spinoni, che è ancora vivo e vegeto malgrado l’usura e le ingiurie del tempo.

Passano gli anni. Sballottato dalla risacca della vita, mi trovo a lavorare nel Nord. Nella metà degli anni Settanta sono costretto a rientrare a Taormina per motivi di famiglia. Nel 1978 muore mio zio Peppe, fratello di mia madre, da cui eredito la passione per la caccia e la sua doppietta.
Fu zio Peppe ad iniziarmi, ragazzino, all’”ars venandi”, portandomi con sé nelle sue brevi cacciate a conigli e coturnici sulle colline sopra Taormina.

Un discorso a parte merita la sua doppietta che lui portò con sé alla fine della guerra, da Verona, dove aveva prestato servizio mlitare. E’ una doppietta Beretta calibro 12, anno di fabbricazione 1942, bigrillo, cani incorporati, peso Kg 3,100, lunghezza delle canne cm 70 su cui sono incise le seguenti parole tedesche “Prima, Jawahr, Lauf, Stahl” (prima qualità, canna, acciaio), segue sotto “Fried, Krupp-Essen”, mentre sulla bindella porta inciso: “Pietro Beretta Gardone VA”.

caccia beretta

Ricordo che un giorno lo zio Peppe mi raccontò che doppiette come la sua erano in dotazione della Wehrmacht, pertanto, più che uno strumento da diporto, deve essere considerata un’arma da guerra.

I soldati tedeschi le usavano per tirare ai piccioni viaggiatori che portavano, ovviamente, messaggi di guerra e che , spesso, abbattevano ad oltre cento metri di quota, usando cartucce caricate con potenti dos di polvere “Rottweil”.

Fatte le pratiche burocratiche ed il relativo esame di licenza, divento cacciatore. Con questo pezzo di storia fra le mani, do inizio alla mia avventura venatoria, con la squadra di un mio amico, cacciando conigli sulle falde dell’Etna. Dopo qualche anno siamo buttati fuori dai territori etnei, cioè alla costituzione del Parco dell’Etna.

Successivamente ci spostiamo sulle montagne dei Nebrodi, dalla parte del comune di Randazzo, dove, di tanto in tanto, salta fuori dalle ginestre qualche beccaccia. A questo punto esplode dentro di me la “passione per la regina” ed il mio pensiero va a “Leo”, eroe della ma giovinezza.
Decido, per così dire, di mettermi in prorio, avere il mio cane ed andare a beccacce, anche perché i miei amci smettevano di andare a caccia alla chiusura della cacca al coniglio.

Il “Beretta” di zio Peppe va bene per tiri lunghi sui conigli, coturnici, colombacci, ma per beccacce è un disastro, essendo le canne molto strozzate, era difficile che ne colpissi qualcuna e, se la colpivo, la sventravo. Così, stanco delle tante “padelle”, decisi di passare allo “Hemingway”.

A volte, nelle scelte degli uomini c’è qualcosa di irrazionale o, meglio, di istintivo. Due persone si incontrano, si sorridono, si parlano, simpatizzano, si prendono per mano: nasce una storia d’amore. Qualcosa di simile successe a me quando incontrai “Leo”: la mia prima volta con uno spinone.

Nella mia carriera venatoria di spinoni ne ho avuti nove, l’ultimo è arrivato da Ferrara il 10 Febbraio 2008: tutti morti in modo tragico, molto giovani, la maggior parte per Leishmaniosi.
Impossible parlarne qui per esteso, per ragioni di spazio. Devo dire, però, se da un lato ho subito il dispiacere e il dolor per la morte del mio spinone di turno, dall’altra, comprando un nuovo cucciolo, ho avuto la possibilità di scoprire le loro qualità, sempre le stesse.

Mi è sempre piaciuta la personalità dello spinone: affettuosa, cordiale, scherzosa, sempre disponibile al gioco con chiunque e senza cattiveria. Bisogna avere l’occhio dell’etologo e la sua cultura per capire le mille sfaccettature della personalità di uno spinone.
A caccia, poi, è un aiutante instancabile, non conosce ostacoli, la caccia è la sua passione.

Io non ho mai addestrato i miei spinoni, li ho solo portati a caccia. Quando incontrano una coturnice o una beccaccia, le fermano senza neanche averle prima viste neanche in cartolina. In conclusione mi sento di poter affremare che lo spinone non è solo un cane, ma è in più mezzo uomo.

racconto caccia

Alcuni anni addietro chiesi a don Vincenzo, ormai ultranovantenne e prima che strascicasse i suoi ultimi passi verso il nulla, che fine avesse fatto “Leo”: “Un giorno, a caccia, un montone lo caricò, lo incornò e lo mandò a gambe all’aria. Dopo quella sgradevole esperienza, ogni volta che incontrava percore o capre, le riduceva a mal partito” mi rispose.
Stanco di risarcire i danni, lo regalai ad un mandriano”, concluse: “Una fine ingloriosa per uno spinone”.

Salvatore Galeano