LA PENNA DELLA BECCACCIA di Filippo Foti
Negli anni tra il 69 e l’84, quando non ero all’estero per lavoro, in genere passavo a casa un mese di vacanze l’anno e facevo in modo che ciò coincidesse con l’autunno, per andare a caccia di tordi, beccacce e altri migratori, dopo che fu proibita la caccia primaverile.
Qualche volta tra un cantiere e l’altro poteva passare anche qualche mese e fu così anche quella volta, nel 1982, che il cantiere in Nigeria era bloccato per una rivolta dei contadini, i cui villaggi sarebbero stati allagati dal futuro bacino della diga di Bakolori che noi stavamo costruendo.
Ero andato a casa in vacanza e l’ufficio personale, con sede a Milano, mi chiamò e mi disse di aspettare fino a nuovi ordini e che sino alla ripresa dei lavori saremmo stati pagati a stipendio pieno pur restando a casa. Quindi mi sono ritrovato a passare tutto l’autunno a casa, con un grosso stipendio ed un solo problema: il qualunque momento avrei dovuto riprendere l’aereo per rientrare in Nigeria, ma sembrava una storia lunga, dato il grosso problema che il governo nigeriano doveva risolvere.
Ero felice come una pasqua, avrei avuto per me parecchi mesi, senza preoccuparmi del lavoro, quindi caccia a volontà e fare la bella vita. Verso la metà di novembre, una volta finite le allodole e qualche tordo che si fermava in pianura, vicino al mare dove abitavo, si cominciava ad andare i montagna a tordi e beccacce, sulle montagne dietro casa mia.
Era ormai qualche anno che non caricavo più, da quando avevo comprato il Beretta A-301 cal. 12, ed avevo già un sovrapposto cal.12 Breda-SKB, comprato nel 1975 insieme a Carmelo Chirico, in più nel 1968 avevo comprato anche un A-300 cal.20 che mi ha dato le più belle soddisfazioni.
Quel giorno avevo comprato in città una scatola di cartucce caricate artigianalmente con 24 g di piombo del n°12, qualcuno mi aveva convinto a comprarle dicendomi che erano buone, e decisi di portarle con me il giorno dopo a S. Antonio, località a circa 500 m. sopra il livello del mare, splendido posto per la caccia e da cui si poteva godere di uno spettacolo maestoso: lo stretto di Messina con l’Etna sullo sfondo.
Partenza verso alle 5,00 per essere almeno 20 minuti prima dell’alba sul posto di caccia per riuscire a trovare qualche posto libero. Con me c’era mio fratello Enzo, ora medico di famiglia nel nostro paese, che in gioventù si é privato della caccia per poter continuare l’università, ma appena laureato, la passione soppressa é scoppiata ed é diventato in qualche anno un buon cacciatore, oltre a mio cugino, Gianni Calabro’, un buon tiratore, con cui spesso si faceva a gara a chi ne prendeva di più.
Arrivati a destinazione ci avviammo alle poste che ben conoscevamo. Io mi sistemai qualche metro più basso della cresta della collina, per aspettare lo spollo dei tordi e con qualche chance di tirare alla “regina” al passaggio (anche se qualche amico beccacciaio puro-sangue non ammette che si possa sparare la beccaccia al passo, purtroppo era una caccia molto praticata, come d’altra parte lo spollo agli acquatici).
Siamo tutti d’accordo che non é ‘’la caccia più etica’’ ma si prendono certe abitudini secondo la scuola ricevuta, ma per fortuna con l’età’ si cambia.
Carico il semi-auto, mettendo la famosa cartuccia comprata il giorno prima, seguita da due cartucce abituali col n° 10 e n° 9 della Clever. Mio fratello era a 100 mt sulla mia destra e mio cugino un po’ più lontano. Era quasi l’ora, le mani si contraggono contro il fucile e controllano che la sicura sia in posizione di fuoco, d’un colpo dalle mie spalle vedo la sua ombra a non più di dieci metri, la lascio passare e prima che scompaia contro l’oscurità della cresta della collina, imbraccio e faccio fuoco, vedo la sagoma chiudersi e andare in caduta oltre la collina.
Mio fratello mi chiama, “l’hai presa?”, gli rispondo di si tutto eccitato, ricarico il colpo sparato e aspetto che faccia giorno , in quei minuti che passano, diversi tordi sfrecciano e riusciamo a beccarne qualcuno, aspetto ancora qualche minuto e quando il sole illumina il terreno vado a cercare ‘’Lei’’, i tordi sono meno importanti.
Mi avvio con calma, passata la cresta c’é un piccola vallata la cui vegetazione é stata bruciata da poco da qualche mano criminale, mi gusto una sigaretta (ancora fumavo), e scendo tranquillamente col fucile sul braccio nella direzione dove ho stimato sia finita la corsa della regina. Infatti dopo qualche decina di metri la vedo a terra, a pancia in su, qualche goccia di sangue sul lato del becco.
Ero sicuro di me, non sarebbe più partita, la lascio a terra in attesa di finire la sigaretta, si muove, e con uno scatto si rimette in piedi, ancora non ci credo che possa volare. Ancora qualche secondo e con uno scatto ancor più repentino frulla, io incredulo la guardo intanto alzo il fucile ma la cintura e la sigaretta mi creano problemi, é ancora là a tiro, fa un semi-cerchio davanti a me, imbraccio e comincio: uno niente, due niente, tre il nulla, continua come se niente fosse.
Ancora non ci credevo, era andata, sarebbe bastato appoggiarle il piede sopra o abbassarmi per prenderla, ora ero là, solo con la mia delusione e le tre padelle, ero troppo sicuro, anche se fosse partita, era tutto scoperto, non avrei mai potuto mancarla, eppure mi aveva fregato come un principiante. Mio fratello mi chiede “cosa hai sparato?”, avevo troppa vergogna, ho aspettato di essergli vicino per raccontargli tutto.
Prima di avviarmi guardo a terra dove lei giaceva e ancora c’era del sangue e una penna che aveva perduta battendo a terra. Prendo la penna e mi avvicino a testa bassa a mio fratello e mio cugino, e quando ho mostrato loro la penna e raccontato la storia, le risate si sentivano da lontano. Quelle maledette cartucce, di cui appena si sente il botto, le ho messe nel fondo dello zaino e non mi ricordo se le ho più utilizzate. Quella penna l’ho conservata per un bel pò ed anche gli scherzi di mio fratello e degli amici che hanno sentito la storia.
Filippo Foti































