La vecchia cacciatora di fustagno racconta
Durante le mie 49 licenze di caccia ho avuto sempre la passione per l’appostamento fisso, oltre che per la caccia con il cane da ferma (Setter Inglese esclusivamente). Per diversi anni ho tenuto i richiami, che io compravo e il mio amico Giulio Coppetti pensava a governare tutto l’anno. Era una piacevole società che ci permetteva di prendere tanto freddo nelle gelide mattinate d’inverno, ma che ci procurava tante soddisfazioni quando il passo era abbondante.
Non posso negare poi che tordi e fringuelli, cotti allo spiedo con la pancetta arrotolata, erano per me e Giulio un’autentica prelibatezza, specie se accompagnati da un bel bicchiere di vino rosso nostrano. Praticare quel tipo di caccia mi aveva portato negli anni a costruire tanti capanni che, per esperienza e senso dell’arte, divenivano sempre più comodi, raffinati e sicuri. Quella volta ne costruimmo uno veramente impegnativo che richiese giorni di lavoro e attenzione.
Il luogo era meraviglioso; di fronte si ergevano tre grosse querce e un sorbo, alberi a foglie caduche, ottimi per la nocetta. Procurammo degli assi di legno ben squadrati e tagliati a misura, che piantammo a terra collegati con altri, come fosse lo scheletro armato di una casetta. Rivestimmo il tutto con tela impermeabile e, per mimetizzarlo alla vista degli uccelli, usammo frasche di ogni genere.
L’opera era compiuta ed era, vi assicuro, un’opera d’arte! La situazione meteorologica era adatta per il passo: freddo intenso e cielo sereno. Già la sera e la notte era un continuo tizzare di tordi in arrivo. La previsione per la mattinata seguente era ottima. Giulio, compagno di tante avventure venatorie, quella mattina non potè venire ed io decisi di rinnovare il capanno da solo. Mi alzai molto presto, affardellai le gabbiette degli uccelli e via… con 12 e 24 in spalla, in direzione della confortevole “casetta”.
Sistemai con cura i richiami e lentamente entrai nel capanno, ancora vergine. Mi misi seduto, accesi una sigaretta, (cretino che allora fumavo!), in attesa del sorgere del sole. Caricai i fucili e li appoggiai sull’asse di traverso. Il cielo era sereno, l’aria completamente ferma e, sull’erba intorno, l’ultimo chiarore della luna mostrava il luccicare della brina. Nell’attesa mi prese freddo ai piedi e la prevista evenienza mi consigliò di accendere un focherello all’interno del capanno.
Uscì, raccolsi alcuni “seccaroni” di quercia e, aiutandomi con carta, erba e foglie secche, accesi il focherello. L’attenzione era massima perché il capanno era facilmente infiammabile. Il fuoco, sotto l’aria ferma, ardeva tranquillamente, finché rimasero solo i carboni che mi davano un piacevole sollievo ai piedi, Il sole era ormai prossimo a salire; bisognava tenersi pronti perchè i richiami cominciavano a fare il verso. Il tizzare dei tordi divenne improvvisamente più frenetico ed ecco il primo tordo posarsi sul ramo della quercia, alla mia sinistra.
Il tiro era abbastanza corto; presi il 24 e sparai. La mattinata alla nocetta non poteva iniziare meglio! Per circa un’oretta fu un susseguirsi di arrivi e di spari. Non avevo il conto preciso delle prede cadute, ma ero certo che sul terreno ci fosse un buon numero di tordi bottacci e sasselli, fringuelli, frosoni etc. Visto il susseguirsi rapido degli uccelli, mai ero uscito dal capanno per non interrompere l’afflusso. Dentro di me intanto pensavo: “ Questa mattina riempirò di prede le tasche della mia cacciatora di fustagno marrone, anch’essa nuova fiammante come il capanno”.
Ci fu un momento di tregua nel passo; i richiami diradarono i loro versi. Appoggiai il fucile ed accesi la seconda sigaretta. Il focherello era ormai coperto di cenere che covava qualche ultimo carbone di fuoco. Decisi di uscire a raccogliere gli uccelli rimasti a terra, togliendomi prima la cacciatora ed appoggiandola accanto ai fucili e alle munizioni. Mi curvai e, attraverso l’uscita appena più bassa della mia altezza, raggiunsi il campo di raccolta. Un tordo qua, un tordo là, un fringuello, un verdone, ancora un tordo e un frosone e ….. mentre mi curvavo e mi congratulavo …. Wuuhhuuuhhh…..!!!!!
Una forte folata di vento si alzò improvvisa nella quiete assoluta della mattinata. Ancora un attimo e … udii alle mie spalle un crepitìo sinistro. Mi voltai e, desolato, vidi il capanno avvolto dalle fiamme. Mi precipitai e, senza riflettere per nulla, mi infilai a recuperare i fucili,le cartucce e la mia cacciatora di fustagno marrone. Nel frenetico recupero del tutto, intanto, stringevo i denti e quasi non sentivo le tante “pillacchere” di plastica bollente che cadevano sul collo e dovunque. In un attimo fui fuori.
Mi allontanai qualche passo e mi voltai indietro. Non restava che tanto dolore e vedere la mia “casetta” ridotta in cenere. La cara cacciatora era una groviera e altrettanto la mia pelle scoperta. Recuperai ciò che restava e … mestamente mi avviai a casa, con nel pensiero Giulio e il capanno… Le ferite col tempo passarono. La cacciatora di fustagno marrone fu rammendata pazientemente dalla mia operosa moglie Rita e, ancora oggi, racconta questa che è una delle sue tante storie piacevoli e tristi.
Ceccarelli Oreste































