MALINCONIA D´ESTATE di Renzo Stella

Mi ricordo, quando tempo fa, sono passati almeno quarantadue anni, mi bastava un pezzo di gesso per disegnare una pista sull’asfalto. Una pista che farebbe invidia ad un circuito di formula 1; piena di curve mozzafiato, avvitamenti, rettilinei spaventosi. Cercavo di convincere la mamma a comperare la Coca Cola perché aveva quel bel tappo lucido, già sponsorizzato dal bel marchio Americano scritto in rosso porpora.

Aprivo quel tappo delicatamente cercando di non rovinarne la coroncina, lo riempivo di cera colata dalla fiammella di una candela. La candela perennemente presente in casa, la stessa che doveva sopperire alla mancanza di corrente improvvisa. Bastava poi applicare la foto di un ciclista, campione del momento, di cui non ricordo più il nome, all’interno del tappo e le gare su quella pista in compagnia degli amici cominciavano la mattina d’estate e finivano all’ora di cena quando la mamma, stufa, mi richiamava all’ordine. E se un’automobilista entrava per caso in quella via…. cambiava strada per lasciarci sognare.
In fondo avrebbe allungato di pochissimo..

La fine dell’anno scolastico era una benedizione perche noi ragazzini, liberi finalmente dall’impegno degli odiati compiti pomeridiani, complice il caldo e le belle giornate, si faceva a gara a chi colpiva più bersagli con la fionda. Quanti barattoli ammaccati, quante lampadine di lampioni, quante sberle! Le lucertole che si cuocevano al sole, arrampicate sul muro della villa, erano loro malgrado le nostre prede preferite. E le code cadevano contorcendosi a terra. La frenesia della caccia, in modo ancestrale, non ci faceva capire a fondo lo sbaglio del nostro gesto di ragazzini di dieci anni.

Solo più tardi ho compreso che quelle code sarebbero rinate senza problema, magari doppie, e mi sentivo più sollevato. Poi venne il periodo della fionda armata di pallini da caccia, con il sacchetto al posto della frombola di pelle, per poterli meglio raccogliere. Le vittime cominciavano ad avere piume e ali, ma erano molto poche e molto difficili da cacciare. E la febbre inconscia della predazione, si faceva strada in alcuni di noi; una febbre che non avremmo mai nemmeno cercato di combattere. Ci faceva stare bene.

Eravamo complici nella predazione di un essere solo all’apparenza indifeso, ma molto più scaltro e veloce di noi cacciatori in erba. Ricordo si, ricordo benissimo il furto dei fichi di quell’antipatico grassone che lavorava il terreno a pochi centinaia di metri dietro casa. Salivamo quatti quatti su quell’enorme albero per rimpinzarci di dolci frutti di fine Settembre, alcuni già beccati da qualche merlo; erano i più deliziosi. Meno deliziose erano le sfuriate del Padre quando veniva a sapere che avevamo “rubato “ quei frutti E le sfuriate erano solo la coda di quelle già fatte dal grassone.
 
Ma faceva parte del nostro gioco della vita. Le sgridate, o gli scopaccioni, non ci piacevano, certo, ma il peggio era la punizione che ci obbligava a non uscire per le nostre scorribande da pirati. La giornata punitiva chiusi in casa la paragonavamo alla galera buia e umida dei racconti letti a scuola. Le prigioni di Silvio Pellico! Qualcuno più fortunato aveva il papà con la barchetta per poter andare a pescare, il Gozzo ligure. Stupenda imbarcazione.

Altri si sentivano, e io con loro, al settimo cielo quando questo papà invitava la combriccola di noi pirati ad una pescata al “largo “. Erano gli stessi pesci che acchiappavamo da terra con la lenza lanciata dalla canna, rigorosamente comperata alla Standa e di dura vetroresina piena, ma pescati dalla barca ci parevano balene, e ci sentivamo tutti Capitani Achab. Venne anche il momento che gli ormoni imponevano l’avvicinamento di qualche donzelletta, e giù botte e schiaffi tra maschiacci per la conquista della ragazzina più bella; quella con cui era un onore farsi vedere abbracciati sulla giostra degli autoscontri, e si cercava di picchiare duro con quelle macchinette. Picchiare duro per farsi vedere più forti.

E quante balle raccontate a quelle femmine che facevano solo finta di credere, salvo poi deriderci di nascosto. C’è poco da fare, le donne sono molto più furbe e più avanti di noi, in tutti i sensi. Poi si crebbe, ci si fece adulti. I problemi che parevano inesistenti, ora pigiano sul capo come mostri dei racconti del medioevo. Veri fantasmi cattivi, difficili da eliminare. Per qualsiasi cosa si litiga, ci si minaccia con le carte bollate.

In tutto, ma proprio tutto si sfoga la nostra frenesia e il nostro stress dando colpa alla politica Si torna a casa stanchi dal lavoro, e quasi non si degna di uno sguardo chi ci ha preparato la cena, a volte ci danno fastidio gli schiamazzi dei bambini. Quelli stessi bambini che non hanno più lo spazio per giocare con la pista disegnata in terra e i tappi della Coca Cola, quegli stessi bambini che non si permettono di rubare un fico dall’albero, pena la querela. Quelli stessi bambini che non cacciano più le lucertole, ma che hanno subito il lavaggio del cervello dalla maestrina anticaccia.

Non parliamo nemmeno delle fionde, quelle auto costruite, quelle che lanciavano sassi. Ora sono tecnologiche, armate di biglie di acciaio, che vengono tirate contro le macchine dai cavalcavia, o contro i finestrini dei treni di passaggio…… Quelli stessi bambini che perdono vista, udito ed intelletto persi per ore davanti alla Play Station che è la loro tata, la loro babysitter.

Ed i genitori lasciano fare, hanno da lavorare sodo, loro. Quelli stessi bambini, che abbandonati a se stessi, cercheranno nel peggiore dei casi quella pastiglia presa da mani assassine illudendosi che sia la panacea a quel calore, quella solidarietà che non hanno mai avuto. Peccato! Vogliamo continuare così? Come dice quel comico…. Voglio tornar bambino!

Renzo Stella