NON MI REGGO IN PIEDI di Riccardo Turi

Nel lontano autunno del 1972 contrassi il tifo, probabilmente per aver mangiato delle cozze crude a Savelletri di Fasano. Avevamo il medico di famiglia, un anziano dottore che era stato medico di 3 generazioni, il quale però si ostinava a dichiarare che avevo un virus e mi imbottiva di antibiotici che non servivano al mio caso.

La mattina avevo la febbre a 38° mentre immancabilmente la sera arrivava a 40°. Disperati i miei genitori, che vedevano un ragazzo di 25 anni ridotto in quelle condizioni, chiamarono di nascosto un medico da Bari il quale, ricordo perfettamente, appena sulla porta della stanza esclamò: “Ma questo ragazzo ha il tifo!”.

Subito gli antibiotici adatti (la farmicetina) ed infatti dopo qualche giorno la febbre calò. Ma intanto 15 giorni di febbre a 40°, oltre al rischio di farmi venire la meningite, mi avevano debilitato a tal punto che, passata la febbre, quando mi alzavo dal letto non resistevo in poltrona più di mezz´ora che poi dovevo tornarmene a letto. E la caccia?

Naturalmente ero troppo debole per andarci e il mio amico Onorato, inseparabile compagno in quel periodo, veniva quasi quotidianamente a farmi visita per raccontarmi delle sue giornate di caccia. Dopo circa 1 mese dall´inizio della malattia, pur essendo ancora debolissimo, non resistevo più e dovevo assolutamente andare a caccia.

Una domenica mattina l´appuntamento è per le 5. Mi sveglio per tempo e un quarto d´ora prima dell´orario ecco Onorato che bussa. Sale e mi aiuta a vestirmi dato che proprio non ce la faccio. Quindi mi aiuta a scendere le scale e mi fa accomodare nella sua macchina (Alfa Romeo GT 1300 Junior) bianca. Destinazione Andria dove nelle settimane scorse aveva sparato abbastanza tordi.

Giunti sul posto mi aiuta a scendere, prende le mie cartucce ed il mio fucile e mi accompagna in una piccola radura dove mi dice che avrei sparato bene e comodamente. Aveva portato anche un seggiolino sul quale mi siedo perchè stare in piedi mi costa fatica. Ricordo che sparai diversi tordi prendendone 6 che furono recuperati da Onorato quando dopo un paio d´ore ritornò a prendermi.

Che dire? Di quella giornata due cose mi sono rimaste impresse: il grande affetto e la grande amicizia di Onorato unita alla mia grandissima passione per la caccia che mi spinse a fare una cosa che non avrei mai fatto. Quando tornai a casa, sempre accompagnato da Onorato anche per le scale, mia madre mi guardò soltanto: qualunque parola sarebbe stata inutile perchè anche lei sapeva che sarei andato a caccia anche in barella!

Riccardo Turi