NONNO LUIGI di Renzo Stella
Ora che era cresciuto, Ivan aveva un nuovo rapporto con il nonno paterno. Non che il suo rapportarsi con l’anziano fosse diverso da quando era bambino, ma ora sentiva dentro di sè una nuova complicità con quella persona cara che non vedeva da parecchio tempo. Voleva un gran bene a nonno Luigi, glielo aveva sempre voluto, quando ritornava da scuola correva a cercarlo per abbracciarlo, per poi trascorrere buona parte del pomeriggio ad aiutarlo a fare i milioni di lavoretti che il vecchio si inventava per passare il tempo.
Dal canto suo Luigi era felice della compagnia del ragazzino, sveglio, fin troppo sveglio per la sua età e di una simpatia unica, adorava quel nipote e lo trattava come un dono di Dio La moglie era scomparsa prima che Ivan nascesse, e per l’anziano la compagnia di un nipote che lo adorava era il nirvana. Lo portava con sè ogni qual volta si inoltrava nella campagna per cacciare e al ragazzo piaceva parecchio, anche se non aveva mai voluto provare a sparare.
L’uomo aveva lasciato, con il cuore triste, il Paese di campagna a diciotto anni per cercare di farsi una strada che non fosse quella dura dei campi, fatta di sole cocente, di nebbia di vento e di pioggia; ma soprattutto di fatica. A quell’età lo trovava distruttivo spaccarsi la schiena, la terra era troppo bassa per come la vedeva lui. Era migrato nella grande città, per costruirsi un avvenire, una posizione nella società dei consumi; si accorse dopo, anche dei falsi ideali.
Dopo anni di studio e sacrifici era diventato un affermato avvocato, ora aveva un nome di rispetto ed uno studio tutto suo; aveva anche una moglie e due bei bambini che vestivano all’ultima moda, come alla moda del momento era il suo fuoristrada superacccessoriato. Il suo cane da caccia con un pedigree di tutto rispetto. I suoi genitori vivevano ancora in quel paesino dimenticato, circondati da poche anime che sapevano tutto di tutti, dove tutti aiutavano tutti. Vivevano in quel paesino, accudendo le bestie ed i campi ma soprattutto il nonno Luigi, che diventava ogni giorno più vecchio, e si notava.
Ivan, l’avvocato, da quando era partito, ogni anno tornava a far visita loro portando dalla metropoli ogni ben di Dio: dagli utensili da cucina, veri marchingegni elettronici che la mamma non sapeva nemmeno usare bene, alle prelibatezze culinarie che al paese non si trovavano ma che avevano in bella mostra un cartellino adesivo con su scritto la data di scadenza ed il contenuto di grassi e di polisaccaridi. Roba da fantascienza, in un paese dove si era abituati a mangiare solo cibo sano fatto in casa e frutta di stagione e vino pestato con i piedi ed invecchiato in botti di rovere.
Ora Ivan portava loro un vino stupendo, come lo definiva, ma nascosto da un anonimo cartone che di bottiglia nemmeno aveva la forma. Il fuoristrada americano, entrò silenzioso nel viale sterrato che portava alla porta di casa, sebbene fosse Dicembre la stradina era secca e sotto il sole di mezzogiorno lasciava che le ruote del mostro meccanico alzassero un polverone che tutto imbiancava. La signora ed i bambini ne erano infastiditi, si sarebbero dovuti spolverare le scarpe; Ivan invece, aspirò a pieni polmoni quell’atmosfera che non sapeva più d’asfalto caldo o di benzina versata sulla strada. S
arebbero stati dieci giorni di vacanza, ritorno alle origini fin troppo presto dimenticate; ora non voleva più saperne di scartoffie, di code d’automobili, di puzza di tubi di scarico. Ora Ivan, dopo aver abbracciato forte la Mamma il Padre e nonno Luigi, si estasiava del fetore che proveniva dalla stalla e dal pollaio. Prese uno stelo d’erba dal bordo del vialetto, lo sistemò tra i palmi delle mani ed avvicinandolo alla bocca soffiò emettendo un fischio rauco che pareva il richiamo dell’aquila. I suoi figli non riuscivano a capire come facesse a fischiare con l’erba, lui non rispose alle domande, non si spiegò, guardò verso i campi in direzione di quelle colline che videro le sue corse sfrenate, il suo era lo sguardo di un uomo felice.
La sera li sorprese accanto al fuoco del caminetto della sala, raccolti in cerchio seduti su comode poltrone, antiche ma ancora in ottimo stato. La luce del fuoco disegnava sui muri tutt’attorno figure ed ombre calde che correvano tremolando nella stanza; il buon vino rosso, uscito però da una vera bottiglia di vetro scuro, faceva il resto ammorbidendo linguaggi ed emozioni lasciando il campo libero alla parola ed alla gioia di stare insieme. Ivan raccontava della sua vita, di come ora le cose gli andavano veramente bene, anche economicamente parlando; raccontava di quante soddisfazione gli davano i suoi ragazzi nella scuola e di come fossero educati e seri per la loro età ancora molto giovane.
Di come la moglie Anna era stata sempre un’ottima compagna fedele ed innamorata. I vecchi da canto loro, dopo aver elencato gli innumerevoli acciacchi, ripetevano continuamente i complimenti indirizzati ai nipoti ed alla signora, ricordavano episodi già straconosciuti come solo gli anziani sanno fare: con quel modo forse pedante ma tanto, tanto dolce. Il nonno Luigi era felice di poter prendere a braccetto di nuovo il suo Ivan; lo portò di sopra, in soffitta, dove custodiva quella doppietta, regalo della moglie, vecchia di cinquant’anni ma che pareva nuova. Aveva tutta l’intezione di regalarla al nipote come dono di Natale ed a suo imperituro ricordo. Sapeva benissimo quanto piaceva ad Ivan quel fucile.
Si commosse Ivan, gli occhi dell’uomo affermato di città quale ora era diventato, si bagnarono di lacrime che il nonno non poté vedere nella penombra di quel locale. Le stagioni del buon Luigi ormai segnavano da tempo sul calendario le novanta e da lì a poche ore sarebbe scoccata la novantunesima, il motivo delle ferie della famiglia riunita non era solo il Natale, ma il genetliaco del saggio patriarca. Ivan propose al nonno di fare una cacciata l’indomani, nei campi dietro la fattoria; naturalmente con tutta la calma necessaria, che si trovasse o no qualche bel selvatico poco importava, quello che contava era lo stare insieme, come tanto, tanto tempo prima avevano fatto.
Il fuoristrada americano si mise in moto che il sole stava per nascere; il vecchio stava aggiustandosi il vecchio cappello di feltro sulla testa mentre contemplava quel cruscotto pieno di luci e di scritte a lui incomprensibili. Dopo nemmeno venti minuti, cercava di scendere da quel mostro parcheggiato sull’erba crepitante di brina, era la vigilia di Natale. Nonno e nipote, come da troppo tempo non succedeva ammiravano assieme la corsa sfrenata del cane che incurante del gelo scandagliava con il suo potente tartufo ogni anfratto di terreno, di cespuglio o di siepe, cercando l’usta anche nel vento che a dir la verità era assente.
Non camminarono molto, anzi, fecero ben poca strada, quando il cane si bloccò impietrito davanti ad un gruppo di cannicciole che delimitava un piccolo laghetto, gelato. Ivan si ricordava ancora di quel laghetto poco profondo,era contento che fosse ancora lì, ricordava come lo faceva tanto divertire nelle lunghe e assolate giornate d’estate, quando vestito solo di pantaloncini e maglietta si tuffava per cercare refrigerio. Il cane pareva una statua di marmo, non un muscolo si muoveva, il suo sguardo perso in direzione delle canne; il tartufo aspirava in continuazione, la mascella masticava quell´aria piena d’odore.
Ivan si avvicinò quel tanto per dare un colpetto sulla testa dell’animale, un buffetto leggero accompagnato da un “vai” sussurrato a bassa voce. Un grido d’allarme strozzato e sgraziato provenì da quelle canne, ed un maschio di fagiano dalla coda lunghissima si manifestò davanti a loro in tutta la sua fierezza. Il nonno Luigi alzò la sua vecchia doppietta che tuonò per l’ennesima volta, due secondi dopo l’unico suono che si udì era dell’erba gelata schiacciata dalle zampe del cane che riportava l’uccello.
Un lungo silenzio seguì tutta l’azione; se fosse stato rumore, lo sguardo dei due uomini, sarebbe stato frastuono. Dalla vecchia casa i figli ed i nipoti guardavano commossi da lontano quelle due figure che abbracciate si stagliavano scure contro il sole di mezzogiorno. Il mostro meccanico sollevò ancora una volta la polvere nel vialetto della fattoria, scesero due uomini, un giovane ed affermato uomo di città ed un vecchio contadino dallo sguardo felice. Sarebbe stato un favoloso Natale, ne erano sicuri tutti quanti. La torta con novantuno candeline stava già aspettando di essere divorata.
Renzo Stella































