“TOSCA” di Carmelo Chirico

Da sempre, chi decide di condividere le sue giornate di caccia con un amico speciale, come il suo cane, si è sbizzarrito in quell’esercizio linguistico particolare con cui gli appioppa un nome, il più delle volte strano e bizzarro.

Per chi ha già avuto un ausiliario, di cui ha nostalgia e ne vuole rinverdirne le gesta, la cosa più facile è chiamare il nuovo compagno allo stesso modo del predente.

FOTO CARMELO CHIRICO

C’è invece chi si affida a nomi già collaudati e quindi già utilizzati da altri, oppure a nomi di fantasia in cui i figli concorrono alla scelta, ma sempre con quel suono che sa di comando a cui dovrà abituarsi il cucciolo per rispondere a tutte le sollecitazioni che il padrone gli impartirà.

Infine c’è chi in un sentimentalismo retrò gli affibbia nomignoli derivanti da passioni letterali, musicali ed altro ancora, sino ad arrivare alla perversione pura nel momento che, come un caro amico messinese fece, chiami il tuo setter con il nome di colei che ti ha appena lasciato, sperando che almeno la cagnetta ti sia più fedele.

Io che di cani non volevo più averne, dopo che mi avevano rubato l’ultima cagnetta Espagnol Breton, che mi aveva accompagnato per due anni nelle uscite, e che faceva già sfoggio di un recupero sicuro e di una ferma decente su quaglie, mi ritrovai, con il biberon in mano, ad allattare un batuffolo di peli che guaiva di continuo.

Un collega di lavoro me ne aveva fatto dono dopo che la sua cagnetta aveva partorito sei cuccioli, e non aveva avuto il coraggio di disfarsene, tenuto conto che già possedeva due Espagnol Breton ed un Setter.

La cagnetta mi fù data come frutto dell’amore tra due Espagnol Breton di razza pura, ma a tre mesi mise in mostra alcuni dettagli morfologici che denotavano che il concepimento, proprio di amore puro e legittimo non si era trattato.

FOTO CARMELO CHIRICO

Benché un po’ deluso dalle fattezze di quell’instancabile cucciolo che si faceva sempre più voler bene, decisi di tenerla e cominciai ad addestrarla, non prima di averle dato un nome.

Dopo sforzi mentali per cercare un nome adatto a lei, mio zio, con cui condividevo la coabitazione prima del matrimonio, fece un accostamento casuale sul timbro acuto nel modo di abbaiare, paragonandola ad un tenore e pertanto si portò dietro per tutta la sua vita il nome di Tosca.

Non sempre il cacciatore è sereno nell’esprimere un giudizio imparziale sul proprio cane, anche perché gli deve gratitudine per tutto quello che ha fatto e farà per lui, e mentre minimizza le pecche che si riscontrano in alcuni comportamenti dell’animale, il più delle volte si esaltano i casi in cui ti ha aiutato a fare la differenza con gli altri.

La cosa che difficilmente comprendiamo, confondendo il lavoro dell’ausiliare con qualcosa che dovrebbe essere dei robot, è l’alternanza dei risultati che sono frutto dello stato in cui l’animale si trova ad operare.

Avviene così che una mattina tra gli aranceti di Rosarno, abbatti dieci tordi allo spollo, e nell’erba alta è possibile che la cagnetta ne recuperi solo pochi, inducendoti ad atteggiamenti di stizza nei suoi confronti, senza pensare a quel qualcosa che la far star male e non le consente di operare a pieno per quanto sa fare.

Ma ti devi ricredere nel momento in cui, dopo qualche ora, riprovando a recuperare i tordi non ancora scovati, lei si prenda la rivincita riportandoti uno ad uno tutti quelli abbattuti e come ciliegina sulla torta, anche qualcuno abbattuto da altri cacciatori vicini alla tua posta.

Encomiabile lo spirito di appartenenza che ti dimostrava, chiedete a tal proposito ad Enzo Quattrone di quella volta che per fare uno scherzo cercò di prendermi delle cartucce dallo zaino, ritrovandosi i denti digrignati di Tosca che lo minacciavano, a dispetto della sua piccola taglia, non certo impaurita dalla stazza del mio amico.

Morboso l’attaccamento nei miei confronti e la gelosia verso mia moglie, allora mia fidanzata.

Spiegare il legame di affetto che ti lega ad un essere che, pur non avendo il dono della parola, ti comprende e si fa comprendere solo per le movenze che tu provi ad esprimere, è quanto mai difficile, ma è così e ne sei felice.

Nella solitudine delle ore di attesa alle poste, prima che un gong immaginario dia il via ad una competizione che dura da secoli, una semplice carezza la gratificava con anticipo di tutti gli sforzi che avrebbe sopportato, accontentandosi solo di quella ricompensa. Ma la cosa che rimarrà sempre impressa in me è la complementarietà del suo fare con il mio modo di cacciare, oltre al fatto che, per il morboso attaccamento nei mie confronti, si è sempre rifiutata di cacciare con chiunque altro, mio padre compreso.

Dopo quasi sei anni di uscite e gratificazioni, un giorno qualcuno me la portò via. Furono giorni e giorni di ricerca incessante ma infruttuosa, e non ne ho più saputo niente. Chi ha avuto o ha un cane con cui condivide passione e gioia per la caccia può capire il rimpianto di simili episodi, se infatti hai la sfortuna di perdere il tuo ausiliario per una malattia o per la vecchiaia, pur nella rassegnazione te ne fai una ragione, cosa che non avverrà mai nel caso di sparizione del tuo caro e fedele amico.

Tratto dalla raccolta “A caccia di ricordi” di Carmelo Chirico