UNA REGINA TROPPO FURBA di Renzo Stella
Stagione 2009/2010
Giovedì 15 Ottobre
A volte capita.
A volte capita che aspettando tordi, al coperto nella parata di frasche, o quella più tecnologica fatta di telo mimetico, tra il chiaro scuro dell’alba, di vedersi passare sulla testa un uccello che arriva dal nulla, e nel nulla pare andare. Silenzioso, sembra deridere chi con il naso all’insù attende che passi una freccia zirlante.
E’ lei, la beccaccia.
Quella che chiamiamo la Regina.
Pare svanire nel nulla una volta avvistata; inutile il più delle volte marcarne, o cercare di farlo, la rimessa.
E’ capitato e ne sono stato testimone divertito Era una di quelle mattine perfette sotto l’aspetto meteorologico. Freddo quanto basta, un venticello non troppo potente di tramontana, il cielo appena velato qua e là da piccole e sottili nuvolaglie che lasciavano intravedere le ultime stelle visibili, in attesa del sorgere del sole.
Una parata perfetta sotto ogni aspetto: frasche secche intervallate da alcune sempreverdi, ben piantate ed incastrate tra loro in maniera sapiente; alte quanto basta per non far uscire allo scoperto tutta la testa se non mettendosi in punta di piedi.
Un ramo trasversale altezza vita per appoggiare lo schioppo, sì da non doverlo tenere sempre in mano. Altre frasche un poco più alte dietro la schiena per evitare che le orecchie si congelino alla tramontana della notte, specialmente nei minuti immediatamente precedenti all’alba; notoriamente più freddi.
Le parate più belle hanno anche il “pavimento “ in legno per evitare di calpestare la fredda terra. Ebbene in una di queste accoglienti postazioni aspettavamo, Mario ed io, i tordi che dovevano venirci incontro, se ne fossero passati, attendendo pazienti e scambiandoci a bassa voce chiacchiere su svariati argomenti. Ad un certo punto, mentre anche l’ultima stella stava scomparendo alla vista cancellata dal primissimo timido chiarore, una beccaccia ci sorvolò silenziosa e veloce.
Ci accorgemmo di lei solo perche in quel momento guardavamo proprio nella direzione giusta, avendo avvistato una poiana che prese il volo dall’albero più in basso. . Confesso che l’istinto sarebbe stato quello di afferrare il fucile, ma, a parte l’etica che ce lo impedisce, legge o meno, sarebbe stato inutile visto l’apparizione tanto fugace. Un cane adatto alla bisogna l’avevamo, ma ora se ne stava accoccolato sul tavolato di assi legnose in attesa di recuperare qualche bel tordo.
Quello doveva essere il suo compito quel giorno; anche per questo, commenti a parte, la cosa fini per passare nel dimenticatoio. La beccaccia ci risvegliò definitivamente dal torpore che ancora ci avvolgeva, visto l’alzataccia e ci fece anche sperare in una giornatina niente male nella caccia al tordo di passo.
Invece… visto che gli unici sei, dico sei, tordi che avvistammo quel giorno pareva avessero doppie ali vista la velocità di volo e la maschera dell’ossigeno vista l’altezza, e non volevamo capitolare in una disfatta annunciata, decidemmo quasi a metà mattina di battere un poco di bosco alla ricerca di quella specie di fantasma alato che avvistammo a buio.
Forse il cane, poco o punto abituato all’immobilità della parata, voleva sgranchirsi bene le zampe, fatto sta che al comando pareva avesse ben in mente le nostre intenzioni e partì, lancia in resta proprio nella direzione in cui pensavamo si fosse rimessa la regina. Forse l’aveva notata pure lui. Cominciammo a battere lentamente ma sistematicamente ogni metro al limitare del bosco di castani che era dietro le nostre spalle per poi addentrarci sempre più, cercando di non trascurare il benché minimo pezzo di terreno.
La caccia è un’attività che se fa parlare fa anche tacere nello stesso momento; anche se ne ero già consapevole, in quella mattina ne ebbi la certezza definitiva. Il cane, il mio amico Breton di 5 anni , ad un certo punto si bloccò in ferma guardando e tirando di naso in direzione di un castano, staccato dal resto della vegetazione di qualche metro. Tre, quattro minuti in quella posizione, poi abbassato e strisciante come una serpe si fece avanti, noi appostati come da manuale e pronti a porre fine alle ostilità.
Invece…. sentimmo un frullo delicato ma potente, ne intravedemmo la sagoma tra i rami e Lei sparì un’altra volta. —Ma da dove è uscita? Non l’hai nemmeno vista oppure non hai sparato per paura di colpire me ? — Domandai stizzito, proprio io che al momento dell’involo nemmeno sarei stato pronto a puntare l’arma. —E da dove vuoi che sia uscita? Non hai capito che andava via a piedi e ci ha fregato tutti a tre come fessi?
Aveva ragione, io non ero pronto, distratto da chissà cosa, lui non era nella posizione migliore. Riguardo al cane che poteva fare ? Lui non ne ha colpa. La caccia riprese, fummo convinti di capire dove la Regina fosse atterrata, ad avemmo ragione se a distanza di mezz’ora il cane la riprese e la puntò deciso, fermandosi in posa in un bel praticello; proprio al centro.
A questo punto direte che la fine della beccaccia è imminente se si fa sorprendere accovacciata al centro di un prato e non nell’intrigo del bosco; alla stregua di una semplice quaglia d’agosto Nulla di più errato. E vi spiego il perché Non sono cacciatore assiduo di beccacce, però mi piace tutto di lei, dai colori del suo splendido piumaggio alle sue forme , dalla letteratura che la dipinge regale, al modo che ha per sottrarsi furbescamente al suo predatore.
Ma la caccio saltuariamente, solo con il cane s’intende, e non certo ne faccio carnieri da raccontare. Una o due, forse tre all’anno se mi va bene, questa è la mia caccia alla signora lungobeccuta. Mi sento un cacciatore corretto, che da sempre più di una possibilità al selvatico, ma mai avrei detto che rinunciare al tiro facile, anzi banale, mi avrebbe fatto felice. Come dicevo, il cane fermo al centro di un’apertura nel bosco di castani; un piccolo prato di pochi metri quadrati.
Mario appostato al limitare degli alberi in faccia all’animale, io dietro alla sua piccola coda, intorno a noi solo fitti alberi di castano. L’adrenalina ora scorreva nelle vene e nessuno era distratto da altre cose, pareva che persino il canto degli altri uccelli si fosse fermato. La beccaccia era nostra. Ma, il cane piegò la testa a lato di pochi gradi, tanto da farci capire che l’uccello si era mosso.
Attendemmo ancora qualche secondo e poi incitai il breton che con uno scatto con le sole zampe anteriori fece l’atto di attaccare. Nessun involo seguì questo movimento e noi impietriti e delusi pensavamo già ad un ‘odiosa ferma in bianco. Ma Lei, si alzò, qualche secondo dopo, a perfetta candela dietro alle mie spalle.
Come c’era arrivata senza che nessuno se ne accorgesse? Puntai il fucile, troppo semplice era il tiro. Rifiutai di premere il grilletto. Doveva vivere. E Mario? Non ebbe nemmeno lui il coraggio di dire una sola parola. Ci guardammo in faccia senza parlare e ad un tratto capimmo del perché si siano usati quintali di carta e chili di inchiostro, e quanti se ne useranno, per esaltare la bellezza di un uccello che a ragione viene definito la Regina del Bosco.
Ci aveva girato attorno, a me ed al cane, forse lasciando il suo odore nel punto di partenza, per poi involarsi libera alle mie spalle. (Su questo lascio parlare gli esperti) In un atto di scherno, che ci siamo cercati, si alzò a candela guardandoci dall’alto con quei suoi occhi enormi, neri. E non è nemmeno detto che sarebbe stato un tiro facile. Non l’abbiamo più cercata, credetemi.
Renzo Stella































