L´EPILESSIA CANINA a cura della D.ssa Patrizia Bragagna

La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Agosto 2012, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo.

Il termine epilessia deriva dal greco “epilepsis”, che significa attacco (il verbo è epilambanein “essere sopraffatti, essere colti di sorpresa”) e sta ad indicare una modalità di reazione del Sistema Nervoso Centrale a diversi stimoli.

È un’espressione neurologica caratterizzata da una vasta gamma di sintomi, dei quali la caratteristica principale è la perdita di coscienza, che non equivale a mioclonia (contrazione muscolare involonta- ria, improvvisa e molto rapida) associata a copiosa perdita di saliva, ma a un’incapacità del soggetto di rispondere agli stimoli esterni.

È un’affezione caratterizzata da episodi ricorrenti nel corso dei quali si verifica una temporanea alterazione di una o più funzioni cerebrali.
Le crisi epilettiche sono provocate da una iperattività delle cellule nervose cerebrali (i neuroni), evidenziabile con l’elettroencefalogramma, seguita da un periodo di completa inatti- vità. Paradossalmente si verifica infatti un’eccessiva attività funzionale del sistema nervoso per cui, alcuni o tutti i neuroni della corteccia cerebrale, incominciano ad attivarsi ad un ritmo molto superiore al normale, producendo una scarica.
Si verifica cioè una scarica elettrica “caotica”, che le cellule del cervello non riescono a tenere sotto controllo, sfociando quindi in una crisi.

Si sa che è una malattia che colpisce l’uomo, ma non tutti sanno che possono esserne colpiti anche cani e gatti.

ALCUNE RAZZE SONO PIU´ COLPITE
Colpisce in media il 2-3% dei cani nei quali si manifesta clinicamente nel 20% dei casi, ciò significa che un cane può essere ammalato ma nell’80% dei casi non mostrare sintomi clinici evidenti.

Tra i cani, ci sono alcune razze che, per motivi genetici (componente autosomica predisponente), soffrono maggiormente di epilessia.
Tra queste, vi sono: il Barboncino, il Bassotto, il Beagle, il Boxer, il Cocker Spaniel Inglese, il Fox Terrier, il Labrador Retriever, il Golden Retriever, il San Bernardo, il Setter Irlandese ed il Siberian Husky.

I cani maschi sono statisticamente più colpiti delle femmine, mentre l’età in cui compaiono le prime crisi epilettiche varia, in genere, tra i sei mesi ed i tre anni di vita.

CI SONO DUE DIVERSE MANIFESTAZIONI DELL’EPILESSIA PRIMARIA o IDIOPATICA o ESSENZIALE La crisi epilettica può essere scatenata da uno stimolo più o meno intenso, che agisce sul cervello, inducendo la comparsa dell’onda elettrica anomala. Esistono due manifestazioni epiletti- che essenziali.
 
GLI ATTACCHI DI GRANDE MALE
Si ha una vera e propria crisi con- vulsiva, durante la quale l’animale perde conoscenza, cade a terra su un fianco ed è scosso da tremiti violenti ed incontrollati. Le zampe si flettono e si estendono a scatti, aritmicamente.
Dalla bocca può fuoriuscire abbondante saliva schiumosa, urine e feci vengono espulse in maniera involontaria ed il respiro diventa affannoso.

Al termine della crisi, la cui durata varia da pochi secondi a qual- che minuto, l’animale si riprende e, dopo un’iniziale fase di una certa confusione mentale, torna normale. Spesso queste crisi sono precedute da una fase più o meno lunga (da qualche minuto ad alcune ore) chiamata “aura”, nella quale l’animale si comporta in modo diverso (può diventare, per esempio, molto ansioso e cercare con insistenza il contatto fisico con il proprietario). Non esistono regole sulla durata delle crisi epilettiche convulsive e dell’intervallo temporale tra una e l’altra: la variabilità individuale è estremamente spiccata.

GLI ATTACCHI DI PICCOLO MALE
L’animale va incontro a temporanei periodi di blackout neurologico: non si ha dunque perdita di conoscenza, ma segni clinici non sempre facili da riconoscere come episodi di natura epilettica. Alcuni cani e gatti fissano il vuoto per pochi secondi, altri aprono e chiudono la bocca a scatti oppure scuotono la testa con movimenti ritmici, altri ancora danno la caccia ad insetti inesistenti (“fly biting sindrome”) e così via.
Queste assenze mentali non sfociano mai in una vera crisi epilettica e si ha quasi l’impressione che l’animale stia sognando a occhi aperti.

LA “SINDROME DI JEKYLL & HIDE”
I veterinari americani hanno descritto nel cane e nel gatto un caso particolare di epilessia, chiamato epilessia psicomotoria o sindrome di Jekyll & Hide. L’animale colpito non presenta crisi convulsive o assenze, ma attacchi aggressivi immotivati e incontrollati, scatenati come di consueto da alterazioni elettriche cerebrali e diretti nei riguardi di un familiare che si trova nelle vicinanze al momento della comparsa del problema.
 
I proprietari raccontano che l’amico a quattro zampe li aggredisce con uno sguardo cattivo, quasi spiritato, e che al termine dell’episodio si accascia in un angolo senza forze, con l’espressione vacua. Si tratta, in ogni caso, di situazioni molto pericolose per l’uomo, in quanto in simili frangenti l’animale non è assolutamente cosciente. L’ipotesi che tali eventualità siano da mettere in relazione ad uno stato epilettico deriva anche dal controllo della sintomatologia dopo l’instaurazione dei trattamenti farmacologici anti- epilettici tradizionali.

GLI ESAMI PER DIAGNOSTICARE IL MALE
Di fronte a manifestazioni di tipo convulsivo è più che normale preoccuparsi giustificando l’immediato ricorso al veterinario. Il problema principale, è cercare di capire se alla base dell’episodio vi sia una forma di epilessia primaria o una sindrome convulsiva provocata da un’affezione di altra natura (epilessia secondaria o sintomatica).

Sono numerose, infatti, le cause che possono scatenare nel cane e nel gatto una crisi convulsiva del tutto equiparabile ad una crisi epilettica vera e propria: tra le più comuni vanno ricordate malformazioni (primo fra tutti l’idrocefalo), traumi cranici (incidenti di vario genere), infezioni (cimurro, leucemia felina), parassitosi (toxoplasmosi), avvelenamenti, alterazioni cardio-circolatorie, affezioni su base metabolica, malassorbimento, tumori cerebrali e così via.

Tutti fattori che in sostanza determinano una anomala acidificazione dei tessuti cerebrali ad opera del sangue che li irrora, aumentando l’eccitabilità elettrica delle cellule nervose e abbassando la naturale soglia alla loro scarica spontanea. La diagnosi di epilessia primaria o idiopatica viene formulata per esclusione, dopo avere cioè verificato che non siano presenti altri problemi.
 
L’animale, pertanto, dovrà essere sottoposto ad una serie completa di esami (sangue, urine, feci, radiografie, ecografie, tomografia assiale computerizzata, risonanza magnetica nucleare), allo scopo di escludere componenti che esulano dall’epilessia essenziale. Si consigliano i proprietari di filmare il proprio cane durante la/le crisi per valutarne l’intensità e misurare la durata temporale della crisi stessa e il tempo che intercorre tra una crisi e la successiva in modo da fornire al veterinario un valido supporto diagnostico.

Inoltre, si consiglia di NON mettere le mani in bocca al cane pensando che si soffochi “ingoiando la lingua” (non è assolutamente vero) od operare altre manualità che potrebbero rilevarsi dannose per il soggetto stesso. È fondamentale invece, mantenere la calma, attendendo la fine della crisi.

COME SI TIENE SOTTO CONTROLLO
Non esiste una vera e propria cura per l’epilessia primaria o idiopatica: l’animale che ne è affetto, pertanto, non potrà mai guarire completamente. Il problema, tuttavia, può essere tenuto sotto controllo per tutta la vita dell’animale mediante la somministrazione di farmaci anticonvulsivi che curano i sintomi, grazie ai quali cani e gatti possono essere nella maggior parte dei casi in grado di condurre un’esistenza praticamente normale, quasi del tutto equiparabile a quella dei loro simili sani.

Il trattamento dell’epilessia può essere messo in atto con medicinali di diverso genere: il fenobarbitale è il farmaco antiepilettico di prima scelta grazie alla sua elevata biodisponibilità che lo rende assorbibile entro 2 ore, con una concentrazione plasmatica massima entro 4-8 ore dalla somministrazione orale.

Dopo prolungato trattamento però può determinare danni epatici per i quali si consiglia di effettuare test ematici sulla funzionalità dell’organo. In alcuni casi il protocollo terapeutico va ridotto nel dosaggio e affiancato da altri farmaci (bromuro di potassio, zonisamide, gabapentin e altri) per ridurre gli effetti collaterali a livelli più tollerati dall’organismo.

La scelta circa il principio attivo più adatto tocca al medico veterinario in funzione della singola situazione clinica ed ematologica del soggetto ai diversi farmaci. In ogni caso, siccome si tratta di farmaci piuttosto aggressivi che possono a lungo termine determinare qualche problema all’organismo animale, si cerca di mettere in terapia solamente i soggetti che manifestano crisi convulsive con intervalli inferiori ai tre mesi.
 
In caso di piccolo male, l’etosuccimide, principio attivo contenuto in alcune specialità farmacologiche, trova una significativa applicazione terapeutica, garantendo una buona risposta sintomatica a fronte di ridotti effetti collaterali rispetto ai farmaci di prima scelta.