BUFALO CAFRO

CLASSIFICAZIONE

Classe: Mammiferi
Superordine: Ungulati
Ordine: Artiodattili
Sottordine: Ruminanti
Famiglia: Bovidae
Genere: Syncerus
Specie: S. caffer
Sottospecie:
Syncerus caffer caffer o Bufalo Nero del Capo
Syncerus caffer nanus o Bufalo rosso della Foresta dell’Ituri
Syncerus caffer brachyceros o Bufalo del Sudan
Syncerus caffer mathewsi o Bufalo di Montagna

La denominazione Syncerus caffer deriva dal greco e, mentre il primo termine è composto e letteralmente significa “corna unite insieme”, in riferimento alla larga base d’appoggio delle stesse nel Bufalo Nero, “caffer” deriverebbe dal colore scuro del suo mantello.


AREALE DI DISTRIBUZIONE

Il Bufalo Cafro, grazie alla sua spinta capacità d’adattamento, rappresenta uno dei più diffusi ungulati d’Africa, distribuito soprattutto nella zona subsahariana, dal Golfo di Guinea al Mozambico, SudAfrica, Tanzania e molti altri Paesi, reintrodotto anche in Gambia.

Si presume che la popolazione totale di bufali sfiori i 900.000 soggetti in tutto il continente, ma è certo che gran parte di essi è rappresentata da bufali di savana, data l’obbiettiva difficoltà di censire gli individui che popolano le foreste. Inoltre, il costo di queste valutazioni è molto alto e non alla portata di Paesi quali Sudan, Ciad, Congo, e Benin in cui mancano opportuni finanziamenti.

Passate epidemie di peste bovina, l’eccessiva pressione venatoria da parte di bracconieri senza scrupoli, l’espandersi degli insediamenti umani, la diffusione dell´agricoltura rappesentano una minaccia per questo possente animale. Fortunatamente, grazie anche al valore simbolico che rappresenta per i popoli africani e al fascino che indubbiamente colpisce turisti e amanti della caccia grossa, numerosi Paesi stanno attivando uno sforzo unanime per la sua conservazione in Parchi in cui la caccia di selezione viene accuratamente programmata, favorendo la convivenza forzata di questo animale con le popolazioni locali, mediante l’indennizzo dei danni subiti dai pascoli.


HABITAT

Il Bufalo Cafro, nella sua evoluzione, è stato in grado di adattarsi piuttosto bene a molteplici tipi di habitat, sempre comunque caratterizzati dalla vicinanza di acqua e dalla rarefatta presenza di insediamenti umani. Così, mentre il grande Bufalo Nero, che ha saputo adattarsi al sole africano, predilige la savana e gli spazi aperti intervallati da boschetti, il piccolo Bufalo della Foresta si muoverà preferibilmente nelle giungle paludose e nelle foreste pluviali.

Persino i boschi di montagna vengono frequentati dal Syncerus caffer mathewsi che da questa abitudine prende il proprio nome.


BIOLOGIA

Caratterisctiche Morfologiche
Nel continente africano, pur essendo presente un’unica specie di bufalo i cui esemplari sono accumunati da strette similitudini e comportamenti, si possono individuare sottospecie differenti per dimensioni, colore e forma delle corna, in relazione alla diversa pressione selettiva che i dissimili ambienti in cui vivono hanno in loro determinato.

Così, mentre la vita condotta nella foresta, in spazi limitati e difficoltosi da attraversare, ha selezionato il piccolo Bufalo rosso dell’Ituri, detto anche Nano o delle Foreste, gli ampi spazi della savana, popolati da minacciosi quanto imponenti predatori, hanno plasmato il grande Bufalo Nero o di Savana. Una sottospecie di Bufalo, di dimensioni intermedie tra i due, è il Bufalo Cafro del Sudan (Syncerus caffer brachyceros).

Il primo, Syncerus caffer nanus, conta una popolazione piuttosto ridotta, limitata alle selve tropicali ed equatoriali dell´Africa centrale. Data la sua necessita di spostarsi tra gli arbusti e la fitta vegetazione della foresta, l’altezza di questo bovide non supera solitamente il metro, per un peso di circa 200-300 kg.


Bufalo cafro safari
Bufalo Rosso delle Foreste

Anche la conformazione delle sue corna lo agevola nell’intrico delle giungla, presentandosi allungate all’indietro e di lunghezza contenuta, circa 30-40 cm, senza avere una base piatta centrale. Il suo mantello risulta più chiaro rispetto al cugino della savana, costituito da peli rossastri piuttosto lunghi, che si inscuriscono nel maschio adulto.

La gola e il ventre possono apparire di una tonalità più pallida, come la linea di peli che tratteggia il bordo delle larghe orecchie.

Di tutt’altra imponenza appare il Bufalo Nero del Capo (Syncerus caffer caffer), la sottospecie più diffusa e nota del continente africano. Poderoso, gigantesco, quasi elegante nella forza che esprime, il grande Bufalo Nero, a giusto titolo, s’impone per le sue dimensioni tra i “Big Five”, i cui safari appassionano cacciatori di mezzo mondo.

L’altezza al garrese di questi enormi bovidi, nel maschio, può raggiungere e superare i 180 cm, per un peso che sovente sfiora la tonnellata e una lunghezza che arriva facilmente i 3 metri.

Le corna, massicce e temibili armi di difesa ed offesa, nei maschi si diramano da una base piatta che ricopre cranio e fronte, larga anche 90 cm, portandosi prima verso il basso e quindi curvando verso l’alto. Esse, rugose in basso e più lisce all’apice, possono agevolmente raggiungere i 160 cm d’ampiezza. Di dimensioni più contenute appaiono quelle delle femmine, che mancano dello scudo frontale.


Bufalo cafro safari
Bufalo Nero o del Capo

Il tronco muscoloso è sorretto da arti piuttosto brevi, muniti di zoccoli particolarmente larghi che permettono loro di spostarsi agevolmente su qualsiasi suolo. Sul petto molto ampio poggia il collo breve e poderoso. Caratteristiche sono le grandi orecchie, tondeggianti ed estremamente mobili, che vengono tenute pendule e laterali, decorate da peli che si allungano all’apice: esse permettono all’udito di essere il senso più sviluppato di questi ruminanti, coadiuvato da un acuto olfatto.

La coda, terminante con un fiocco di peli, raggiunge il metro di lunghezza. Il mantello degli adulti appare molto scuro, se non nero, a volte difficilmente distinguibile per la crosta fangosa che si essicca spesso sulla loro pelle; con l’età, inoltre, i peli tendono ad assottigliarsi e a rarefarsi. I giovani soggetti sono un po’ più chiari, di solito bruno rossicci, colore che si presume rappresenti un carattere recessivo ancestrale.

Per quanto non strettamente legato al Bufalo africano, è da ricordare un altro bovide molto simile, leggermente più grande, presente nei territori dell’India, il Wild Water Buffalo o Bufalo Indiano, addomesticato dall’uomo.

Abitudini
Il grande Bufalo Nero del Capo o “Peste Nera”, come viene definito dai locali, è un animale temibile che, assieme all’elefante, il leone, il leopardo e il rinoceronte, alimenta da sempre le fantasie dei cacciatori d’immagini e di trofei d’Africa.

La sua famigerata quanto improvvisa irascibilità, la sua poderosa imponenza, la coesione delle sue mandrie, lo rendono estremamente pericoloso, a ragione temuto anche dai grandi felidi. A parte l’uomo, che spesso è comunque rimasto vittima della propria imprudenza nell’avvicinarsi a questo gigantesco bovide, sono poche le minacce che il bufalo deve temere. Coccodrilli del Nilo, leopardi e iene maculate difficilmente lo attaccano, insidiando esclusivamente i vitelli o gli esemplari molto anziani, mentre il leone è ben conscio dell’insidia delle sue corna e dei suoi zoccoli e solamente un branco o un grosso maschio osano sfidare la mole rabbiosa di un toro adulto.

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Bufalo Nero o del Capo

La stretta collaborazione che vige nella mandria, inoltre, ci ha spesso presentato episodi di vera e propria vendetta, altrimenti inspiegabile, su questi felidi, attaccati talvolta in situazione d’assoluta tranquillità, inermi di fronte allo scempio che i bufali adulti facevano dei loro cuccioli.

Se non disturbato o ferito, però, il bufalo conduce una vita molto tranquilla, protetto dalla forza e dell’unità della mandria. Essi sono, in effetti, animali estremamente sociali, che amano riunirsi in gruppi numerosi, formati mediamente da centinaia d’individui.

Generalmente, pur essendo dei ruminanti non territoriali rimangono, infatti, stanziali in una vasta area, ma il numero dei capi che si aggregano è strettamente collegato alle risorse idrico-ambientali del territorio. Questo è stato visto estendersi fino a 1.075 km quadrati, supportando una densità di popolazione molto bassa, che non superava i 4 individui per Kmq, quando le risorse erano ridotte, per raggiungere la densità di 18 soggetti per Kmq in aree ridottissime, di 10 Kmq, in Africa orientale, caratterizzate da precipitazioni elevate.

La struttura sociale del Bufalo Nero è stata a lungo studiata e si è visto che, all’interno delle mandrie stesse, la gerarchia è fortemente rispettata, ulteriormente suddivisa in numerosi piccoli gruppi sociali formati prettamente da femmine con i loro piccoli (di massimo due anni).

Il legame che si crea tra gli appartenenti allo stesso gruppo è fortissimo, così intenso da farli accorrere a qualsiasi richiamo di pericolo emesso dai compagni, soprattutto se molto giovani. Questi ultimi, caratteristicamente, si muovono sempre centralmente alla mandria, mai esposti a pericoli esterni. Si sono visti addirittura soggetti ciechi o claudicanti sopravvivere nella mandria, perché difesi e guidati da tutti gli altri.

I giovani maschi sono solitamente relegati a piccoli sottogruppi di dieci-dodici individui ciascuno, mentre i grandi maschi adulti, la cui massima forza e sviluppo somatico vengono raggiunti attorno ai dieci anni, possono affiancare la mandria di femmine o separarsi a formarne tra loro di più piccole. Talvolta si possono individuare grandi maschi solitari, gli unici in grado di sopravvivere, autonomamente, alle insidie della savana, fintanto che l’usura dei loro denti non li destina ad un inevitabile decremento di peso e potenza.

Essendo dei ruminanti, essi amano muoversi, pascolando, per quasi 18 ore al giorno, con particolare predilezione per il tardo pomeriggio e la sera, quando le temperature sono più clementi, mentre nelle ore centrali del giorno sovente si attardano in pozze d’acqua, all’aperto e difficilmente all’ombra, ricoperti di fango fresco che li protegge dal surriscaldamento e dai parassiti della cute. Quest’ultimo compito è, inoltre, sovente svolto anche da bufaghe ed aironi guardabuoi che si lasciano pittorescamente traghettare sulle spalle da questi mastodontici bovini.

Muovendosi continuamente negli ampi territori che difficilmente abbandonano, anche nel caso di condizioni climatiche sfavorevoli, una mandria può percorrere in un solo giorno un circuito circolare di anche 100 km, alla velocità media di più di 5 km l’ora, calpestando e smuovendo un terreno e favorendo, così, la ricrescita di germogli giovani e teneri, appetibili anche per altri erbivori più selettivi.

Difficilmente si allontanano dalle sorgenti d’acqua e solitamente si apprestano all’abbeverata all’alba o al crepuscolo, ore preferite dai cacciatori per le battute a questi animali. Nessun ostacolo naturale nella savana è in grado di fermare la potenza di una mandria in movimento, così essa supera agevolmente foreste, alture e ampi corsi d’acqua.

Il piccolo Bufalo Rosso delle foreste, pur essendo indubbiamente di mole più contenuta rispetto al cugino delle savane, nulla ha da invidiargli in quanto a pericolosità, irascibilità ed imprevedibilità, che lo rendono un altrettanto temibile incontro. Anche per questo, mentre studi approfonditi sono stati possibili per il Nero del Capo, in un ambiente sicuramente più agevole per scienziati e zoologi, questo bufalo silvestre è poco conosciuto e avvicinabile.

L’ambiente in cui si muove sicuramente ha determinato l’abitudine a riunirsi in mandrie poco consistenti, che raramente superano i venti individui. Esse sono di solito composte da femmine, tra loro imparentate, dai loro vitelli e da uno o pochi tori che le difendono, mentre gli altri maschi si riuniscono, separatamente, in piccoli gruppi o vivono solitari.

Questi due bovidi africani, per il loro temperamento incontrollabile che ne determina grande pericolosità, non sono stati mai addomesticati e allevati dall’uomo, che ha invece rivolto la sua attenzione, da più di 5000 anni, verso il Bufalo Indiano che, sia per aspetto sia per indole mansueta, somiglia molto di più ai nostri bovini domestici.

Quando è libero in natura, esso forma piccoli gruppi di femmine, vitelli e giovani adulti, mentre i maschi anziani preferiscono condurre vita solitaria. Amano sostare in terreni umidi o paludosi e in acquitrini; sono presenti, soprattutto addomesticati, prettamente nel bacino del Mediterraneo e in Asia centrale. E’ da questi soggetti, facilmente gestibili, che derivano i bufali che, anche in Italia, vengono allevati per la produzione di formaggi.

Riproduzione
Le femmine, fertili dall’età di circa 4-5 anni e i maschi, maturi sessualmente a circa 8 anni, possono accoppiarsi e riprodursi durante tutto l’anno, visto che il ciclo estrale si ripete ogni 23 giorni, con 4-5 giorni di piena fertilità.

In realtà, l’attività riproduttiva sembra strettamente collegata alla stagionalità nelle aree in cui le precipitazioni sono limitate. Nel Serengeti, ad esempio, il picco di nascite si ha verso Giugno-Luglio, alla fine della stagione delle piogge, permettendo alle femmine in gestazione di incrementare la qualità e la quantità del proprio nutrimento grazie ai pascoli rigogliosi ed abbondanti.

A seguito dei combattimenti poderosi, ma raramente pericolosi, che i maschi attuano, tra rauchi muggiti, per la conquista delle femmine, si hanno gli accoppiamenti, seguiti da una gestazione di circa 340 giorni. Alla fine del periodo gustativo, solitamente nasce un solo vitello, raramente due, del peso che può andare dai 40 ai 60 kg.

La madre, estremamente e coraggiosamente protettiva, mantiene nascosto il piccolo nell’alta vegetazione per alcune settimane, fintanto che non lo ritiene in grado di tenere il passo della mandria; allora, esso viene accolto dagli altri individui che lo collocheranno al centro del branco per proteggerlo da eventuali predatori.

L’allattamento può durare fino anche a d un anno, ma il legame molto stretto che s’instaura tra madre e vitello continua almeno fino alla successiva gravidanza che, solitamente, segue di due anni quella precedente. Generalmente, mentre le femmine rimangono nella mandria d’origine fino a che esse stesse non abbiano partorito almeno una volta, i maschi se ne distaccano molto più precocemente; a circa due anni, infatti, se ne allontanano per andare ad aggiungersi a gruppi di giovani.


ALIMENTAZIONE

L’erba e la vegetazione di palude rappresentano per il bufalo la fonte principale di cibo. L’abbondanza o meno di risorse alimentari nel territorio regola drasticamente l’entità della sua popolazione, in maniera più accentuata della stessa predazione. Ciò perché, più rapidamente di altri erbivori della savana, i bufali perdono la loro straordinaria condizione fisica a seguito della scarsità di cibo. Il bufalo nano, vivendo in un habitat differente, si ciba, invece, soprattutto di foglie di alberi e arbusti anziché erba.


Sara Ceccarelli