Mortara, il mio paese natale, è incastonato in una vallata che si affaccia sul mare Jonio, da cui dista solo un kilometro, ed a monte protetto dalle prime maestose asperità pre-aspromontane, raggiungibili in 15-20 minuti di macchina ed a quei tempi rifugio di beccacce, tordi, coturnici.
A circa 150 metri da casa mia, verso nord, il Torrente Valanidi, arido per quasi tutto l’anno e solo in casi eccezionali percorso da acque torrenziali, per effetto di temporali ed alluvioni, è stato teatro e scuola della mia infanzia ed adolescenza per l’innata passione per la caccia, fomentata con tacito orgoglio da mio padre buonanima che mi ha trasmesso le prime nozioni di base nell’uso delle armi e del caricamento delle cartucce.
Il caricamento avveniva con metodi artigianali ed empirici ma efficaci, data l’assoluta mancanza di nozioni balistiche, e venivano tramandate da padre in figlio.
Lui che quando mi portava a caccia si vantava con i suoi amici di avere un figlio che era già una buona “doppietta” (forse esagerando un po’ da buon cacciatore, anche se un fondo di verità c’era), Lui che mi aveva inculcato il senso del rispetto e dell’onore verso gli altri cacciatori e della società in generale.
In direzione sud vi erano i “trapezi” dei piani chiamati così per la loro forma ed erano un declivio naturale verso il mare dove in primavera aspettavamo ogni genere di rapace, in particolare gli adorni (falchi pecchiaioli), oltre a quaglie e tortore ed in autunno tordi, beccacce, allodole, fringuelli, pavoncelle senza dimenticare i tanto ricercati beccafichi, mangioni di fichi di cui le nostre campagne ad agosto erano piene.
Sono cresciuto in questo contesto formato da una piccola comunità composta da non più di trenta famiglie, le cui case erano immerse in un enorme piantagione di bergamotto, unica risorsa e sostentamento, oltre all’allevamento di animali da carne ed alla coltivazione di ortaggi.

I miei divertimenti, dopo la scuola: la fionda da piccolo e da adolescente il fucile da caccia che mio padre già a 8 anni mi fece provare, tenendomi ben saldo, e trasmettendomi quella passione che sarebbe diventata come il sangue che scorre nelle vene.
Il sabato sera stavo a guardare mio padre che caricava le cartucce, aspettando con trepidazione la domenica mattina quando, dopo avermi svegliato con delicatezza, si partiva a bordo dell’APE a tre ruote, ed io per la felicità toccavo il cielo con le mani.
Finché, all’età di 16-18 anni cominciai a caricare da solo le cartucce per me e per lui e una volta che ebbi la patente di guida ero io che lo portavo a caccia.
A 18 anni la licenza di porto d’armi ed allora si che mi sentivo un uomo, prima con un cal.16 a cani interni che mio padre aveva portato dal Canada, poi con la sua doppietta cal.12 Vichers e la doppietta Bernardelli cal.20 S. Umberto 1.
In quella bella giornata di ottobre io ormai diciannovenne, come facevo spesso, caricavo cartucce e poi uscivo nel giardino o sul terrazzo a provarle. A quel tempo non c’erano le restrizioni di oggi, in più in quel piccolo borgo che era Mortara, eravamo tutti amici fraterni e parenti per cui uno sparo era una cosa normale e non infastidiva nessuno dato che quasi tutti possedevano un fucile e tanti erano cacciatori.
Salito sulla terrazza, con la doppietta cal.20 e le cartucce da provare, dominavo tutta la visuale degli agrumeti che incastonavano le case di Mortara, oltre a godermi lo spettacolo delle colline e del mare, in attesa di qualche fringuello o storno per provare l’efficacia delle cartucce.
Ed ecco che ad un centinaio di metri di altezza, davanti a me, un colombaccio che dal mare saliva verso le colline, comincia a fare dei larghi giri sugli agrumeti ed a ogni giro si abbassa sempre di più sino a posarsi nel folto degli alberi di bergamotto.
Non c’era nessuna speranza di poterlo insidiare dato che gli alberi di bergamotto sono bassi e fitti come un tappeto verde e nemmeno la luce riesce a penetrarvi, scesi di volata dal terrazzo e dopo avere preso al volo la cartucciera che tenevo ordinata con cartucce di diversa potenza, mi avviai verso il punto dove lo avevo visto posarsi.
Ero molto teso e pur sapendo che non sarei riuscito ad individuarlo, camminavo piano ed ansimavo con la speranza di intravederlo consapevole che in quelle condizioni non avrei avuto quasi nessuna possibilità di colpirlo ed al limite avrei potuto rovinare i rami di qualche bergamotto dato che toccavo con la testa i rami e non vi era nessuno spazio aperto per tirare.
Dopo avere girato per un po’ senza nessun risultato, mi fermai ricordando che lì vicino c’era un albero di fico alto 10-12 metri e su cui salivo spesso per gustare i suoi succosi frutti, ed ecco che scatta l’idea: “Se salissi sul fico e riuscissi a sistemarmi in modo da avere visuale forse riuscirei ad avere qualche possibilità di fregare il furbacchione”.
Detto fatto, messo a tracolla il fucile scarico, mi sono arrampicato sul fico sino a trovare un ramo robusto dove sistemarmi e dato che per il periodo le foglie stavano cadendo, avevo una discreta visuale. Gli alberi di bergamotto erano sotto di me e lo scenario era cambiato, ero io che ora dominavo la scena e sia io che il colombaccio potevamo competere con qualche possibilità per ognuno di noi.
Sistemato su un ramo aprii la doppietta e misi una cartuccia del n.10 in prima canna, nella seconda una cartuccia con il n.5, presi fiato e cominciai a battere le mani fragorosamente, sperando che il colombaccio partisse dal suo nascondiglio. Niente, lui si sentiva sicuro nel suo nascondiglio, protetto dalla folta vegetazione e nulla lo avrebbe persuaso a mostrarsi.
Ero deciso a fregarlo e per questo decisi di usare uno stratagemma che in alcuni casi può funzionare: sparare un colpo in aria per farlo levare in volo e sperare di averlo a tiro per poterlo abbattere con il secondo colpo, con la speranza di non cadere dall’albero (ho fatto riferimento di questo nel mio racconto(‘’due Antilopi al volo’’).

Rimisi a tracolla il fucile ed in un attimo fui a terra, ero giovane e cresciuto in campagna per cui salire e scendere da un albero era il mio pane quotidiano. In un attimo lo andai a recuperare, era lì inerme, lo presi in mano e quasi con rispetto ricomposi le penne che il piombo n.5 aveva maltrattato, e via di corsa verso casa per farlo vedere a mio padre che era intento a lavorare nella nostra campagna.
Era felice come se gli avessi regalato un tesoro, sprizzava gioia ed orgoglio da tutti i pori, e poi ancora di corsa da mio zio che era un buon cacciatore, per raccontare del mio primo colombaccio e di come lo avevo giocato. Ancora oggi rivivo la sensazione di quegli attimi e del contatto con quella preda appena presa da terra. Mia madre che stravede per il figlio maggiore era felice per me ed aveva l’abitudine di apostrofarmi con quella solita battuta: ”Ah questa caccia”.
Filippo Foti

























































