Nel lontano autunno del 1972 contrassi il tifo, probabilmente per aver mangiato delle cozze crude a Savelletri di Fasano. Avevamo il medico di famiglia, un anziano dottore che era stato medico di 3 generazioni, il quale però si ostinava a dichiarare che avevo un virus e mi imbottiva di antibiotici che non servivano al mio caso.
La mattina avevo la febbre a 38° mentre immancabilmente la sera arrivava a 40°. Disperati i miei genitori, che vedevano un ragazzo di 25 anni ridotto in quelle condizioni, chiamarono di nascosto un medico da Bari il quale, ricordo perfettamente, appena sulla porta della stanza esclamò: “Ma questo ragazzo ha il tifo!”.
Subito gli antibiotici adatti (la farmicetina) ed infatti dopo qualche giorno la febbre calò. Ma intanto 15 giorni di febbre a 40°, oltre al rischio di farmi venire la meningite, mi avevano debilitato a tal punto che, passata la febbre, quando mi alzavo dal letto non resistevo in poltrona più di mezz´ora che poi dovevo tornarmene a letto. E la caccia?
Naturalmente ero troppo debole per andarci e il mio amico Onorato, inseparabile compagno in quel periodo, veniva quasi quotidianamente a farmi visita per raccontarmi delle sue giornate di caccia. Dopo circa 1 mese dall´inizio della malattia, pur essendo ancora debolissimo, non resistevo più e dovevo assolutamente andare a caccia.
Una domenica mattina l´appuntamento è per le 5. Mi sveglio per tempo e un quarto d´ora prima dell´orario ecco Onorato che bussa. Sale e mi aiuta a vestirmi dato che proprio non ce la faccio. Quindi mi aiuta a scendere le scale e mi fa accomodare nella sua macchina (Alfa Romeo GT 1300 Junior) bianca. Destinazione Andria dove nelle settimane scorse aveva sparato abbastanza tordi.
Giunti sul posto mi aiuta a scendere, prende le mie cartucce ed il mio fucile e mi accompagna in una piccola radura dove mi dice che avrei sparato bene e comodamente. Aveva portato anche un seggiolino sul quale mi siedo perchè stare in piedi mi costa fatica. Ricordo che sparai diversi tordi prendendone 6 che furono recuperati da Onorato quando dopo un paio d´ore ritornò a prendermi.
Che dire? Di quella giornata due cose mi sono rimaste impresse: il grande affetto e la grande amicizia di Onorato unita alla mia grandissima passione per la caccia che mi spinse a fare una cosa che non avrei mai fatto. Quando tornai a casa, sempre accompagnato da Onorato anche per le scale, mia madre mi guardò soltanto: qualunque parola sarebbe stata inutile perchè anche lei sapeva che sarei andato a caccia anche in barella!
Riccardo Turi
NON MI REGGO IN PIEDI di Riccardo Turi
UN BUON APPOGGIO PER UN BUON TIRO
Il tiro con arma a canna rigata ha, tra le sue notevoli difficoltà, il rischio di movimento dell’arma.
Un movimento anche impercettibile comporta una notevole differenza sul bersaglio e, spesso, determina anche un fuori bersaglio.
Questo i cacciatori ed i tiratori lo sanno bene e perciò, nel tempo, hanno imparato ad occuparsi del problema cercando, nelle loro azioni di tiro, di perfezionare il proprio appoggio.
L’industria si è adeguata anche sulla scorta delle soluzioni militari che, se vincenti, sono state opportunamente riutilizzate. È questo il caso del bipiede, elemento presente in molte armi militari ed oggi accessorio delle armi da caccia e da tiro. In particolare, l´utilizzo del bipiede come appoggio per il fucile, da diversi anni a questa parte, è divenuto sempre più frequente anche per determinate tipologie di attività venatoria.
Esistono comunque due correnti di pensiero opposte in merito al suo utilizzo; c´è chi lo critica considerandolo come un “mezzo” per aiutare chi non dotato di buona mira o, comunque, non di pieno controllo dell´arma, chi al contrario lo ritiene (anch´io sono di questo parere) uno strumento molto utile e forse indispensabile in determinate condizioni di caccia come, ad esempio, quella praticata ai grossi ungulati di montagna che richiede un solido appoggio del fucile, soprattutto per tiri a notevole distanza con l´ausilio della palla.
E´ ovvio altresì che questo accessorio diventa perfettamente inutile per la classica caccia vagante in cui la differenza la fanno una buona arma, gli ottimi riflessi ed un´ottima mira ed il cacciatore non ha bisogno di nessun appoggio, se non quello della propria spalla per il calcio del fucile.
Quando nella caccia a palla in altura si spara a bersagli a lunga distanza è pressoché impossibile non utilizzare uno strumento del genere perchè si deve tener conto di due aspetti fondamentali:
• la precisione deve essere massima e, quindi, l´appoggio del fucile ben saldo per terra;
• è necessariodefinire con precisione la distanza a cui sparare.
A questo scopo alcune tipologie di bipiedi sono dotati di telemetri a guida laser che permettono di ridurre al minimo l´errore nel calcolo della distanza del bersaglio. Utilizzare, quindi, per particolari tipi di caccia un buon bipiede permette di ottenere risultati che non si potrebbero avere attraverso nessun altro accessorio applicabile all´arma.

Il bipiede diventa, infatti, completamente inutile se utilizzato in zone frastagliate ed anche per tiri a breve o brevissima distanza.
Al contrario, esso risulta particolarmente vantaggioso per il tiro a lunga distanza dove lo spazio visivo che intercorre tra chi spara e la preda è privo di qualsiasi ostacolo (arbusti, alberi, rocce ecc..) che limitano la visuale del tiratore.
Le tipologie di fissaggio del bipiede possono essere di vario tipo, ma devono tener sempre conto di tre aspetti fondamentali:
• una volta fissato, il bipiede non deve subire il pur minimo spostamento, neanche a seguito degli spari;
• le operazioni di montaggio e smontaggio devono essere semplici e rapide;
• il peso deve essere sempre il più contenuto possibile in quanto spesso, nella caccia in montagna ai grossi ungulati, è necessario spostarsi frequentemente a piedi in ambienti impervi e meno peso si deve trasportare meglio è.
Generalmente, per far fronte ai sopraccitati aspetti, il bipiede viene bloccato al fucile tramite “cravatta” che viene stretta al medesimo attraverso l´ausilio di due o tre viti di fissaggio.
Se il bipiede può essere definito accessorio per il fucile da caccia, non lo è sicuramente quello applicato ad armi per uso bellico e/o appannaggio delle forze speciali; in questo caso diventa parte integrante dell´arma e, come molte altre sue componenti, permette alla stessa di essere efficiente al massimo dando la totale garanzia di colpire il bersaglio in quanto spesso il tiratore scelto (altrimenti detto sniper), o chi impegnato in attività belliche, potrebbe non avere una seconda opportunità di sparare.
Personalmente ho avuto l´opportunità di sparare moltissime volte con il fucile FAL BM 59, sia in modalità semiautomatica che a ripetizione (lo avevo in dotazione durante l´anno del servizio militare) e vi posso garantire, cari lettori, che l´utilizzo in casi specifici del bipiede richiudibile permette di ottenere prestazioni notevolmente migliori in un´arma che, già di per sé, è molto affidabile.
Alessio Ceccarelli
LA PENNA DELLA BECCACCIA di Filippo Foti
Negli anni tra il 69 e l’84, quando non ero all’estero per lavoro, in genere passavo a casa un mese di vacanze l’anno e facevo in modo che ciò coincidesse con l’autunno, per andare a caccia di tordi, beccacce e altri migratori, dopo che fu proibita la caccia primaverile.
Qualche volta tra un cantiere e l’altro poteva passare anche qualche mese e fu così anche quella volta, nel 1982, che il cantiere in Nigeria era bloccato per una rivolta dei contadini, i cui villaggi sarebbero stati allagati dal futuro bacino della diga di Bakolori che noi stavamo costruendo.
Ero andato a casa in vacanza e l’ufficio personale, con sede a Milano, mi chiamò e mi disse di aspettare fino a nuovi ordini e che sino alla ripresa dei lavori saremmo stati pagati a stipendio pieno pur restando a casa. Quindi mi sono ritrovato a passare tutto l’autunno a casa, con un grosso stipendio ed un solo problema: il qualunque momento avrei dovuto riprendere l’aereo per rientrare in Nigeria, ma sembrava una storia lunga, dato il grosso problema che il governo nigeriano doveva risolvere.
Ero felice come una pasqua, avrei avuto per me parecchi mesi, senza preoccuparmi del lavoro, quindi caccia a volontà e fare la bella vita. Verso la metà di novembre, una volta finite le allodole e qualche tordo che si fermava in pianura, vicino al mare dove abitavo, si cominciava ad andare i montagna a tordi e beccacce, sulle montagne dietro casa mia.
Era ormai qualche anno che non caricavo più, da quando avevo comprato il Beretta A-301 cal. 12, ed avevo già un sovrapposto cal.12 Breda-SKB, comprato nel 1975 insieme a Carmelo Chirico, in più nel 1968 avevo comprato anche un A-300 cal.20 che mi ha dato le più belle soddisfazioni.
Quel giorno avevo comprato in città una scatola di cartucce caricate artigianalmente con 24 g di piombo del n°12, qualcuno mi aveva convinto a comprarle dicendomi che erano buone, e decisi di portarle con me il giorno dopo a S. Antonio, località a circa 500 m. sopra il livello del mare, splendido posto per la caccia e da cui si poteva godere di uno spettacolo maestoso: lo stretto di Messina con l’Etna sullo sfondo.
Partenza verso alle 5,00 per essere almeno 20 minuti prima dell’alba sul posto di caccia per riuscire a trovare qualche posto libero. Con me c’era mio fratello Enzo, ora medico di famiglia nel nostro paese, che in gioventù si é privato della caccia per poter continuare l’università, ma appena laureato, la passione soppressa é scoppiata ed é diventato in qualche anno un buon cacciatore, oltre a mio cugino, Gianni Calabro’, un buon tiratore, con cui spesso si faceva a gara a chi ne prendeva di più.
Arrivati a destinazione ci avviammo alle poste che ben conoscevamo. Io mi sistemai qualche metro più basso della cresta della collina, per aspettare lo spollo dei tordi e con qualche chance di tirare alla “regina” al passaggio (anche se qualche amico beccacciaio puro-sangue non ammette che si possa sparare la beccaccia al passo, purtroppo era una caccia molto praticata, come d’altra parte lo spollo agli acquatici).
Siamo tutti d’accordo che non é ‘’la caccia più etica’’ ma si prendono certe abitudini secondo la scuola ricevuta, ma per fortuna con l’età’ si cambia.
Carico il semi-auto, mettendo la famosa cartuccia comprata il giorno prima, seguita da due cartucce abituali col n° 10 e n° 9 della Clever. Mio fratello era a 100 mt sulla mia destra e mio cugino un po’ più lontano. Era quasi l’ora, le mani si contraggono contro il fucile e controllano che la sicura sia in posizione di fuoco, d’un colpo dalle mie spalle vedo la sua ombra a non più di dieci metri, la lascio passare e prima che scompaia contro l’oscurità della cresta della collina, imbraccio e faccio fuoco, vedo la sagoma chiudersi e andare in caduta oltre la collina.
Mio fratello mi chiama, “l’hai presa?”, gli rispondo di si tutto eccitato, ricarico il colpo sparato e aspetto che faccia giorno , in quei minuti che passano, diversi tordi sfrecciano e riusciamo a beccarne qualcuno, aspetto ancora qualche minuto e quando il sole illumina il terreno vado a cercare ‘’Lei’’, i tordi sono meno importanti.
Mi avvio con calma, passata la cresta c’é un piccola vallata la cui vegetazione é stata bruciata da poco da qualche mano criminale, mi gusto una sigaretta (ancora fumavo), e scendo tranquillamente col fucile sul braccio nella direzione dove ho stimato sia finita la corsa della regina. Infatti dopo qualche decina di metri la vedo a terra, a pancia in su, qualche goccia di sangue sul lato del becco.
Ero sicuro di me, non sarebbe più partita, la lascio a terra in attesa di finire la sigaretta, si muove, e con uno scatto si rimette in piedi, ancora non ci credo che possa volare. Ancora qualche secondo e con uno scatto ancor più repentino frulla, io incredulo la guardo intanto alzo il fucile ma la cintura e la sigaretta mi creano problemi, é ancora là a tiro, fa un semi-cerchio davanti a me, imbraccio e comincio: uno niente, due niente, tre il nulla, continua come se niente fosse.
Ancora non ci credevo, era andata, sarebbe bastato appoggiarle il piede sopra o abbassarmi per prenderla, ora ero là, solo con la mia delusione e le tre padelle, ero troppo sicuro, anche se fosse partita, era tutto scoperto, non avrei mai potuto mancarla, eppure mi aveva fregato come un principiante. Mio fratello mi chiede “cosa hai sparato?”, avevo troppa vergogna, ho aspettato di essergli vicino per raccontargli tutto.
Prima di avviarmi guardo a terra dove lei giaceva e ancora c’era del sangue e una penna che aveva perduta battendo a terra. Prendo la penna e mi avvicino a testa bassa a mio fratello e mio cugino, e quando ho mostrato loro la penna e raccontato la storia, le risate si sentivano da lontano. Quelle maledette cartucce, di cui appena si sente il botto, le ho messe nel fondo dello zaino e non mi ricordo se le ho più utilizzate. Quella penna l’ho conservata per un bel pò ed anche gli scherzi di mio fratello e degli amici che hanno sentito la storia.
Filippo Foti
GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL BRACCO ITALIANO E DELLO SPINONE di Angelo Di Maggio
Questo articolo è estrapolato da “Gare col Cane da ferma e Spaniels”, testo prodotto e gentilmente messoci a disposizione dal Sig Di Maggio Angelo, Giudice Cinofilo e grande appassionato di caccia; egli, grazie all’esperienza acquista sul campo quale giudice della Libera Caccia, ha giudicato e giudica in gare organizzate da qualsiasi “associazione venatoria” che da questa sia chiamato a farlo.
Tutto il materiale concessoci, evidente frutto di cultura del settore ed esperienza sul campo, è della lunghezza complessiva di circa settanta pagine; pertanto, per motivi legati ai limiti che inevitabilmente la lettura in video ci pone, abbiamo deciso di proporlo suddiviso per argomenti, cercando di mantenere continuità di contenuti, per renderlo più usufruibile da parte di tutti gli operatori del settore, aspiranti giudici, delegati cinofili o semplicemente appassionati del magnifico mondo delle gare cinofile.
Al termine delle pubblicazioni, che si susseguiranno settimanalmente, provvederemo ad unire tutti i singoli articoli pubblicati, in un unico testo, scaricabile in pdf dalla sezione “Cinofilia”, che ciascuno potrà stampare e tenere come manuale completo ed esaustivo, da consultare in qualsivoglia occasione.
GLI STANDARDS DI LAVORO
Il Bracco Italiano
Sta nel quadrato.
L´andatura è di trotto lungo e serrato, tollerato qualche breve tempo di galoppo nei ritorni sul terreno già ispezionato o all´inizio del turno o nel caso di estranee eccitazioni.
Ma l´andatura di rigore, quando affronta il quesito olfattivo, è di trotto.
E´ un´andatura vivace e redditizia che si svolge in diagonali quasi sempre rettilinee di un centinaio di metri di lunghezza ed anche più, ben spaziate, ed in relazione all´olfatto eccellente di cui dà prova questo gran fermatore, sempre quando non ecceda in andature contrarie alla sua natura.
E´ evidente che in lui (come in tutti gli altri trottatori) la preoccupazione del compito olfattivo è in primissimo piano, e la soluzione dei vari quesiti che nei grandi galoppatori è data quasi d´istinto, fulmineamente, richiede in lui un processo mentale complesso, che è facilmente leggibile nella sua bella maschera di “pensatore“.

Entrando in un lieve effluvio, rallenta gradatamente l´andatura e rimonta verso l´origine presunta con grande prudenza, testa alta come sopra descritta, di passo, senza altra manifestazione se si eccettuano le orecchie eretta al massimo, e la coda immobile, un pò cadente. A
ccortosi che si tratta di un falso allarme, senz´altro prosegue riprendendo il portamento e l´andatura abituale.
Se per contro s´avvede che l´effluvio porta al selvatico, rallenta sempre maggiormente, così che gli ultimi passi sono lentissimi, tastando spesso con la zampa prima di posarla, e questo per la tema di far rumore.
E quando ferma irrigidisce la coda, risollevandola. Questa, in ferma ed in cerca, è portata orizzontale o leggermente più bassa o leggermente più alta.
Il portamento, nell´assieme, è nobile, imponente, vigile, ma calmo, ben eretto e lievemente proteso in avanti; il collo un po’ montante e la testa ben eretta, con la canna nasale decisamente rivolta verso il basso (30 gradi sotto l´orizzontale).
Se durante la cerca taglia una zona d´effluvio che lo rende immediatamente certo della presenza del selvatico, rallenta immediatamente al passo e prendendo nel suo portamento generale un atteggiamento simile a quello della ferma, solo con il collo un po’ più proteso e la coda un po’ più bassa, compie la “filata” a rallentamento graduale sopra descritta, seguendo la retta che lo unisce al selvatico.
Talvolta questa filata è preceduta da un breve arresto, ma ciò non è desiderabile.
Quando poi si sente d´improvviso a ridosso del selvatico (e solo in questo caso) ferma di scatto, restandosene il più delle volte eretto, o con gli arti un po’ flessi, con la testa rivolta in basso verso il selvatico. Eccezionalmente s´accoscia in pose contorte.

Egli ripete, insomma, l´azione della filata, prudentissima, ma decisa, senza tentennamenti, non concludendo in nuove ferme senza farle precedere da rallentamenti graduali.
E´ evidente che, dominando sulla emanazione diretta e mantenendosi il più possibile a distanza costante, condiziona il suo avanzare a quello del selvatico. E quando questo, favorito da speciali condizioni di terreno, si abbandona a fughe precipitose, sa dimostrare che la somma prudenza che lo caratterizza non gli impedisce di essere un seguitore tenace e serrato.
In questo caso può venire a ritrovarsi nella circostanza di dover fermare bruscamente, per sentirsi improvviso a ridosso del fuggitivo, che ha ribattuto per poi lasciarsi caricare oppure svoltando un ostacolo e simili.
Tra le caratteristiche del bracco italiano (e degli altri continentali) vi è pure quella di avere un collegamento assoluto col conduttore, che non deve assolutamente mai abbandonare.
La sua natura calma e riflessiva, si presta inoltre a condizionare il lavoro alle più varie circostanze, così che egli può restringere le azioni sopra descritte, corrispondenti alle migliori condizioni di selvaggina e di ambiente, in una cornice più ristretta che sia imposta da momentanee necessità.
Lo Spinone
E´ nel quadrato.

Giudice di Gara Angelo Di Maggio
Nel prossimo articolo: GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL GRIFFONE A PELO DURO o KORTHALS
UNA GIORNATA “STRANA” di Renzo Stella
Sarà successo sicuramente a tutti di avere una giornata in cui tutto, ma proprio tutto, va storto. Quelle giornate, nascono per il verso sbagliato, e solo un miracolo può addrizzare un poco le cose; è necessario che intervenga qualcosa o qualcuno che faccia smettere mister Destino di giocare a fare la carogna. I fatti si succedono uno dietro l’altro, in un concatenarsi di eventi che sembrano fatti apposta per farci incazzare come le bestie. A stare sul chi vive, non serve a molto, se deve succedere …succede e basta!
Era fine Ottobre di sei anni fa, una giornata fredda, strana per il periodo, la tramontana soffiava forte ed il gelo si avvertiva ancora di più. Il giorno prima si era deciso di fare una cacciata ai Colombacci sul mitico Monte Contessa, sulle alture della nostra Genova.
L’appuntamento con gli amici era presto, molto presto, intorno alle quattro della mattina. Pensare che ci vuole un quarto d’ora di macchina per arrivare alla fine della carrozzabile, poi un´altra mezz’ora di strada a piedi salendo un ripido sentiero che taglia a mezzo il bosco di pini marittimi per arrivare al prato sulla cima, a seicento metri di altitudine; quarantacinque minuti in tutto, eppure se non ci si alza presto con levate da infarto non si trova il posto libero; tre, forse quattro sono le poste buone, quelle dove si può sperare di tirare ai colombacci, senza disturbare quei tre palchi che lavorano tutto l’anno nell’attesa del mese di ottobre/novembre…. Sperando nella Tramontana.
Le previsioni meteo erano confortanti, in effetti, il Vento c’era, anche troppo. Colazione rigorosamente a casa, per non perdere tempo, ed i ritardatari… saliranno da soli, aiutati dal fascio di luce della lampada tascabile. Borsa di cartucce del sei, almeno trenta, con la speranza di spararne una decina; un’altra ventina dell’otto non mancano mai….. chissà che non passi qualche tordo.
Berretto passamontagna di lana, la Tramontana in Liguria anche in autunno fa gelare anche i gioielli personali, sebbene al calduccio dentro i pantaloni di fustagno. Nel buio, prima dell’alba, se si è fortunati di aver trovato il posto vuoto, si cerca il contatto con il compagno dell’altra parata agitando il fascio di luce come fosse un faro di segnalazione.
Quella mattina era nata male, Andrea mi si avvicinò lasciando la posta vuota, proprio quando si vedeva venire dal basso una luce caracollante ma spedita.
< Torna subito al tuo posto c….o, non vedi che sta arrivando gente ? > La risposta aveva l’impatto di una schioppettata a bruciapelo: < Scusa ma nella fretta ho scordato la borsa delle cartucce in macchina…. > Non sapevo se ridere, piangere, oppure mandarlo direttamente nel “ Paese più abitato del mondo”.
Sentivo distintamente Piero ridere a crepapelle, e mentre lo faceva invitava lo smemorato a dividere le sue cartucce…. solo che quelle di Piero erano del calibro venti! Che carogna, infierire così! Ero convinto che la risata di Piero fosse più isterica che divertita; quindici delle mie cartucce caddero nella tascapane di Andrea. < Se con il vento che c’è oggi, la giornata si presenta bene, stai sicuro che per averne altre ritorni alla macchina.. e con i pallini nel deretano! >
Ritornato di gran carriera nel suo posto, sentivo il nostro amico salutare con un Buon giorno strozzato il cacciatore che arrancava ansimando, vidi poco dopo il fascio di luce disperdersi all’interno del bosco, e la sua voce allontanersi smoccolando. Il cielo iniziava a colorarsi di rosa, dall’alto si vedeva bene il Mare che al largo s’increspava violento sotto le sferzate di Eolo. Bam…Bam, due colpi di Piero a “mezzobuio” , fecero cadere un tordo schizzato fuori non si sa bene da dove.
Bam…quello partito dal mio sovrapposto, ne colpì un altro che mi sfrecciò davanti tra il chiaro e lo scuro dell’alba. Poi più nulla! Le cinque, poi le sei, le sette e le otto; le lancette giravano monotone sul quadrante dell’orologio e di uccelli nemmeno l’ombra. Freddo tanto, fame anche, visto la frugalissima colazione. I piedi, praticamente congelati, le mani …idem.
La Tramontana è il vento principe per sperare che il passo degli uccelli si faccia vedere in numero soddisfacente qui in Liguria, ma…..ci deve essere il vento giusto, non troppo forte, non troppo calmo, anche se c’è il Sole non deve permettersi di scaldare l’aria più di tanto altrimenti la termica gira e addio Tramontana; … diventa Libeccio, o peggio, Scirocco e addio uccelli, specialmente i Colombi!
Ebbene tutto, ma dico tutto, quella mattina parve avercela con noi; con noi e con altri venti cacciatori sparsi sul terreno, che avevano ben sperato ascoltando il Colonnello di Canale Cinque. Il bello è che “ qualcuno” è convinto che facciamo stragi……. La mattina di quella Domenica di Ottobre vide l’alternarsi di ben tre venti nel giro di quattro ore!
Incarnierati DUE Tordi, preso tanto freddo, sentito le solite battute tipo: era meglio se stavo a dormire, se uscivo con la moglie, ecc. ecc Persino il Breton di Piero che ci accompagnava, con il compito di riportare chissà quanti Colombacci, ormai vagava naso in terra nel pratone, sulla cima del Contessa, annoiato come non mai. Mezzogiorno, lo stomaco oramai ordinava perentoriamente di ritornare a tavola, i piedi non avevano più la forza di ordinare niente …stanchezza totale!
Mezz’ora in salita equivale a quindici minuti in discesa, le macchine erano puntini chiari parcheggiati al lato della strada giù in basso, due chilometri distanti. Come dicevo all’inizio, se qualcuno o qualcosa ci mette lo zampino forse Mister Destino la pianta di fare lo stronzo, una volta tanto. E cosi accadde.
Camminando lungo il sentiero, discutendo sulla mattinata andata male sputando frasi tipo: < non c’è più il passo di una volta…, che giornata di m….> e la frase principe, che non manca mai < Non ci sono più le Stagioni di una volta! …>, poco ci mancava che non ci accorgessimo di quel meraviglioso cagnolino che fermo come una statua guardava, anzi, annusava l’aria che proveniva da un cespuglio. Era in ferma!
Tirare fuori i fucili dai foderi, caricarli, e mettersi in posizione, fu tutt’uno… ed il bel Tenebroso partì involandosi con un gran fracasso. Bamm ….. In macchina ridevamo ancora, il cane non aveva mai preso tante coccole in vita sua …. ed il Bel Tenebroso ora guarda dall’alto della libreria, a imperituro ricordo di una giornata “strana“.
Renzo Stella
CON OLIVOS DEL MAESTRAT A TORDI IN SPAGNA!
Ancora un´agenzia di Viaggi Venatori va ad incrementare il numero di Aziende che Cacciainfiera.it è lietissima di promuovere e di far conoscere alla propria grande platea di appassionati: OLIVOS DEL MAESTRAT.
L´Agenzia è specializzata nel turismo venatorio in Spagna, con particolare attenzione per la caccia ai tordi, in ben sette riserve.
Per qualsiasi informazione collegarsi al sito http://olivosdelmaestrat.com
IL SEGUGIO MAREMMANO: LA CERCA di Sergio Leonardi
Sergio Leonardi, Giudice Federale Fidc, Fidasc e Pro Segugio, nonchè autore del libro “Conoscere il Segugio Maremmano“, torna a mettere la sua esperienza sul campo a disposizione di noi tutti, per permetterci di conoscere il modo di cacciare di una prestigiosa razza italiana, frutto di una terra aspra e affascinante quale la Maremma.
Per questo ringraziamo sentitamente Sergio Leonardi, la cui voglia di collaborare alla funzione divulgativa del nostro sito è per per noi grande motivo d´orgoglio.
Nel precedente articolo si è parlato dell’abbaio a fermo, definendo una dote che contraddistingue il Segugio Maremmano.
La caccia tradizionale al cinghiale è quella fatta in battuta, con i canai o canettieri da una parte, e le poste con i cacciatori, a parare vie di fuga del selvatico.
Chi legge non si offenda o si scandalizzi di questa precisazione, perché, purtroppo, l’uso del cane troppo spesso è improprio.
Alcuni intendono quest’ausiliare, specie se buon abbaiatore a fermo, per PREDARE il cinghiale portandosi nelle sue vicinanze per abbatterlo.
Da cinofilo e cacciatore non mi sento di apprezzare questa forma di prelievo poiché snaturalizza la funzione del segugio, che non a caso è definito da SEGUITA; di fatto quest’uso improprio esclude l’importante fase, dando al cane stesso una cattiva abitudine e facendogli perdere l’istinto di inseguire il selvatico, inoltre esclude la forma sociale, il rapporto umano che s’instaura in una squadra, anche se talvolta è caratterizzato da vivaci controversie.

Il Segugio Maremmano ha le capacità di esprimersi come richiesto, purtroppo spesso nell’addestramento del cucciolo sono impartite azioni che compromettono e modificano l’istinto del cane.
La Cerca nel nostro cane è caratterizzata dal movimento veloce di presa del terreno; cacciando in bosco sfrutta l’emanazione lasciata dal selvatico (cinghiale) al suo passaggio, fiutando i rametti, i rovi, o quanto altro possa essergli utile per recepire l’usta lasciata per sfregamento sulla vegetazione. Un cane esperto scorre un trottoio con velocità senza dare l’impressione di fiutare, ma per lui è un percorso che ha ben chiaro nei suoi organi ricettivi della canna nasale.
In questo è facilitato dalla sua struttura morfologica: essendo l’altezza al garrese di media 50 centimetri, e una lunghezza del collo giustamente proporzionata, si trova ad avere a “portata” di naso il punto di contatto del cinghiale con la vegetazione. Questa sua caratteristica induce taluni ad additare il Maremmano come “abbaione”; in alcuni casi o soggetti questo può essere, ma di solito questo abbaiare porta dritto al covo o alla lestra.

Molto, nella fase della cerca, dipende dal terreno (è questa una costante per tutte le forme di caccia) se umido, secco, bagnato per guazza o lavato per pioggia notturna.
Altro elemento che influisce è il vento: se proviene dal Nord è fresco nei mesi temperati, caldo e secco in quelli estivi, mentre se proviene da Sud, specie per i boschi prospicienti al mare dove l’azione del vento trasporta particelle saline e queste “catturano” maggiormente l’usta, si può avere una condizione favorevole, ma deleteria in caso di calura estiva.
La voce nell’azione della cerca, appena sciolto, può essere esuberante con abbai dati sul terreno per l’entusiasmo d’essere libero, e consapevole di ciò che si appresta a compiere, ma passati i primi momenti, deve essere ponderata ed emessa soltanto su traccia sicura, con piccole pause, là dove viene meno l’usta, per poi riprendere ritmata e cadenzata.
Nel recupero della passata, a pausa avvenuta, oltre al buon naso conta molto l’intelligenza del soggetto che fa appello tramite la memoria alla propria esperienza, movendosi con circospezione e fiutando zone dove sono maggiori le probabilità di reperire.
Il timbro di voce non deve essere profondo (toni bassi), neppure ululante (segno questo d’influenze di soggetti stranieri) ma deve essere secco e deciso, pulito, squillante.
Qualsiasi cane segugio, specie se adibito al cinghiale e pertanto portato a lavorare in bosco (spesso sfugge dalla vista del conduttore), deve emettere voce, un’emissione spontanea (per chi la possiede), un riflesso incondizionato, molto utile all’uomo, al cacciatore, poiché segnala e fa capire dove si trova e che cosa sta facendo così da permettere a quest’ultimo di avvicinarsi e “ servire” il cane, se necessario con incitamenti ed altro, talvolta in soggetti giovani, infondendo fiducia con la propria presenza.
Sergio Leonardi
Per maggiori informazioni sull´autore visitate il sito:
http://www.maremmanoesegugi.it/
… nel prossimo articolo Leonardi tornerà a parlarci del Segugio Maremmano per approfondire i temi dell´accostamento e della seguita…
CON EURO-CACCIA E PIERANTONI KFT A CACCIA IN EUROPA!
Cacciainfiera.it è lietissima di accogliere due nuove Agenzie di Viaggi Venatori fra i propri clienti, con l’augurio che la nostra grande platea di appassionati possa essere per loro un’importante vetrina a cui affacciarsi per presentare i propri servizi.
EURO-CACCIA TRAVEL: nata dalla fusione di due gruppi organizzativi già esistenti da tempo nel settore “viaggi venatori”, la “R.F WATSON” e la “AGROHUNTING s.r.l.” con le sue tre sedi, una in Scozia, una in Romania e una in Toscana, organizza viaggi SCOZIA, ISOLE EBRIDI, INGHILTERRA, ROMANIA, ALBANIA, AZERBAIJAN, BULGARIA e PORTOGALLO.
Per qualsiasi informazione collegarsi al sito http://www.euro-caccia.eu
PIERANTONI KFT: essa propone vacanze venatorie in UNGHERIA per qualsiasi tipo di caccia, scegliendo le riserve più adatte per il tipo di caccia prescelto dal cliente.
Per qualsiasi informazione collegarsi al sito http://www.cacciainungheria.it
“L´ULTIMO DEGLI ARTIGIANI” di Carmelo Chirico

Le botteghe, i laboratori e le officine erano quasi sempre luoghi di un disordine ordinato in cui solo l’artigiano sapeva muoversi, per ritrovare, sotto un cumulo di attrezzi, quello che serviva e che avrebbe risolto tutti i tuoi problemi.
Artigiano, sinonimo di colui che è depositario del meraviglioso mondo di arti e mestieri, è proprio il termine che identifica categorie di lavoro ormai in via di estinzione, ma che racchiude in se un modo di lavorare tipico di un’altra epoca.
Ed ecco che tutti i cacciatori, che per decenni hanno dovuto ricorrere alle cure urgenti di qualcuno che li facesse andare a caccia il giorno dopo, ancora oggi ricorrono alle magie di Mimmo Vercelli : un’istituzione il suo laboratorio.
Il suo laboratorio, posto alle spalle del palazzo che ospitava i Tribunali di Reggio Calabria, è un continuo pellegrinaggio di gente che va a chiedere grazia per il proprio fucile che non risponde più alle sollecitazioni del cacciatore.
Uno stanzone posto nella penombra, in cui fa spicco un bancone in legno, regno incontrastato di questo grande amico che, alla presentazione del paziente bisognoso di cure, fa seguire immediatamente la diagnosi ed ipotizza la cura, pertanto se il tuo fucile ha subito un danno, a seconda del tipo di intervento, puoi aspettare oppure ti rimanda ad altra data.
Inutile insistere sui tempi d’intervento perché questo non fa altro che infastidire Mimmo che ha già il proprio programma di lavoro e che dalle insistenze non è per nulla impietosito, sino a giungere all’estrema decisione di rimandare a casa l’incauto insistente che non conosce il suo carattere deciso.
E per capire certi suoi atteggiamenti, che chiamare ruvidi è dire poco, basta tenergli compagnia per qualche ora nel suo laboratorio.
Logicamente nel periodo di caccia, presso il suo laboratorio, è un continuo andirivieni di gente che ha bisogno d’aiuto, ma non tutti i cacciatori sono esempio di educazione, per cui il modo di approcciarti fa scattare in lui quelle risposte, alcune volte al vetriolo, per cui le insistenze non giovavano certo a fargli cambiare idea sui tempi d’intervento.
Tantissime volte invece, a premio dei modi educati con cui l’interlocutore si propone per la richiesta dell’intervento, Mimmo, che ha già programmato le riparazione da effettuare per quella giornata, pur di fare tardi la sera, inserisce il cliente in quelli da soddisfare.
E come dargli torto per tutti gli atteggiamenti limite, se sei esposto da decenni alle continue richieste di un moltitudine di gente che si alterna nel tuo laboratorio, facendoti richiesta di cose anche assurde, oltre ai consigli per gli acquisti di un fucile ed alle modifiche da apportare alla propria arma.
Ricordo che una sera di ottobre di tanti anni fa un cliente gli chiese consiglio su l’acquisto di un nuovo fucile, un calibro 20, motivando la richiesta con il fatto che con il suo calibro 12 non abbatteva nulla ed un suo amico, sicuramente più bravo, con un calibro 20 incarnierava tantissimi tordi.
Inutile dire che dopo avere ascoltato tali argomenti e sorriso delle disquisizioni che lo sprovveduto esponeva, senza mezzi termini, Mimmo gli consigliò caramente di abbandonare la caccia ed iscriversi alla Protezione Animali, dove sicuramente sarebbe eccelso.
Un’altra volta si presentò un tizio con la richiesta di controllare il suo fucile poiché qualche amico burlone gli aveva fatto intendere che avesse le canne storte, per cui non riusciva a colpire nessun tordo. Povero allocco.
Era tanto svezzato, per tutto quello che aveva sentito nell’arco della sua vita in quel laboratorio, che superato il primo impeto di mandarlo a quel paese, si lasciò andare ad un insolito atteggiamento scherzoso, dicendo che quello che i suoi amici gli avevano prospettato era possibile e che però più che far raddrizzare le canne del fucile avrebbe fatto meglio a ricorrere alle cure di un buon oculista.
La compagnia di clienti assidui ed amici non gli è mai mancata, per cui, davanti al bancone, le sedie sono state quasi sempre occupate e gli argomenti di conversazione ricoprono tutto lo scibile umano.
Fateci caso, in un contesto particolare come un circolo ristretto di persone, che passano qualche ora insieme, diventiamo tutti tuttologi.
Fino a quando per motivi di lavoro non mi sono allontanato da Reggio, sono andato spesso nel suo laboratorio e lo trovavo sempre con il suo camice, rigorosamente blu scuro, con un sigaro in bocca fumato nervosamente, sotto la luce di un neon posto sul bancone, intento sempre in qualcosa di magico, se nel momento in cui, dopo qualche minuto, dalle sue mani, quel qualcosa che prima era inanimata, riprendeva a funzionare.
Ma il massimo della sua magia, per me, è sempre stato il modo unico con cui, con attrezzi poveri, riusciva a far rifiorire un qualcosa di anonimo, come il calcio grezzo di un fucile, rendendola una piccola opera d’arte.
Cacciatore di beccacce e pernici, nel frattempo che espleta il suo lavoro, ammalia l’interlocutore con i suoi racconti di giornate trascorse ad inseguire, con i suoi fedeli cani, prede ed emozioni che ti trasferisce con un’enfasi che è propria degli innamorati dell’unica passione della sua vita, dopo logicamente il figlio ed il ricordo indelebile della cara moglie che gli è venuta a mancare troppo presto.
Il lavoro, che mi ha portato ad essere per lunghissimi periodi fuori casa, ha fatto si che le mie frequentazioni di quel magico laboratorio, dove una persona speciale continua il suo lavoro a dispetto di difficoltà tali che molto spesso gli hanno fatto pensare di smettere, si diradassero, ma è unico l’affetto che continuo a nutrire per quella persona speciale perché secondo me è depositaria di un’arte che sta per scomparire e con lei tradizioni, incontri ed atmosfere.
Il laboratorio di Mimmo Vercelli non è solo clinica per fucili di cacciatori maldestri, ma punto di riferimento di un mondo che pian piano sta perdendo il clima magico che lo avvolgeva.
Il piccolo centro di aggregazione, che il laboratorio di Mimmo è sempre stato, per me ha significato un punto sicuro di riferimento per quel mondo che gravita intorno alla caccia e di sicuro le figure forti, come quella di uno dei pochi artigiani rimasti, sono ormai le ultime rimaste.
Carmelo Chirico
“PECCANNACCHIE!!” di Riccardo Turi
Fasano di Puglia, autunno 1960.
E´ domenica, come al solito viene zio Vito che abita a Bari per pranzare con la mamma (nonna Elvira). Il menù è più o meno questo: zitoni spezzati a mano (allora si vendevano sfusi e interi) con il ragù fatto con braciole e polpette che costituiscono anche il secondo.
A volte c´è pure il pollo al forno con le patate, preparato in un “tegame” di creta (che conservo gelosamente ancora oggi) che viene mandato al forno a poca distanza da casa.
Quando questi tegami si rompevano, e succedeva spesso,veniva riparato con i “punti” da un artigiano che faceva questo lavoro girando per il paese.
Dunque la domenica è sempre una festa anche perchè zio Vito da a ciascuno di noi ragazzini 200 lire con le quali la sera si va a mangiare la pizza da la” Pacchianella”: costo totale di pizza e bevanda lire 150.
In questa atmosfera festosa il mio pensiero è però sempre rivolto alla caccia e seguo come un´ombra zio Franco per vedere se è intenzionato ad andare a caccia. E´ una giornata tersa, fredda e con poco vento e prima di pranzo ricevo la risposta positiva. Appena finito il pranzo più o meno alle 14, velocemente la vestizione, la giacca in verità un pò leggera (ma sotto mi metto 2 maglioni) e gli stivali.
Quindi prendo il mio schioppettino cal.28 ad 1 colpo e le cartucce che saranno circa una ventina; nel frattempo zio Franco è pronto e alle 14,20 partiamo da casa con la sua Fiat 600 Moretti bianca. Passiamo prima a prendere Raffaele che abita nei pressi della villa comunale e quindi andiamo a prendere Vito (“Vetucc u uard notturn”, Vito la guardia notturna) che abita nella zona vecchia del paese.
Lui come lavoro fa la guardia notturna e va anche a dare una mano nell´armeria Carrieri dove lavora Raffaele. Quando arriviamo davanti con la macchina (la casa è un piano terra) lo vediamo scostare la tenda ed uscire con il viso sporco di sugo e una bottiglia di vino in mano; si siede dietro vicino a me e mi accorgo subito che ha bevuto più del normale perchè è quasi completamente ubriaco.
Tralascio di descrivere le condizioni pietose della sua doppietta.
Prendiamo la strada per la Selva di Fasano e di là proseguiamo per la “Loggia di Pilato”. Siamo sopra le colline che sovrastano la piana e sento dire da Raffaele che siccome c´è poco vento i tordi scaleranno tutta la collina coperta dimacchie ed andranno a dormire nei boschi dell´interno verso S.Lucia e Coreggia. Dopo qualche chilometro ci fermiamo a bordo strada. Sulla destra c´è un prato largo una settantina di metri che termina con un muretto a secco che delimita le macchie che scendono fino ai piedi della collina.
In verità siamo abbastanza vicini alla strada asfaltata, ma allora bisogna dire che di auto ne circolavano davvero poche. Ci appostiamo dietro il muretto con Raffaele a sinistra, zio Franco al centro con me vicino e Vito a destra. Ricordo che i tordi arrivavano numerosi ma lo spettacolo era costituito da Vito che, completamente brillo, cantava e si muoveva in continuazione e, nonostante ciò, faceva dei tiri micidiali. Non ricordo i carnieri ma il suo era il più cospicuo mentre io avevo preso 3 fringuelli.
Sono circa le 17,30 quando prendiamo la strada del ritorno. Mentre attraversiamo la contrada “Balice” poco prima della Selva, improvvisamente ci fermiamo in un posto chiamato “Peccannacchie” (letteralmente “poco ne trovi”). Era una modesta rivendita di generi alimentari aperta anche d´inverno solo perchè i proprietari abitavano sul posto.
Ci sediamo ad un tavolo e ci portano pane, salame, formaggio e naturalmente vino. Fu uno spuntino davvero delizioso con Vito che si scolò un´intera bottiglia di vino.
In macchina puzzava da morire, ma era un personaggio così simpatico e unico che non si poteva rinunciare alla sua compagnia. Anche queste cose, per me tredicenne, facevano parte insostituibile di quel magico mondo che era la caccia.
Riccardo Turi
GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL BRETON di Angelo Di Maggio
Questo articolo è estrapolato da “Gare col Cane da ferma e Spaniels”, testo prodotto e gentilmente messoci a disposizione dal Sig Di Maggio Angelo, Giudice Cinofilo e grande appassionato di caccia; egli, grazie all’esperienza acquista sul campo quale giudice della Libera Caccia, ha giudicato e giudica in gare organizzate da qualsiasi “associazione venatoria” che da questa sia chiamato a farlo.
Tutto il materiale concessoci, evidente frutto di cultura del settore ed esperienza sul campo, è della lunghezza complessiva di circa settanta pagine; pertanto, per motivi legati ai limiti che inevitabilmente la lettura in video ci pone, abbiamo deciso di proporlo suddiviso per argomenti, cercando di mantenere continuità di contenuti, per renderlo più usufruibile da parte di tutti gli operatori del settore, aspiranti giudici, delegati cinofili o semplicemente appassionati del magnifico mondo delle gare cinofile.
Al termine delle pubblicazioni, che si susseguiranno settimanalmente, provvederemo ad unire tutti i singoli articoli pubblicati, in un unico testo, scaricabile in pdf dalla sezione “Cinofilia”, che ciascuno potrà stampare e tenere come manuale completo ed esaustivo, da consultare in qualsivoglia occasione.
GLI STANDARDS DI LAVORO
Il Breton
Sta nel quadrato.
L’andatura è il galoppo veloce e brillante, ma non esuberante, con diagonali brevi e spezzate in direzioni opposte.
Il tronco corto e raccolto, non consente il forte inarcamento del rene a coadiuvare i tempi di galoppo. Egli ovvia protendendo molto indietro il bipede posteriore e la spinta risulta così più vigorosa ed intensa ed il galoppo diventa quasi una serie di salti.
Questa tipicissima andatura conferisce un brio eccezionale all’azione di questo cagnetto.

Testa alta e canna nasale tendente all’orizzontale.
Coda, quel poco che ha, in movimento continuo e vivace. Quando, durante questa fase, ha l’impressione della presenza del selvatico, rallenta l’andatura rivolgendo direttamente l’attenzione sulla direzione dell’effluvio; testa alta, occhi ardenti, orecchie dritte, coda (quel mozzicone) in febbrile movimento.
Superata l’incertezza, riprende la sua andatura abituale, con scatto quasi rabbioso.

La filata e la guidata sono conformi alle reazioni della ferma.
Spiccate sono le sue attitudini al riporto e al recupero.

Molto intelligente e di ottima indole.
Per la sua mole ridotta, occupa poco spazio (anche in casa) e per la sua eccellente capacità di adattamento a qualsiasi condizione ambientale e di selvatico, la sua razza è divenuta una delle più diffuse.
Giudice di Gara Angelo Di Maggio
Nel prossimo articolo: GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL BRACCO ITALIANO
“TENTAZIONI” di Carmelo Chirico
Il cielo grigio e plumbeo non aiuta ad essere ottimisti. Da ieri piove incessantemente, e come avviene in questo periodo l’amata ed odiata pioggia continuerà a cadere anche per tutta questa giornata, uniformando ed avvolgendo tutto quello che ti circonda.
L’inizio di novembre è stato sempre sotto l’influenza dei venti da sud, che la fanno da padrone nei giorni dedicati alla visita ai defunti, quasi ci fosse una regia occulta che orchestra gli eventi atmosferici, coordinandoli con la mestizia di quei momenti dedicati alla spiritualità.
Le nuvole portate dal libeccio, scorrono veloci sino a quando non decidono che è ora di fermarsi per liberarsi di quel peso che nascondono.
Sei in pieno conflitto con te stesso, rinunciare ad uscire, e tornare a letto, oppure tentare e sperare in uno spiraglio tra quelle nuvole nere e cariche d’acqua? Nel frattempo che cerchi di darti una risposta, il borbottare della caffettiera e l’aroma che si sprigiona riempie tutta la stanza, ti siedi e sorseggi il tuo caffè bollente, cercando di non pensare a nulla, ma non puoi perché la tua mente è come quella caffettiera, sbuffa e borbotta.
Quando non eri informato minuto per minuto sugli sviluppi del tempo, ti dovevi anche affidare all’intuito, ed al tuo bagaglio di esperienza che altro non è che il risultato di tante volte in cui sei rimasto fregato da quella pioggia incessante che ti penetrava nelle ossa sino a quando dicevi basta e tornavi sconfitto al caldo di un fuoco.
Eppure, anche quando le previsioni non lasciano speranza, sei lì, dibattuto dal desiderio di tentare la sorte. La tua fedele cagnetta, sempre al tuo fianco, ti guarda ed aspetta da te un segnale, anche lei è pronta e consapevole che sarà dura.
La tentazione è forte, ti affacci per l’ennesima volta e credi che tra le nuvole faccia capolino un chiarore, ti illudi e quando sei già fuori è di nuovo buio. Dio mio come viene giù.
Ma non ti dai per vinto e sfidi le intemperie, anche perché gli storni continuano a sfrecciarti sopra la testa, incuranti di tutto, anche di qualche tuono. E se lo fanno loro?
Ti ritrovi in mezzo ad uno scenario quasi irreale, piantato lì, al riparo di un albero di fico, con le canne del fucile rivolte verso terra per non farvi entrare l’acqua, con lo sguardo sempre alla ricerca di qualche avvistamento che giustifichi l’incoscienza, ma anche gli storni sono spariti. Loro si che sono intelligenti!
Altre volte con la pioggia, ti sei incontrato con un passo incessante di allodole, tordi e storni, e non sentivi certo l’acqua che ti penetrava nelle ossa sino a quando non facevi ritorno alla macchina, e lì ti scappava la solita esclamazione: “Ma siamo pazzi, qui si rischia di prendere un malanno!”
Una foglia, che non regge più al peso della pioggia raccolta, ti da il colpo finale versandoti sul collo quell’elemento gelido che ti arriva alla schiena e non conosci più il senso dell’asciutto.
L’ennesima fregatura, sei fradicio dalla testa ai piedi, la setterina sembra un cencio bagnato, perché continuare a soffrire? Ti convinci che hai tentato, ma ciò non ti consola di certo. Butti tutto l’armamentario disordinatamente nel bagagliaio, asciughi come puoi la cagnetta tua complice, il fucile e vai.
Dovresti essere triste, eppure come per esorcizzare quell’ennesimo insuccesso, la tua mente, che non ha resistito alla tentazione di quell’uscita a vuoto, non disdegna l’idea di rifocillarsi in quella piccola osteria, vicino al cimitero di Condera, dove quella donnina, “comare Vita”, cucina ancora “i pizzateddi’”, le focaccine di farina di mais farcite con le cicciole, accompagnate da un buon bicchiere di rosso. Un’altra tentazione!
E lì ritrovi chi come te non è riuscito a frenarsi ed ha sperato in un’esaltante giornata di caccia, e così viene messo in scena il rito dello scambio di pareri, supposizioni, verità ed ultima la rassegnazione, solo per quella giornata però, perché già i discorsi vanno a domani, che tutti giurano essere una bella giornata. Beh, se vogliamo trovare qualcosa di buono in una giornata storta, forse ci siamo riusciti.
Carmelo Chirico
NON POSSO RINUNCIARE! di Riccardo Turi
Nel febbraio di 40 anni fa (1969) nel nostro paese, Fasano di Puglia, era il periodo della mania collettiva di praticare la caccia alla beccaccia all´aspetto, sia la mattina che la sera. Era diventata una malattia che aveva contagiato tutti e la sera, sotto i monti, sembrava di essere alla Fiera del Levante (quella che si tiene a Bari a settembre), termine che da noi si usava per dire che in un posto c´era tanta confusione.
Dunque, la pineta di monte Guarini, proprio sopra il paese e dove oggi c´è la Zoosafari, era “piena di beccacce”. In verità praticare lì la caccia con il cane era abbastanza problematico, dato che la pineta è in salita e con pendenze non idifferenti, tanto che rare volte avevo visto cacciatori di beccaccie con i cani.
Alle 16,30 è l´ora “X” perchè bisogna occupare i posti migliori in attesa delle beccacce che escono immancabilmente alle 16,55!
Alle 15,30 ecco ricevo una telefonata dalla mia fidanzata Lia che mi invita ad una festa di carnevale a Bari; lei mi aspetta alle 17,30 perchè dobbiamo andare insieme a fare degli acquisti. Non posso esimermi dall´andarci, ma non posso nemmeno rinunciare alla posta alla beccaccia.
Alle 16 mi vesto di tutto punto con giacca, cravatta e soprabito scuro con il collo di velluto e con questo abbigliamento mi presento alle 16,30 sotto la pineta con la mia Fiat 500, il mio Breda e una decina di cartucce.
Risata generale degli amici che mi vedono arrivare così “conciato”, che però muore loro sulle labbra dato che sono l´unico di tutti i presenti che riesce a prendere la beccaccia.
Con la doppia soddisfazione di aver preso la beccaccia e di averli fatti crepare d´invidia, mi avvicino alla mia Fiat 500L avorio targata BR 67095, smonto il mio Breda e lo metto nel portabagagli insieme alla beccaccia e, dopo averli salutati, prendo la strada per Bari dove sarei arrivato in orario e dove la mia fidanzata non avrebbe sospettato nulla, dato che fra lei e la caccia non è mai corso buon sangue che continua ancora oggi che è mia moglie da 35 anni!
Riccardo Turi
ALLEVAMENTO: FRA LEGISLAZIONE E PURA PASSIONE di Pietro Pottino
La detenzione dei rapaci è regolamentata dalle norme internazionali descritte dal Cites (Convenzione internazionale delle specie flora e fauna minacciate di estinzione).
Chi si accinge a detenere e, quindi, praticare la falconeria deve conoscere alla perfezione le leggi che la regolamentano.
Si parte dal presupposto che i Rapaci, in genere, sono specie minacciate.
Cosa che in alcuni casi è vera. Ma, vero o no, a noi interessa sempre e in ogni caso rispettare le norme, in quanto queste nascono da necessità ambientali e di conservazione del patrimonio faunistico di determinante importanza.
Diciamo che il falco da falconeria si muove, viaggia sempre in compagnia del suo “passaporto” o documento di identità chiamato appunto Cites, nel quale si rileva prima di tutto l’allevamento in cui è nato, la data di nascita, il numero dell’anello inamovibile che a suo tempo è stato messo dall’allevatore nei primi 10 giorni di vita, in quanto la nascita va denunciata al servizio Cites, e non oltre, il decimo giorno
Gli allevatori sanno tutto questo alla perfezione anche perché non rispettare tali regole significa andare incontro a elevatissime sanzioni, in qualche caso anche penali, e non essere più autorizzati a potere allevare in cattività.

Il corteggiamento inizia spesso da entrambi, maschio e femmina. Il maschio nei primi mesi invernali comincia a “schioccare”, emette cioè delle forti vocalizzazioni di richiamo dette appunto “schiocchi”, per attirare l’attenzione della femmina. Compie evoluzioni di volo in aria per dimostrare la sua abilità e offre alla sua partner del cibo.
Essa solitamente non rifiuta in quanto, per trovarsi in quella situazione, ha già praticamente scelto il suo compagno; accetta di buon grado, si mostra favorevole all’accoppiamento, emettendo vocalizzazioni e assumendo atteggiamenti del corpo che dichiarano apertamente le sue buone intenzioni. Abbassa la testa, alza la parte posteriore del suo corpo e cosi avvengono le prime copule che da lì a circa un mese daranno origine alla deposizione delle uova che possono essere da 1 a 5.
Anche durante le prime deposizioni avvengono gli accoppiamenti e il maschio continua a corteggiare, non facendo mai mancare il cibo al nido.
Nei giorni che precedono la deposizione, la femmina cade in una fase di inattività, data probabilmente da sbalzi ormonali, chiamata “letargia da deposizione”. Sembra quasi malata, si muove poco, è goffa e stanca..
Questo atteggiamento passa dopo pochi giorni, quando riacquista quindi l’attività covando e stando sempre allerta nella difesa del suo nido.
La vera incubazione inizia quasi sempre dalla deposizione dell’ultimo uovo. Le prime uova sono effettivamente incubate dopo tre, cinque o sei giorni. La durata è di circa 32 giorni. Questa è più o meno la media dei grandi falconi, in quanto a seconda delle specie e di fattori atmosferici può variare dai 31 ai 36.
La schiusa è qualcosa di veramente emozionante se si ha la fortuna di poterla seguire con una telecamera appositamente posta sul nido della voliera. In qualche caso la madre aiuta il piccolo nascituro nella rottura del guscio.
Il nuovo nato è completamente inattivo, debole e dipendente dalla madre.

Il maschio si occupa di spiumare il cibo e portarlo al nido. Alcune volte dopo alcuni giorni di vita, si occupa anche lui dell’imbeccata, ma il suo compito principale è quello della difesa. E’ sempre molto attento e si pone in posatoi dai quali ha un totale controllo della situazione.
La crescita dei pulli è velocissima se si pensa che da circa 30-35 grammi del primo giorno, arrivano in 60 giorni a pesare circa 1 kg. Naturalmente dipende dalle specie..
A questa età sono già completamente indipendenti, in grado di cibarsi da soli, ma non di cacciare.
In natura questa età segna l’inizio dell’addestramento che viene fatto da parte dei genitori, soprattutto dalla madre, la quale li richiama al volo facendoli assistere alla caccia, lasciando che afferrino prede tramortite, quasi vive e continuando così per circa due mesi fino a quando diventano anche loro abili cacciatori.
Pietro Pottino
Allevatore, addestratore e selezionatore
Rapaci da Falconeria “Sparacia”
www.allevamentosparacia.com
rapax@neomedia.it
ULCINJ di Riccardo Turi
Nel novembre 1978 eravamo stati a caccia in Montenegro, anche se con scarsi risultati. Due anni dopo e precisamente nel dicembre 1980, partiamo da Bari in 3: Giammario (Beghelli) con il padre Colonnello dei Carabinieri in pensione ed io.
Sul traghetto facciamo conoscenza con altri 3 cacciatori delle nostre zone. Noi andavamo ad anatre, loro a beccaccie. Pertenza la sera alle 8 da Bari con il traghetto Svjety Stefan (per la cronaca, orrendo!) con destinazione Bar in Montenegro, anche se allora era tutta Jugoslavia.
La mattina alle 7 siamo a Bar e con la 127 bianca di Beghelli di dirigiamo ad Ulcinj dove ci attende il nostro accompagnatore. Arrivati ad Ulcinj, Hotel Olimpic, del nostro uomo non c´è traccia. Gironzoliamo attorno all´albergo che è circondato da pozzanghere di pioggia, piccoli canali e vere e proprie paludi.
Si alzano continuamente beccaccini e ad un tratto penso proprio di prendere il fucile. A breve distanza vedo un piccolo campo di calcio allagato e mi dirigo decisamente. Dentro un piccolo boschetto che devo attraversare alzo una beccaccia, mentre nel campo ci sono numerosi pivieri e pavoncelle.
Fremiamo d´impazienza, ma è soltanto verso mezzogiorno che si fa vivo Zeko, il nostro accompagnatore. Finalmente ci conduce in una vicina palude, però ci dice che anatre ce ne sono poche. Ci appostiamo in questa palude. In effetti le anatre latitano; pochi voli di germani ma tutti lontani, qualche branchetto di alzavole e pochi fischioni.
Mi sono appostato appena sotto un piccolo argine ma sono scettico. Improvvisamente una femmina di mestolone mi arriva a tiro e la abbatto con il mio Breda e le MB Tricolor. Ad un tratto scorgo 3 chiurli che sembrano venire a tiro. Cerco di nascondermi il più possibile e quando sono a distanza giusta mi alzo per tirare.
Al primo colpo fulmino il primo, con il secondo fulmino l´altro e con il terzo colpo prendo anche il terzo uccello ma non in modo definitivo. Abbassandosi sempre di più andrà a cadere molto lontano in un punto irragiungibile. Aspettiamo fin quasi a buio e poi torniamo in albergo. Il risultato è assai scarso: in carniere soltanto i miei due chiurli ed il mestolone.
La mattina seguente una spiacevole sorpresa: il colonnello sta poco bene e quindi rinuncia, Giammario rimane col padre ed io rimango all´asciutto. Sono molto nervoso per l´inattività e vorrei andare da qualche parte, anche se la sera alle 20 (è domenica!) dobbiamo prendere il traghetto per il ritorno.
Allora mi aggrego a due vicentini che andranno ad anatre nel pomeriggio con un altro accompagnatore e mi faccio spiegare bene la casa di quest´ultimo dato che l´appuntamento è lì per le quattordici. Quando arrivo alle 13,30 stanno tutti mangiando un intruglio di carne e verdure che naturalmente rifiuto avendo già pranzato.
Finalmente l´abbondante pranzo ha termine e ci avviamo al posto di caccia. Mi fanno sistemare in un posto che mi sembra buono e poi ognuno va per conto proprio. All´imbrunire mi arriva un bel germano che non ho difficoltà ad abbattere, poi nient´altro. Quando ormai è buio e non si vede letteralmente niente cominciano i fischi sulla testa e gli spari dei miei amici: ma come cavolo fanno a vedere?
Ad un tratto un´ombra, ma solo un´ombra ed istintivamente sparo; sarà un fischione che non aveva la testa e che avrei recuperato a fatica con la lampadina! Dopo una buona mezz´ora si ritirano anche gli altri che all´oscuro avevano sparato abbastanza ma con scarsi risultati. La spedizione è stata tutto sommato una delusione; soltanto il mio carniere costituito dal germano, il mestolone, il fischione senza testa e 2 chiurli.
E´ stata l´ultima volta che siamo andati a caccia fuori dei confini e fino ad oggi non ci abbiamo riprovato. Tuttavia, nonostante il risultato negativo, è stata un´esperienza esaltante perchè abbiamo conosciuto posti davvero bellissimi.
Riccardo Turi
ALTRI TEMPI di Piergiorgio Meacci
Questa poesia, regalataci dal grande amico umbro Piergiorgio Meacci, Federcacciatore e Guardia Venatoria, che alla caccia si dedica da sempre con grande volontà ed infinitapassione, ci indica una strada da percorrere…
…il rispetto per la vita e per la selvaggina vinta, l´amore dignitoso, fieroe senza fronzoli per le cose semplici, devono sempre far parte di noi stessi, oggi come ieri, per poter veramente essere degni di un mondo, quello più silenzioso ed intimo, in cui è ancora possibile vivere…
Grazie Piergiorgio!
da tutto LoStaff

“….Io cacciatore, mai restai colpito da una immagine così remota.
La mia passione si inorgoglisce nel vedere codesta.
Vorrei tornare indietro nei tempi, per viverla insieme a coloro che, dal mattino hanno vissuto una così meravigliosa giornata, li vedi, sono appagati con la loro preda senza fronzi ma puri, fieri, rudi ma composti con rito e rispetto appoggiarono in sella la sovrana.
Un lui le tiene in mano la zampa come volesse trasmetterle ancora vita.
Lì si intravede il fedele amico che non infierisce, esausto gode il meritato riposo.
Oggi come ieri nel silenzio e nel rispetto dobbiamo essere uguali….”
Piergiorgio Meacci
ENCI: REGOLAMENTO DELLE PROVE PER I CANI DELLE RAZZE DA FERMA
Tratto dal sito ufficiale dell´ENCI www.enci.it
L´ENCI, a seguito dell´approvazione da parte del Consiglio Direttivo del 17 febbraio 2009 e su parere conforme della Commissione Tecnica Centrale del 13 novembre 2008, ha pubblicato il “Regolamento delle prove per i cani delle razze da ferma“.
Esso entrerà in vigore dal 1 luglio 2009.
Per scaricare il “Regolamento delle prove per i cani delle razze da ferma” cliccare quì.
IL SEGUGIO MAREMMANO, UN CANE ATTUALE di Sergio Leonardi
Il Sig Sergio Leonardi, autore del libro “Conoscere il Segugio Maremmano“, ci regala, grazie alla sua esperienza sul campo quale Giudice Federale Fidc, Fidasc e Pro Segugio, tutta la sua amplissima conoscenza in merito a questa razza, nuova e antichissima al contempo.
Ma la sua non è solo una rigorosa trattazione dei fatti; le sue parole ci appaiono, infatti, come un atto dovuto e un´appassionata enunciazione del suo grande amore nei confronti di questo stupendo animale, per troppo tempo relegato a non-razza.
Per questo ringraziamo sentitamente Sergio Leonardi, la cui voglia di collaborare alla funzione divulgativa del nostro sito è per per noi grande motivo d´orgoglio.
IL SEGUGIO MAREMMANO, UN CANE ATTUALE
Per tutti coloro che negli anni hanno creduto nelle qualità venatorie del Segugio Maremmano, l’ufficializzazione della razza è un evento atteso e plaudito.
Si sta coronando un percorso che nessuna razza ha mai dovuto affrontare; i primi raduni fatti addirittura risalgono al lontano 1992 ad Istia d’Ombrone, organizzati e voluti da Mario Quadri, Sestilio Tonini, Giuseppe Quinzanini.

Come già espresso in altre occasioni, sottolineo come molte razze di cani si avvalgono, nell’espressione del suo nome, l’appartenenza della terra d’origine.
Il Segugio Italiano, ad esempio, abbraccia tutta la nostra penisola; il Cirneco dell’Etna si porta dietro la sua provenienza, originaria della Sicilia, e giunse probabilmente dalla Cirenaica (di cui il nome).
Altre razze, sempre restando tra i cani da seguita, hanno nel nome la loro provenienza, tanto per citarne alcuni, a partire “dai Francesi” Griffon Fauve De Bretagne, Griffon Bleu de Gascogne, Briquet Griffon Vendèen, ecc…Ed altri Segugio del Bernese, dell’Istria, della Westfalia, di Hannover, di Lucerna; ognuno si distingue per la sua conformazione morfologica strutturale e doti venatorie, coniate, plasmate in conformità dell’esigenza del suo territorio.

Dante Alighieri (Inferno canto XIII, 7) ne individuava i confini tra Cecina (Toscana) e Corneto (Lazio), la descrive caratterizzata da una vegetazione a macchie, d’arbusti bassi e irti, un’immagine aspra e selvaggia..
Il nome Maremma, deriva, per alcuni studiosi, dal latino maritima, per altri dallo spagnolo marismas che significa palude; in effetti, è verosimile il secondo poiché è stata una zona paludosa, dura da viverci, dove regnava la malaria, la miseria, il brigantaggio; tra le poche risorse di sopravvivenza la caccia, per l’abbondanza di selvaggina d’ogni specie.
E’ uso esprimersi dicendo Maremma quando invece questo territorio si suddivide in tre: la parte Livornese /Pisana a nord detta Alta, la centrale identificabile con la provincia di Grosseto, la parte Laziale a sud detta bassa Maremma, in questo contesto nasce e s’identifica il nostro soggetto.
Vive ed onora, con il suo lavoro, case di contadini, in seguito di mezzadri, gente che si nutriva del proprio lavoro, un guadagno strappato alla terra, non la loro ma di nobili casati quali: tra le più grandi, quella della Marsiliana, del principe Corsini, quella di Donoratico dei conti della Gherardesca, la più antica e romantica perché legata a Dante e a Carducci, altre, dei Guglielmi, dei Grottanelli.

Casati illustri che hanno fatto la storia delle Maremme, in parte anche dell’Italia, ed ancor oggi danno lustro al territorio.
Il segugio maremmano ha affinato le sue doti e per citarne alcune, le più classiche, la cerca, l’accostamento, l’abbaio a fermo, la seguita, cacciando in un contesto boschivo per lo più costituito da macchia mediterranea, fitta e impenetrabile, habitat preferito dal cinghiale, congeniale per all’estrarsi, partorire, difendersi.
Il folto del bosco ha affinato la dote dell’abbaio a fermo, il cane è obbligato a lavorare di fiuto e di riflesso, in presenza ravvicinata del cinghiale emette voce, consapevole della presenza e quanto più il cinghiale, protetto del fitto, è sicuro di se stesso sta in guardia aspettando il momento propizio per colpire, tanto più il Maremmano abbaia con buon tono di voce e nei soggetti in cui questa dote è ben fissata si possono notare raddoppi che si alternano ai toni normali, è questa la sua qualità di spicco.
Sergio Leonardi
Per maggiori informazioni sull´autore visitate il sito:
http://www.maremmanoesegugi.it/
… e presto Leonardi tornerà a parlarci del Segugio Maremmano per approfondire la nostra conoscenza in merito alle sue modalità di caccia, morfologia, comportamento…
GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL KURZHAAR di Angelo Di Maggio
Questo articolo è estrapolato da “Gare col Cane da ferma e Spaniels”, testo prodotto e gentilmente messoci a disposizione dal Sig Di Maggio Angelo, Giudice Cinofilo e grande appassionato di caccia; egli, grazie all’esperienza acquista sul campo quale giudice della Libera Caccia, ha giudicato e giudica in gare organizzate da qualsiasi “associazione venatoria” che da questa sia chiamato a farlo.
Tutto il materiale concessoci, evidente frutto di cultura del settore ed esperienza sul campo, è della lunghezza complessiva di circa settanta pagine; pertanto, per motivi legati ai limiti che inevitabilmente la lettura in video ci pone, abbiamo deciso di proporlo suddiviso per argomenti, cercando di mantenere continuità di contenuti, per renderlo più usufruibile da parte di tutti gli operatori del settore, aspiranti giudici, delegati cinofili o semplicemente appassionati del magnifico mondo delle gare cinofile.
Al termine delle pubblicazioni, che si susseguiranno settimanalmente, provvederemo ad unire tutti i singoli articoli pubblicati, in un unico testo, scaricabile in pdf dalla sezione “Cinofilia”, che ciascuno potrà stampare e tenere come manuale completo ed esaustivo, da consultare in qualsivoglia occasione.
GLI STANDARDS DI LAVORO
Il kurzhaar
Sta nel quadrato.
E´ un mirabile cane che nel suo lavoro, a seconda del terreno, fonde ed armonizza i pregi delle razze inglesi con quelli delle razze continentali, pur conservando una fisionomia propria ed una spiccata personalità.

Coda portata leggermente in basso con movimento orizzontale, continuo e vivace.
Cerca diligentissima e molto ampia a diagonali rettilinee e ravvicinate.
Quando, durante questa fase, ha l´errata impressione del selvatico, rallenta gradatamente l´andatura portandosi al trotto, orecchie erette, collo proteso; rimonta la sorgente di emanazione con leggera inflessione degli arti, incrociando serrato e attentissimo.
Superata l´incertezza, riprende deciso l´andatura abituale con scatto quasi rabbioso.

L´azione subisce un freno graduale per cui, sollecitamente, passa dal galoppo al trotto quindi, dopo qualche tempo di passo, essa si conclude nella immobilità assoluta.
Testa alta, canna nasale sulla orizzontale, orecchio retratto, occhio ardente, collo tutto fuori. Corpo flesso sugli arti con un anteriore generalmente più avanzato e i posteriori molto flessi; talvolta il corpo è eretto e frequentemente uno degli arti sollevato.
Quando è certo della presenza del selvatico, con immediata contrazione abbassa il corpo sugli arti flessi, testa alta, collo proteso, procede cauto ma deciso, aspirando fremente l´effluvio, talvolta ferma di scatto.
Se d´improvviso si trova a ridosso del selvatico, ferma con scatto rabbioso, testa leggermente sotto l´orizzontale, rivolta verso il selvatico, corpo rigidissimo in posa contorta, coda adeguatamente sopra la linea dorsale.
Vi è della bellezza nelle sue ferme, una bellezza senza eccessiva teatralità anche nelle più disparate pose, perchè il suo cervello è un sagace regolatore.
Di ciò ne fa fede l´espressione dell´occhio che denota perfetta padronanza della situazione.

Giudice di Gara Angelo Di Maggio
Nel prossimo articolo: GARE COL CANE DA FERMA E SPANIELS: LO STANDARD DI LAVORO DEL BRETON
REGINA CON LE ALI di Renzo Stella
Ringraziamo con caloroso affetto l´amico Renzo Stella che, con la bellezza dei suo versi, ci regala ancora una volta la magia di una passione, la nostra comune passione.
Staff Cacciainfiera
Vorrei regalarvi questo modesto sonetto che ho buttato giù, ammirando il volo di una beccaccia che mi è partita dai piedi domenica scorsa, mentre passeggiavo sul monte vicino casa; nonostante resistano ancora piccole chiazze di neve gelata.
Così bella, imponente nel suo essere piccola di statura, meravigliosamente disegnata da madre Natura, stupenda nel suo volo.
L’avere tutto il tempo di ammirarla mi ha fatto bene al cuore e all’anima.
Così fantastico il suo essere fantasma, da cercare in compagnia del nostro ausiliare.
Così appassionante la sua caccia, fatta di silenzio, di sacrificio, di etica.
Meravigliosamente bella la febbre che ti assale cercandone la presenza, spero che mai ne trovino rimedio.
Bello ammalarsi di questo male.
Indimenticabile questo stupendo, fantastico, regale animale.
Un vero mito alato.
Rispettiamolo, sempre!
Lo dedico soprattutto, non me ne vogliano gli altri, a chi mi ha contagiato con questo benedetto virus, un amico beccacciaio e alla sua Alina ……
…e al mio Breton,compagno di avventure.
REGINA CON LE ALI
“…Foglia diversa, spettrale, dea della notte
Cavalchi da sempre le misteriose rotte
Nel luccicar di buio ti muovi silente
Saltando montagne, nel tuo volo radente
Fiumi, laghi e pianure e sperdute langhe
Negli occhi tuoi la notte che langue
Sulle tue ali stanchezza che afferra
Nelle tue penne il color della terra
Il sole ti guarda che arrivi e ti posi
Guardinga ascolti, affranta, muover non osi
Poi buchi la terra, energia dispendiosa
Cercandone carne lasciva e odorosa
Goffo il tuo incedere incerto, sempre uguale
Stridente alla bellezza del corpo tuo regale
Nel buio castello, dimora di spini
Umido giaciglio, che sian Lecci o ancor pruni
Umido è il bosco, umido e scuro
Nel castello dorato, ancorché sicuro
Verranno due occhi, che ti fisseranno
Sapranno cercarti, e ti troveranno
Vola Regina, vola suadente
C’è Il fuoco che brucia, ed il suono è imponente
Lascia alla terra il suo destino cercare
Vola Regina, come sol tu sai fare.
Spiega le ali, non farti sentire
Veloce e silente, devi partire
Abbandona l’aia, lascia il castello
Cerca la via, ne troverai di più bello…”
Renzo Stella





















