Dalla posta del Papero al Poggione, era una sinfonia di moccoli e imprecazioni: “M’hanno fregato le cartucce” “Anche il fodero del fucile” “A me pure il berretto e la cartucciera”.
L’alba di quella mattina di metà ottobre sui Poggetti della foce del Seggio, nell’alta Maremma Toscana fu davvero anomala e per alcuni versi straordinaria. Il vociare concitato di un gruppetto di infuriati cacciatori copriva il canto dei primi pettirossi e il chioccolare dei merli che nel chiaroscuro si spostavano da una pianta all’altra facendo sentire forte il loro richiamo.
“E accidenti qui, accidenti là. E porco qui, porco là”, per non riportare epiteti ancor più coloriti che volavano nell’aria, portati lontani dalla leggera brezza di maestrale che dal mare avvolgeva i ginepri coccoloni e i pini marittimi; pennellate di verde sul quello splendido complesso dunale, tanto appetito dai cacciatori per l’abbondante passo di fringuelli e verdoni che in ottobre era un vero spettacolo naturale.
In paese erano pochi i cacciatori che si dilettavano nella caccia a quei minuscoli uccelletti, si preferivano i colombacci e i tordi, o meglio, la caccia con il cane alle starne a alla lepre visto che nella zona erano presenti molte bandite di caccia e i confini potevano riservare sempre qualche piacevole sorpresa. Cosicché la lotta furibonda per prendere le poste migliori se le giocavano spesso cacciatori Lucchesi, Fiorentini o Pistoiesi che partivano dalle città sempre più presto per arrivare ad occupare i quattro o cinque punti strategici.
Spesso già all’imbrunire della sera precedente, i fari di qualche auto illuminavano il piazzale di sosta e furtivamente si vedevano gruppetti di uomini che, scendevano velocemente e come formiche si avviavano in silenzio dentro la macchia. Le luci delle torce evidenziavano gli stretti viottoli di sabbia che salivano sui Poggetti fino ad arrivare alla sommità dove venivano lasciate cartucce, giacchette, foderi del fucile o quant’altro potesse dimostrare la presa di possesso della posta.
Una volta occupata, tornavano in macchina a chiacchierare, a mangiare e a sonnecchiare scomodamente, sui sedili in attesa dell’alba, sobbalzando e stando pronti ad uscire ogni qualvolta un altro avventuriero illuminava il piazzale, così da far capire che ormai non c’era più posto sui Poggetti migliori. Da diversi anni, specie il sabato e la domenica, le poste del Seggio erano diventate, off-limitis per i cacciatori locali, questo era motivo di forte malcontento, e alla sera nei bar, le discussioni spesso sconfinavano in proclami e minacce verso la brutta abitudine di quei forestieri che impedivano loro di poter cacciare nel proprio territorio.
Qualcuno aveva anche provato a fregare gli “stranieri”, ma dopo un paio di tentativi aveva desistito. Ci voleva troppa pazienza per restare ore ed ore da soli nel bosco con il rischio che magari la stagione cambiasse, e al mattino, dei fringuelli non se ne vedesse neanche l’ombra. Da queste parti i cacciatori non erano così esasperati, e neppure ostili verso chi veniva dalla città, ma questa abitudine che stava montando al Seggio li riempiva di rabbia e non l’accettavano, anche se poi finivano per subire passivamente la situazione, nonostante qualche discussione accesa e minacciosa ci fosse stata, rasentando più volte lo scontro fisico.
Però in fondo, come si dice, “can che abbaia non morde” e i cattivi propositi rimanevano nella mente e nelle parole, anche se saliva un odio crescente verso gli “invasori”. Il fatto poi che fossero pochi gli appassionati di quella caccia nel paese, circoscriveva la protesta, e i cacciatori di colombi, della nobile stanziale e del cinghiale, pur condividendo le motivazioni dell’arrabbiatura e intervenendo a volte nella discussione, alla fin fine se ne fregavano pensando ai propri interessi.
Rimanevano così sei o sette irriducibili che sopportavano ormai da un paio d’anni l’occupazione dei Poggetti e continuavano la loro sceneggiata fatta di discorsi e minacce senza tuttavia organizzarsi e provare tutti insieme a porre fine a quella situazione. I più accaniti erano i fratelli Borsacchini, lavoravano in una cava di soda, e la domenica era l’unico giorno libero che avevano per cacciare; uno di loro, Sergio, una volta era riuscito a prendere il Poggione, ma alle prime luci dell’alba si era trovato praticamente circondato da un gruppo di cacciatori forestieri ed era stato costretto ad andar via tra moccoli e minacce per – come diceva lui – non compromettersi.
C’era poi il Melani che era quello più cattivo e astioso. Proponeva le peggiori alchimie e i piani più diabolici per liberarsi di loro, ma poi alla fine, dopo aver surriscaldato gli animi, era il primo che prendeva e andava a dormire. Giancarlo poi, aveva la fissa dei pneumatici; non per nulla faceva il gommista: “Un bel taglio a tutte e quattro le gomme, e vedrai che non li vedi più” “Si, così magari vengono da te a cambiarle e ci guadagni anche qualcosa” gli rispondeva Francone che era invece il più taciturno e si limitava ad annuire e ad apprezzare i bellicosi propositi di tutti gli altri, finendo poi immancabilmente con l’addormentarsi sul tavolino; mentre il Becagli, ferroviere in pensione, preciso e sempre elegantissimo, tutte le mattine si faceva il suo giretto al Seggio e conosceva a menadito le targhe e i modelli delle auto dei “conquistadores” che nel week-end gli fregavano regolarmente le poste.
Infine c’era Priamo, il più matto della compagnia, faceva il conduttore di ruspe e più di una volta aveva minacciato di spianare tutti i Poggetti: “Così si leva il casino una volta per tutte”, diceva. Quella mattina dunque era davvero successo qualcosa di straordinario. Gli “stranieri” ai primi albeggi avevano raggiunto di nuovo le poste occupate la sera precedente e non avevano più trovato nulla di ciò che ci avevano lasciato. Tutte le cartucce erano sparite, gli ombrelli, i berretti, i tascapani con la colazione. Tra lo stupore e lo sgomento si erano ritrovati poco dopo nel piazzale, con le facce bianche di rabbia e con una voglia matta di trovare i responsabili per fargliela pagare a caro prezzo. Ma c’era ben poco da fare.
Non rimaneva che cercare di far buon viso a cattiva sorte, e cercare di salvare almeno in parte la giornata rovistando nel bagaglio dell’automobile alla ricerca di qualche cartuccia sperando che qualcuno le avesse messe dentro magari per scorta. Uscirono fuori solo un paio di scatole, una per altro di corazzate con piombo numero 3, decisamente inadatte per la caccia a quei piccoli uccellini. Così con una decina di cartucce in tasca per ciascuno si riavviarono mestamente verso i Poggetti ancor più imbufaliti, pieni di odio e con lo stomaco rovesciato dalla bile.
Ma le brutte sorprese per loro, quella infausta mattina di ottobre non erano ancora terminate! Nel lasso di tempo che si erano ritrovati sgomenti e increduli sul piazzale, qualcuno aveva approfittato della loro momentanea assenza per occupare i Poggetti. Erano tre ragazzi giovani, anch’essi di città, che lasciata la macchina lungo la strada, dall’altra parte del piazzale, non avevano creduto ai propri occhi quando giunti alle poste le avevano trovate libere. Per i cacciatori derubati, una volta raggiunte di nuovo le postazioni, l’associare il furto delle cartucce ai nuovi occupanti, fu una cosa matematica.
Iniziarono così a volare insulti e minacce, frullò qualche spintone e qualcuno prese un paio di “labbrate” come dicono in Maremma. Dovettero addirittura intervenire i carabinieri chiamati dal Becagli che nel frattempo era giunto come tutte le mattine al Seggio e si era goduto quella inaspettata ed incredibile scena. Quel giorno così sui Poggetti, invece dei colpi di fucile, riecheggiavano le urla e le imprecazioni, e i primi branchetti di fringuelli passavano indenni, spinti dal maestrale, bassi e paffuti sopra le chiome dei pini marittimi.
Nonostante tutto facesse presagire ad una mossa studiata, si appurò ben presto che i secondi cacciatori arrivati nulla sapevano della “roba” sparita dalle poste. Insomma non erano stati loro, e anche se rimasero dubbi e sguardi feroci tra i due gruppi, si tornò lentamente alla normalità con il risultato che quella mattinata fu praticamente perduta per tutti. Gli ignari fringuelli continuavano a scorrere nel cielo, e il solo Becagli, che però non aveva osato raggiungere i Poggetti, sparava qualche colpo in uno “scansatoio” proprio vicino al mare. In paese già a mezzogiorno, la notizia era dilagata e saltava di bocca in bocca tra lo stupore generale. Chi poteva essere stato a combinare quel bello scherzetto?
Al bar si facevano le più svariate ipotesi, ma nessuno aveva il minimo sospetto su chi potesse essere stato l’autore. Passò così una settimana. Al Sabato successivo i Poggetti del Seggio erano di nuovo pieni. Già a mezzanotte si vedevano albori di fuochi e si sentivano voci dentro il bosco. La notizia era arrivata anche in città, ma evidentemente la lezione, se pur era servita per costringere i cacciatori a starsene dentro le poste, non era stata poi così debellante.
Ci pensò la nuova legge Regionale l’anno successivo a far cessare l’occupazione del Seggio, chiudendo la caccia al fringuello e ai piccoli passeriformi. Ma intanto in paese, in quella famosa settimana, un uomo aggiustava nella sua cantina il suo rinnovato guardaroba da caccia, arricchito anche di ombrelli e tascapani. Ad un tratto il suono di un clacson e una voce familiare lo fecero affacciare fuori. Era il Becagli: “Oh bello, si va a fare un rientrino questa sera?” “Volentieri, però non portare le cartucce, ne ho giusto qui un po’ io, sono di una marca nuova e vanno provate” “Ma quante ne hai?…… Un migliaio?” incalzò il Becagli mangiando la foglia. “Forse anche millecinquecento, me le hanno regalate degli amici al Seggio!” Disse Francone chiudendo la porta della cantina e andando incontro all’amico con un sorriso complice e birbante.
Giorgio Creatini
MOCCOLI ALL´ALBA di Giorgio Creatini
CAN CHE ABBAIA NON MORDE … MA SE MORDE? a cura della Dott. Patrizia Bragagna
La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Aprile 2011, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo
Attenzione!
Ultimamente in Italia, a seguito di alcuni gravi episodi di aggressione (taluni mortali) da parte di cani incustoditi nei confronti di bambini e persone anziane, sono state emanate dal Ministero della Salute norme specifiche allo scopo di tutelare l’incolumità pubblica.
Si tratta di due Ordinanze Ministeriali, la prima del 14 gennaio 2008 “Tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani”, la seconda del 3 marzo 2009 “Ordinanza contingibile ed urgente concernente la tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani”.

Tale percorso è strutturato in due livelli (condizioni psicofisiche del cane e corretta gestione del medesimo da parte del proprietario) a cui corrispondono tre strumenti operativi:
SCHEDA 1: Valutazione dell’evento morsicatura
SCHEDA 2: Visita clinica del cane e intervista al proprietario/ detentore
SCHEDA 3: Albero decisionale finalizzato alla categorizzazione del rischio (4 categorie) a seguito dell’evento morsicatura.
Le 4 fasce di rischio consentono di valutare in modo oggettivo il grado di pericolosità del cane morsicatore che viene così classificato:
Rischio 0: morsicatura accidentale, cane non problematico. Rischio 1: cane maggiore di Kg 20, che provoca lesioni gravi rispettando le regole comportamentali proprie della specie e dove l’evento morsicatura risulta proporzionato e adeguato.
Rischio 2: cane maggiore di Kg 20, che provoca lesioni gravi senza rispettare le regole comportamentali proprie della specie, ma dove l’evento morsicatura rimane comunque proporzionato e adeguato.
Rischio 3: cane maggiore di Kg 20, che provoca lesioni gravi senza rispettare le regole comportamentali proprie della specie e dove l’evento morsicatura è sproporzionato e inadeguato al contesto. Una volta definito il livello di rischio, l’autorità competente individuerà le misure di prevenzione e le azioni correttive alle quali dovranno sottostare il cane, il proprietario/ detentore o entrambi.
Elenchiamo di seguito i provvedimenti, le prescrizioni e le azioni che andranno intraprese:
Cane a rischio = 0:
essendo l’episodio ritenuto puramente accidentale si forniscono al proprietario alcune indicazioni (anche solo verbali) a discrezione del Veterinario Ufficiale, onde evitare il ripetersi dell’episodio, valutando di volta in volta la dinamica del fatto e le circostanze in cui lo stesso si è verificato.
Cane a rischio = 1:
a) si informa il proprietario sulla normativa vigente specifica per materia e si forniscono indicazioni scritte per evitare il ripetersi dell’episodio valutando di volta in volta la dinamica del fatto e le circostanze in cui lo stesso si è verificato (ad esempio consigliare di circoscrivere la zona di presenza del cane con una rete, di evitare giochi predatori, di evitare di lasciare il cane incustodito con dei bambini)
b) si consiglia di stipulare una polizza assicurativa
c) si consiglia a discrezione un percorso comportamentale per il cane.
Cane a rischio = 2:
a) si informa il proprietario sulla normativa vigente specifica per materia e si forniscono indicazioni scritte per evitare il ripetersi dell’episodio valutando di volta in volta la dinamica del fatto e le circostanze in cui lo stesso si è verificato
b) si consiglia di stipulare una polizza assicurativa
c) si richiede tramite ordinanza sindacale l’obbligo di far seguire al proprietario/detentore un percorso formativo/ informativo con rilascio del PATENTINO (art. 1, comma 4 dell’OM 03/03/2009)
d) si consiglia a discrezione un percorso comportamentale per il cane.
Cane a rischio = 3:
a) si informa il proprietario sulla normativa vigente specifica per materia e si forniscono indicazioni scritte per evitare il ripetersi dell’episodio valutando di volta in volta la dinamica del fatto e le circostanze in cui lo stesso si è verificato
b) si richiede, tramite ordinanza sindacale, la stipula di una polizza assicurativa
c) si richiede, tramite ordinanza sindacale, l’utilizzo di guinzaglio e museruola
d) si richiede tramite ordinanza sindacale l’obbligo di far seguire al proprietario/detentore un percorso formativo/ informativo con rilascio del PATENTINO (art. 1, comma 4 dell’OM 03/03/2009) e) si richiede, tramite ordinanza sindacale, di far seguire un percorso comportamentale al cane.

A questo punto la domanda che corre d’obbligo fare è: ma cosa c’entrano i cani da caccia con questa normativa? C’entrano eccome, perché nessuna razza canina e alcuna attitudine sono state escluse dall’applicazione del percorso sopra specificato da parte dell’autorità competente.
Infatti, nella scheda di valutazione dell’evento morsicatura (scheda 1) è precisamente richiesto di specificare se si tratta di primo episodio o recidiva e se quest’ultimo ha coinvolto una persona, un cane o un’altro animale.
Inoltre, nell’intervista che il veterinario fa al proprietario/ detentore del cane (scheda 2) viene richiesto di specificare la funzione effettiva che il cane svolge: guardia, difesa, compagnia o caccia.
Pertanto, fatto salvo quanto stabilito dal Regolamento di Polizia Veterinaria 320/1954 circa la profilassi antirabbica, che prevede l’isolamento e l’osservazione del soggetto per 10 giorni, a seguito della segnalazione di morsicatura e/o aggressione, anche tra cani durante l’attività venatoria, il veterinario dell’ULSS competente è tenuto ad attivare il percorso di valutazione previsto dal Decreto 164/2009.
Tali evenienze possono facilmente concretizzarsi, non solo durante l’attività venatoria, ma anche in concomitanza di manifestazioni cinofile, fiere e gare attitudinali, durante le quali si possono avere incontri tra cani maschi e femmine, presenza di femmine in calore, situazioni di gerarchia di gruppo, che possono scatenare nei soggetti coinvolti atteggiamenti conflittuali e aggressioni.
Va inoltre precisato, che l’art. 1 ai commi 1 e 2 dell’Ordinanza 3 marzo 2009, attribuisce sempre e comunque al proprietario/detentore la responsabilità del benessere, del controllo e della conduzione dell’animale e risponde, sia civilmente che penalmente, dei danni o lesioni a persone, animali (anche altri cani) e cose provocati dall’animale stesso.
LA DOPPIETTA HOLLAND & HOLLAND
Questa doppietta da caccia storicamente si discosta di poco dal brevetto di Anson & Deeley essendo stata messa a punto nel 1886 dagli armieri inglesi Holland & Holland con un modello denominato Royal.
La principale differenza dall´Anson sta negli acciarini che in questa doppietta sono montati su cartelle laterali (analoghe quelle che troviamo finte negli Anson e qui destinate ad accogliere le incisioni).
Il costo di realizzazione di una doppietta da caccia Holland & Holland è sempre molto elevato non essendo possibile gestire industrialmente il processo che richiede assoluta accuratezza e perizia dell´artigiano. Se ne costruiscono tutt´ora in quasi tutti i paesi con grande tradizione armiera ma, come al solito gli inglesi, sono stati gli ideatori di questo brevetto, estremamente articolato ed efficace.
L´elemento di particolare interesse di una doppietta da caccia Holland & Holland risiede nella doppia stanghetta di sicurezza.
Questo prevede il montaggio su cartelle laterali e con percussori indipendenti dagli acciarini; guardandolo attentamente si ha la stessa sensazione che si ha quando si guarda il meccanismo di un orologio, ossia quella di una composizione di assoluta precisione meccanica.
La doppia stanghetta, pur essendo concepita per ragioni di sicurezza, consente di alleggerire molto gli scatti e mantenere nel contempo un elevatissimo standard di sicurezza. Se vogliamo entrare in particolarità tecniche altamente sofisticate, ovviamente ininfluenti a livello di tiro, possiamo dire che la Holland & Holland ha un meccanismo di sparo relativamente più lento rispetto alla Anson &
Deeley;
questo perché è maggiore il numero di leve che entrano in azione.
V´è però da dire (e anche qui siamo in pieno sofisma tecnico) che un doppietta da caccia Holland & Holland si può considerare più resistente; infatti la bascula non risulta indebolita dall´aver ricavato lo spazio per gli acciarini essendo gli stessi montati sulle cartelle laterali. Oltretutto in molti di questi fucili è possibile effettuare una immediata ispezione se dotati di chiave esterna.
Come nel caso delle doppiette a cani esterni la tecnologia Holland & Holland prevede sia acciarini molla avanti (come nel caso della foto sopra) che molla indietro. Quest´ultimo, molto meno frequente, gli inglesi lo hanno utilizzato spesso negli express perché la molla sistemata nella parte posteriore indebolisce meno la bascula.
La doppia stanghetta di sicurezza ha la finalità di arrestare, in caso di scatto accidentale, la caduta del cane-noce. Il dispositivo do scatto consta di una seconda stanghetta oltre la prima poggianti entrambe sul piano dei grilletti. Quando si preme il grilletto si opera la rotazione di entrambe le stanghette, ma essendo la seconda (quella definita di sicurezza) imperniata diversamente (più vicino alla sua coda) questa ruota più velocemente e si disimpegna prima che il cane noce venga disimpegnato dalla stanghetta di scatto.
Se questa azione non avvenisse per aver premuto il grilletto ma accidentalmente (es. caduta del fucile), la stanghetta di sicurezza rimasta nella sua posizione, intercetterà durante la corsa il movimento del cane-noce, arrestandolo.
La sicura in una doppietta Holland & Holland è analoga a quella di una doppietta Anson e blocca direttamente i grilletti mediante il cursore posto sul dorso della prima parte del calcio, dietro la chiave di apertura.
Tratto dal sito www.calibro16.it, uno dei siti più particolareggiati nell´appronfondire le tecniche costruttive del fucile da caccia a canna liscia
IL CANE DA CACCIA I° parte a cura di Elvio Dal Pan
| La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Aprile 2011, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo |
Inizia, con questo numero, una nuova rubrica dedicata al cane da caccia. Amico e compagno inseparabile di molti cacciatori che uniscono alla passione venatoria anche quella, non meno nobile, della cinofilia. Inizieremo con le origini del nostro amico quadrupede e con una veloce carrellata sulle principali razze di cani da caccia. Nei prossimi numeri andremo poi a conoscerle, in maniera più approfondita, una ad una.
LE ORIGINI DEL CANE DA CACCIA
Un’antica leggenda afferma che quando, tra l’uomo e gli animali si aprì un baratro, il cane fu l’unico a rimanere a fianco dell’uomo. è probabile che siano stati i cacciatori dell’era glaciale a stabilire i primi contatti amichevoli allevando cuccioli di lupo. Da allora sono passati 20.000 anni ed il cane ha seguito l’uomo nella sua evoluzione rimanendogli vicino nella buona e nella cattiva sorte fino a riceverne il meritato appellativo di suo “migliore amico”.
Le prime tracce di collaborazione certa, tra cacciatore e cane, le troviamo però nel mesolitico (8000-5500 a.C.). Il “Canis familiaris palustris”, più comunemente chiamato cane delle torbiere, venne trovato, con relativa facilità, negli scavi archeologici; era insieme cane da caccia e da guardia e si presume che, in tempi di carestia, servisse anche come cane da macello.
Una prima “scrematura” delle razze, ancora oggi esistenti, possiamo datarle tra il neolitico (4000-2200 a.C.) e l’età del bronzo (2200-750 a.C.). Più che di razze dovremmo parlare in generale di quattro singoli gruppi. Al secondo gruppo appartengono i cani da pastore, da montagna e da caccia: è proprio a quest’ultimi che rivolgeremo la nostra attenzione.

Per questo motivo, quindi, ci si occupò prevalentemente dell’allevamento e relativo addestramento del cane veltro accrescendone costantemente l’inclinazione per le cacce ad inseguire. Dal cane nibbio, invece, ci si aspettava una maggiore intesa con il falconiere.
Suo era il compito di scovare la selvaggina, prevalente mente da penna, per metterla in condizione di essere cacciata dal falcone. In quest’epoca nacque anche una nuova forma di segugio che però era condotto al guinzaglio con lo scopo di cercare le orme o comunque la presenza della grossa selvaggina: il primo cane da traccia.

Con l’invenzione e la diffusione delle armi da fuoco, per migliorare ulteriormente le qualità dei cani da ferma, si continuò a ricorrere a ripetuti incroci tra veltri, anche se l’addestramento in tutta Europa differiva da regione a regione.
Iniziarono così a delinearsi le prime diverse razze sia inglesi che continentali che possiamo riassumere brevemente in questi gruppi:
BRACCHI
Tutte le varietà dei bracchi discendono dal veltro, lunghe orecchie pendenti e corpo snello. I primi esemplari di grandi dimensioni furono a poco a poco sostituiti da varietà più piccole e più lente per adattarsi alle diverse attività venatorie e alla riduzione dei territori di caccia.
CANI DA MUTA
Parallelamente alla creazione di razze derivate dal veltro, soprattutto in Inghilterra, ci si dedicò all’allevamento di cani da muta e fu proprio nel Regno Unito che questo tipo di cane raggiunse uno standard che ancora oggi non ha confronti in nessun altro paese.
SEGUGI
L’antichissimo erede del cane da traccia sopravvive nel segugio di Hannover. Come diretto discendente dei bracchi questo segugio, assieme al suo fratello delle montagne bavaresi, viene condotto prevalentemente sulle tracce della selvaggina ferita.

Questi cani hanno il compito di rintracciare la selvaggina da pelo seguendone le tracce fino al covo, segnalandone la presenza con l’abbaio, dopo averla scovata la insegue sino a portarla a tiro del cacciatore.
CANI DA FERMA
Questi cani prendono il nome dal tipico atteggiamento che assumono quando percepiscono l’odore della selvaggina, in quanto, si fermano e attendono immobili l’arrivo del cacciatore.
CANI DA CACCIA IN TANA
Questi cani di piccola taglia, in genere bassotti e terrier, sono specialisti nell’infilarsi nelle tane degli animali, prevalentemente volpi e tassi e incalzarli sino a costringerli alla fuga e ad uscire dalla tana dove li attendono i cacciatori.
CANI DA RIPORTO
Per aiutare i cani da ferma, specialmente durante la caccia agli acquatici nelle paludi e negli acquitrini, fu creata in Inghilterra una razza specializzata quasi esclusivamente a tale scopo: il Retriever, oggi diventato anche un apprezzato cane da compagnia per il suo carattere bonario e tranquillo.
CANI NORDICI
I cani nordici hanno le loro radici negli antichi cani dei paesi del nord. Fra questi si distingue il cane delle torbiere danese. Sono di regola buoni cani da leva, anche se prevalentemente cacciano in silenzio.
Terminiamo così questa breve passeggiata tra le origini e le varie razze dei cani da caccia.
Nei prossimi numeri di CACCIA 2000 avremo modo di approfondire e conoscere meglio i nostri amici di avventura entrando più specificatamente nelle singole razze a noi più conosciute.
ARMI & TIRO di Maggio
Al lupo, al lupo!
Non può che essere il salone Exa di Brescia l’evento intorno al quale ruota il fascicolo di maggio di ARMI E TIRO: ben 80 pagine di novità, accessori, curiosità e prodotti utili per gli appassionati della caccia, del tiro e delle attività outdoor.

Ma c’è tanto di nuovo anche tra le nostre prove: a partire dal semiauto sparatutto Remington Versa max calibro 12/89, testato per voi in anteprima assoluta.
Appena arrivata in Italia anche la carabina semiauto Sauer 303 in versione Classic Xt calibro .30-06: nuovo il calcio polimerico, estesi aggiornamenti per otturatore e caricatore, inimitabile l’eleganza.
Ha un look piacevolmente classico, invece, il nuovo sovrapposto F.lli Redolfi Eos light calibro 12, mentre l’Effebi Terminator calibro 6,5x57R è un kipplauf pieghevole ridotto all’osso per seguire il cacciatore nelle più impegnative cacce di alta montagna.
La Pardini Gt 40 calibro .40 S&W è stata modificata dal noto campione Esterino Magli, che la utilizzerà in Standard division: ecco cosa è diventata!
Destinate alla difesa personale, invece, la semiauto Smith & Wesson Bodyguard 380 calibro 9 corto e il revolver Smith & Wesson 386 Night guard calibro .357 magnum.
E poi il reportage sul Bignami day, la ricarica del .270 Winchester, le ottiche Zeiss Duralyt testate sul terreno di caccia.
NUOVA DIANA STAR
In Ungheria, Azerbaijan e Georgia a caccia di cinghiali, caprioli, capre selvatiche, acquatici, lepri, fagiani e piccola selvaggina in luoghi spettacolari, lontani da ogni forma di urbanizzazione, a confronto con selvatici veri.
Da oltre 10 anni “Nuova Diana Star” organizza e realizza viaggi venatori di alta qualitá per i gruppi di cacciatori italiani in Ungheria. Fra i programmi vi proponiamo Pernici bianche in Norvegia, Anatre e Oche in Estonia. Dato che si sta avvicinando la semina del mais e la stagione della caccia per il contenimento dei danni provocati dai cighiali, proponiamo come ogni anno, ai patiti di questa attività venatoria, la battuta al cinghiale a forfait a prezzi davvero economici. Responsabile caccia: Ilona Kovács
Cacciare in Ungheria é come tornare indietro nel tempo, quando l’uomo e il territorio si davano la mano, scambandosi rare emozioi venatorie.
In Ungheria ritroverete il sapore della vera caccia e il piacere dell’avventura, accompaganti dal confort di una vacanza.
La nostra caccia viene proposta ai Clienti che vogliono unire la caccia nella sua forma originale al desiderio della scoperta di un territorio e delle sue tradizioni.
Con la nostra organizzazione ti garantiremo ospitalitá e perfezione durante tutto il soggiorno non solo in Ungheria, ma anche in Georgia e Azerbaijan. 
Da adesso, inoltre, organizziamo anche la caccia ad Anatre ed Oche nel Delta del Danubio, in Romania.
Abbiamo, ancora, mille programmi di caccia per quaglie, tortore, beccaccini, allodole, beccacce, tordi e cesene.
Il numero dei nostri Clienti é in costante aumento grazie al loro passaparola. La nostra meticolositá, il puntiglio e il perfezionismo che ci caratterizzano trovano, infatti, riscontro nella loro soddisfazione.
La nostra agenzia é, inoltre, felice annunciare che anche per il 2011 abbiamo la disponibiltá delle migliori riserve di lepri. Possiamo garantire la stessa abbondanza di lepri di sempre ai prezzi migliori in assoluto. Chi prenota per tempo, quindi, potrò contare sull´abbondanza di sempre a prezzi imbattibili.
Solo chi vive sul posto come noi, chi ha collegamenti costanti con la realtá giornaliera puó essere al corrente di tutte le condizioni e dell’evoluzione delle riserve e della selvaggina. 
Abbiamo, inoltre, prezzi imbattibili non solo per i caprioli, ma anche per le lepri o per i cervi.
Caprioli da medaglia oro a soli 2100/ 1890 Euro.
Cogliamo tutte le occasioni migliori per offrire a prezzi eccezionali la selvaggina, ora piú che mai!
NUOVA DIANA STAR
9600 SÁRVÁR
Sársziget út 81- Ungheria
Fax +36 95 321796
Cellulare italiano 348 5515380
Cellulare ungherese +36 30 4563118
E-mail: kovili@hu.inter.net
www.nuovadianastar.com
UNA STORIA INCREDIBILMENTE VERA (La Ballata con …il Solengo) di Salvatore Galeano
8 Dicembre 2010. Il giorno dell’Immacolata è il momento più alto del passo della beccaccia in Sicilia. Ma quest’anno, contrariamente alla tradizione, di beccacce se ne sono viste poche o niente, complice l’anticiclone russo che non accenna a muoversi verso il Mediterraneo.
Io ed un mio amico ne abbiamo incontrate un paio, senza successo, ai primi di Novembre, poi niente. Tra l’altro, dopo le abbondanti piogge di fine Settembre inizio di Ottobre, ha smesso di piovere per due mesi. Se la temperatura ad Oslo e Mosca è intorno ai dieci gradi sopra lo zero, è tempo perso cercare beccacce. Ma è periodo di caccia, è il tempo del passo per cui non possiamo starcene in pantofole aspettando che il servizio meteo ci dia la buona notizia del cambiamento.
Pertanto decido di fare un’uscita il giorno dell’Immacolata anche per far camminare Gigi X, il mio ultimo spinone di un anno e mezzo. Sveglia prima dell’alba, una frugale colazione e via con Gigi verso la meta prestabilita. L’aria è calda, quando arrivo a Capo Taormina e svolto verso Catania una folata d’aria calda (circa 25°) entra dal finestrino. Temperatura buona per le quaglie.
Giunto a Francavilla di Sicilia, come sempre ordino alla signora Maria, la fornaia, una ciambella da un chilo e mezzo cotta nel forno a legna, fatta di pasta lievitata con lievito naturale. Dopo il caffè di rito procedo verso la località denominata Frattale. Giunto nella vallata ai piedi di una montagna brulla ed erta, affronto la salita procedendo a zig zag per limitare la fatica. Il sole è già alto e comincia dardeggiare. Gigi si da fare fra le ginestre una volta giunti in una zona pianeggiante, ma senza successo.
Proseguo attraverso un campo di felci con qualche ginestra sparsa qua e là. Vedo Gigi che si agita, ma non gli do molta importanza perché il luogo non è habitat per beccacce. Dopo qualche centinaio di metri avverto alle mie spalle il frullo fragoroso e il classico – ciek ciek- di due coturnici che si proiettano verso il fondovalle. Le saluto cordialmente con la speranza che il prossimo anno facciano una numerosa covata.
Colgo l’occasione per segnalare che la coturnice in Sicilia è in via d’estinzione per carenza di risorse trofiche a causa del degrado ambientale.
Salendo lentamente raggiungo una valle non molto ampia dove scorre un magro torrente. Un poco più avanti in alto c’è un boschetto di querciole dove ripongo la mia ultima speranza di incontrare una regina. Attraversato il boschetto devo incassare l’ultima delusione della giornata: di beccacce neanche l’eco di un frullo. Superato l’ultimo albero appaiono alla mia vista gli alti piloni di un impianto eolico.
A questo punto decido di tornare indietro, scendendo attraverso la valletta d cui ho parlato sopra. Sono stanco, accaldato e sudato. Scendendo, una roccia a forma di sedile mi si para davanti, ne approfitto per sedermi e riprendere fiato. Mentre accendo una sigaretta, noto davanti a me un ampio mucchio di felci morte, tagliate e accumulate là dai forestali durante l’estate scorsa. Sono solo con me stesso, la doppietta e il cane.
Il silenzio è assoluto, interrotto soltanto dal gorgheggiare allegro del ruscello che mi scorre accanto e che mi da un senso di frescura. Sono momenti in cui i pensieri di un cacciatore corrono a briglie sciolte perché la mente non riceve stimoli dall’ambiente circostante. L’attività cerebrale non si ferma mai, le idee fluiscono, i ricordi vanno avanti e indietro, le esperienze buone e cattive di una vita si accavallano senza mai fermarsi.
Impossibile bloccare un’immagine, fissare un ricordo.. subito vengono soppiantati da altri in un irrefrenabile ed incontrollabile flusso di coscienza.
Ma Gigi dov’è? Mi guardo intorno e non lo vedo. Lancio in aria un paio di fischi e attendo. Dopo qualche minuto lo vedo risalire dal fondo della valletta mogio mogio e con la testa bassa come volesse scusarsi della lunga assenza ingiustificata. Ma non viene subito da me, si ferma davanti al mucchio di felci e punta. Lo fa in modo strano, come se temesse qualcosa di pericoloso. Dopo un po’ lascia e viene verso di me, si gira e nuovamente punta tutto tremebondo in direzione di un buco sotto le felci.
Senza dare molta importanza al suo comportamento, gli do un calciotto sul sedere e lui scappa per lo spavento. Dopo un po’ ritorna al punto di prima e ferma nuovamente. Non ho più dubbi: sotto il mucchio di felci gatta ci cova, sicuramente ci si nasconde qualche selvatico. Finisco di fumare la sigaretta, mi alzo e comincio ad ispezionare il sito, ma non noto niente di particolare.
Cerco di sollevare le felci con la punta delle canne della doppietta, ma non vedo niente. Faccio un passo avanti e comincio a premere a piè pari sulla massa di felci.
Sento un grugnito di disappunto, le felci cominciano a muoversi come se mi trovassi sull’epicentro di un sisma, contemporaneamente ricevo una spinta dal basso verso l’alto che mi manda a gambe all’aria. Fortunatamente rovino sul letto di felci e non mi succede niente di grave. Cerco di riprendermi, alzarmi e capire che diavolo mi sia successo, vedo sgusciare un bestione peloso sul mio latro sinistro. Una volta in piedi vedo l’irsuto in tutta la sua forma, ad una trentina di metri davanti a me.
Si ferma, gira la testa come se volesse capire che cosa gli sia successo. Approfitto per aprire la doppietta, far uscire le cartucce per beccacce e cerco di estrarre dalla cartucciera le due cartucce a palla maremmana che da trent’anni porto sempre con me. Riesco a trovarne una e ad infilarla nella prima canna. Il cinghiale nel frattempo si è spostato in senso trasversale sul lato opposto della valletta. Si ferma di nuovo e mi guarda, io alzo il fucile e miro dietro la scapola e …Bum!!
Come conseguenza si sposta in avanti, io trovo il tempo di ricaricare e di lanciargli addosso la seconda palla in direzione del deretano mentre sta per superare la sommità della valletta e scomparire. Mi sento stordito e frastornato, mi guardo intorno e stento a credere a ciò che mi è accaduto nel volgere di una coppia di minuti come in una sequenza cinematografica di un film d’azione.
Quello che mi è accaduto credo non sia mai successo a nessun cinghialaio maremmano da che mondo è mondo: aver ballato, senza saperlo, sulla pancia di un solengo mentre fa la siesta!
LA DOPPIETTA ANSON & DEELEY
Se la doppietta da caccia rappresenta in qualche modo la storia nel nostro immaginario, la doppietta hammerles rappresenta l´efficienza. Questa considerazione è tendenzialmente sbagliata poiché anche l´hammerles è datato e inoltre in termini di efficacia balistica la doppietta a cani esterni è assolutamente paritaria.
Iniziamo con il nome hammerles significa letteralmente senza martelli, ma molti di noi identificano questo fucile da caccia con il nome “doppietta a cani interni“. Qualsiasi nome vogliamo dargli una cosa è certa: stiamo parlando di un altro capolavoro dell´ingegno dell´uomo. Anche in questo caso gli inventori sono stati gli inglesi anche se ad onor del vero doppiette immense per contenuti tecnologici e balistici sono state costruite anche dagli italiani, sulla scorta però dei brevetti di sua Maestà Britannica. Nomi come Anson & Deeley, Holland & Holland, Puredy, Westley Richards, W.W. Greener fanno parte della indiscussa storia del fucile da caccia classico.
Esistono varie tipologie di doppiette da caccia differenziate per gli acciarini di seguito ne parleremo in modo dettagliato.
Doppietta da caccia hammerles tipo ANSON & DEELEY – Questo sistema di venne brevettato nel 1875 e risulta essere oggi il sistema più presente nelle doppiette da caccia per la sua affidabilità, unita alla semplice realizzazione ed al costo contenuto. Visivamente riconosciamo una doppietta Anson & Deeley per l´assenza delle piastre o degli acciarini ospitatati nelle cartelle laterali. A onor del vero, anche in alcune doppietta Anson si possono trovare cartelle, ma queste sono finte, nate solo per rendere più bello alla vista il fucile e per ospitare incisioni.
In questa doppietta da caccia, il meccanismo di percussione ossia le batterie, sono alloggiate all´interno della bascula, e il tutto risulta assolutamente semplice ed economico perché facilmente industrializzabile. Il queste batterie il cane, la noce e il percussore sono riuniti in un unico pezzo, la molla che gestisce lo scatto è a lamina, anche se in alcune realizzazioni moderne tali molle sono a spirale. Le batterie sono due, serventi ognuna una canna, ognuna di esse si compone di quattro elementi cane-noce-percussore, molla a lamina, leva di armamento e stanghetta di scatto. 
All´apertura del fucile, l´azione del basculaggio arma i cani tramite la leva di armamento alloggiata nella bascula e azionata dal movimento dell´asta. I grilletti della doppietta Anson & Deeley sono alloggiati nel sottobascula ed hanno azione sui rispettivi leveraggi.
Altro elemento è la sicura (che in realtà è identica anche nei sistemi Anson); questo elemento è posizionato sulla coda della bascula, dietro la chiave di apertura ed è strutturata per bloccare direttamente i grilletti. Con la stanghetta avanti l´arma può sparare, con la stanghetta indietro l´arma è in sicura. Alcuni Anson sono dotati di sicura automatica che si azione direttamente alla chiusura dell´arma; questo significa che il cacciatore deve avere una memoria di ferro per ricordarsi di togliere la sicura, ma come ben sappiamo, non è così. Perciò tale sistema ha graziato nel tempo per le doppiette di cui ne sono dotate alcuni belle lepri.
Le Doppiette Anson sono dotate normalmente di estrattori semplici a gambo, generalmente attivato dal movimento dell´asta in fase di basculaggio.
Elementi della bascula di una doppietta da caccia Anson & Deeley, attività di armamento e sparo
a – leva di armamento
b – mollone
c – cane-noce-percussore
d – scatto o stanghetta
e – grilletto
1 – all´apertura della doppietta, la leva di armamento (a), essendo ancorata all´asta, ruota con essa, spingendo verso l´alto la parte anteriore del gruppo cane-noce-percussore(c) che a sua volta comprime il mollone (b). Il cane rimane bloccato in questa posizione dallo scatto o stanghetta (d).
2 – arma chiusa e carica. Il mollone (b) è compresso e il gruppo cane-noce-percussore(c) è bloccato dallo scatto o stanghetta (d).
3 – tirando indietro il grilletto (e) la parte posteriore della stanghetta (d) è spinta verso l´alto e la parte anteriore verso il basso. Questo movimento svincola il gruppo cane-noce-percussore(c) che azionato dalla decompressione del mollone (b), percuote l´innesco della cartuccia provocando l´accensione della polvere da sparo contenuta nella cartuccia.
Tratto dal sito www.calibro16.it, uno dei siti più particolareggiati nell´appronfondire le tecniche costruttive del fucile da caccia a canna liscia
ACTION ARMS di Maggio
L’IWA di Norimberga, oltre che rimanere la più importante manifestazione armiera europea, è stato il palcoscenico per alcune novità; i numeri degli espositori e dei visitatori sono aumentati e così la fiera tedesca si conferma un sicuro riferimento del settore.
La stagione delle fiere prosegue a pieno ritmo e nel numero 17 di Action Arms parliamo anche di Bignami 2011: rassegna riservata agli armieri, durante la quale l’importatore ha mostrato le sue novità di prossima commercializzazione in Italia.

Gli articoli dedicati alle armi e agli accessori per la caccia sono raccolti nella sezione Action Hunting, caratterizzata da una nuova veste grafica. “Apre le danze” il Benelli Raffaello Lord calibro 20, un automatico che rivoluziona il concetto del fucile di lusso; per gli amanti del classico un’arma fine d’eccezione, ossia il Dumoulin “Imperial Magnum” calibro 375 H&H Mag., una carabina bolt action che trova la sua naturale destinazione nelle grandi cacce africane.

Sul fronte associativo, invece, Pierluigi Borgioni e Riccardo Revello ci parlano in due articoli di una realtà in fortissima crescita, che deve ora affrontare il decreto legislativo che entrerà in vigore il 1° luglio: i poligoni di tiro privati. Non mancano gli interventi di Leonardo Cea, con le ultime iniziative dedicate alle guardie particolari giurate, di theGunners e degli esponenti delle Federazioni: quella di Field Target Italia e l’altra, sempre italiana, di Action Shooting.

Facendo un salto oltreoceano, invece, ricordiamo che nel 2011 si festeggiano i centro anni dell’adozione della pistola modello 1911 come arma d’ordinanza dell’esercito USA; in questo numero di Action Arms presentiamo l’edizione speciale che ha preparato la Remington.
Non dimentichiamo però che si festeggiano anche i 150 anni dell’Unità d’Italia e, per l’occasione, la Beretta ha presentato nella splendida cornice sabauda di Palazzo Cavour a Torino la sua 98 FS in edizione speciale che, a quanto ci dicono, è già esaurita.
Immancabili sono invece i nostri collaboratori: Tony Zanti dispensa altre indicazioni perché ogni tiratore sia pronto a qualsiasi evenienza, mentre Marco Milazzo torna a parlare di ricarica, in questo caso del “temibile” 9 Corto…
ARMI & TIRO di Aprile
Successo strepitoso di Armi e Tiro questo weekend all’EXA di Brescia, la testata di Edisport Editoriale si conferma leader indiscussa in Italia ed una dei titoli più apprezzati nel mondo.
Il salone Iwa di Norimberga il grande protagonista del numero di aprile di Armi e Tiro: 30 pagine di reportage con tutte le nuove armi, le munizioni e gli accessori presentati nella “vetrina” più importante d’Europa.
In attualità, il recente allarme-terrorismo all’aeroporto di Malpensa: la reazione da parte delle forze di polizia è stata tempestiva ed efficace? Pasticciaccio brutto a Roma, la polizia ha dichiarato guerra (ancora una volta) alle armi per uso scenico.
Le prove si aprono con uno dei fucili più innovativi degli ultimi anni: è il semiauto Beretta Xcel calibro 12, con un inedito conta-colpi elettronico incastonato nel calcio. Più tradizionale nella tecnologia, ma sempre all’insegna dei materiali d’avanguardia il Breda Echo grey Bhc calibro 20.

Prova-confronto per la Ruger Sr9 calibro 9×21: sarà l’anti-Glock? Per i patiti del military & law enforcement, le novità del salone Idex 2011 e le prime foto della pistola mitragliatrice Beretta Mx4 calibro 9×19, venduta all’India.
E poi la ricarica del .455 Webley, i candidati per la presidenza dell’Assoarmieri, gli Europei di aria compressa a Brescia e molto, molto di più.
“IL SELETTORE” di Mauro Ferri
Sabato 16 aprile, al Castello di Poppi (AR), nel cuore del Casentino, Mauro Ferri presenterà il suo terzo romanzo, “IL SELETTORE” (pubblicato dalle edizioni Helicon di Arezzo), ambientato a Badia Prataglia e vincitore l’anno scorso del 1° Premio Casentino “Silvio Miano” – Sezione narrativa.
All’incontro prenderà parte anche il Presidente del Parco delle Foreste Casentinesi, Gigi Sacchini.
Qui di seguito ecco una breve sinossi del romanzo; ulteriori informazioni, tra cui i commenti dei lettori, alcune recensioni e le motivazioni del premio, sono sul sito www.mauroferri.it.
IL SELETTORE, ROMANZO DI MAURO FERRI (HELICON, 2010)
“Nel cuore del Parco delle Foreste Casentinesi, sul crinale a 1400 metri di quota, è stato costruito un osservatorio astronomico che partecipa a un programma internazionale di esplorazione dell’universo.
Livio è un ricercatore che nel piccolo paese di Badia ha trovato il modo di soddisfare le sue due passioni: l’astrofisica e la caccia.
Dirige il laboratorio e partecipa alle battute di caccia di selezione. Vive la vita tranquilla del paesino di montagna, ogni tanto animata dalle polemiche che contrappongono ambientalisti e cacciatori, più spesso quelle tra le diverse associazioni venatorie.
Ci sono gli amici, cacciatori come lui, ci sono i colleghi, e c’è Giulia, la veterinaria, che non nasconde le sue convinzioni ambientaliste. E di Giulia Livio è intimamente innamorato.
Poi arriva l’onda. Una strana onda, che proviene dallo spazio profondo e che scombina le regole del gioco.
Livio si ritrova davanti a se stesso, nei luoghi che conosce, o che credeva di conoscere. Ha avvicinato un briciolo di realtà, ma invece di risposte, ha trovato molte più domande di prima.”
“IL SELETTORE” è in distribuzione nazionale dall’ottobre 2010.
Il distributore per l’Italia (Lazio escluso) è: ediQ Distribuzione, casella postale 56, I-21040 Gerenzano Varese, tel/fax 02-9689323, cell. 347-4140016, Email: commerciale@ediq.eu; per Roma e il Lazio, il distributore è Nuova RDE, Via H. Spencer 16, 00177 Roma, Tel 062154010.
Date queste indicazioni alla vostra libreria, se non lo trovate.
IL PONTE DELLA PAURA di Giorgio Creatini
La luna illuminava a giorno il campo di medica che attestava al fitto sceprone di roverelle calzate al ceppo da un groviglio di vitalbe e rogarazze.
Il silenzio arcano di quella notte di settembre nella campagna Castagnetana, era rotto solo dal canto lontano di una civetta appostata sul ramo di un ulivo.
Tutto sembrava immobile, ma negli anfratti più nascosti, ai margini del bosco, o tra l’erba dei campi, la notte rimetteva in moto l’ennesima rappresentazione della lotta tra preda e predatore che si consumava con le sole stelle a farne da testimone.
Il fragore della fucilata fece sobbalzare tutti i cuori che palpitavano nella campagna fermandone improvvisamente le azioni. Un lampo di terrore, un attimo di immobilità, poi ricominciava la lotta. La lepre scalcettava tra le fragili ceppite di medica illuminata dall’argenteo bagliore lunare capendo che la sua vita era arrivata al capolinea. Voleva alzarsi, allungare le sue lunghe leve, scartare veloce e tornare nello sceprone, ma non capiva perché non riusciva a muoversi mentre pian piano il bagliore della luna si spengeva nelle sue pupille trasformandosi in un profondo nero che copriva anche l’ultimo battito del suo cuore.
Giannino era incredulo. Finalmente dopo giorni di appostamento e un paio di clamorose padelle, quel balzello aveva dato i suoi frutti. La gioia e l’eccitazione lo facevano saltare nel campo umido di rugiada, e quando ebbe in mano il suo splendido trofeo gli venne d’istinto di portarselo al volto e di baciarlo.
Il ragazzo faceva il garzone nella stalla di Bastiano e tutte le sere, dopo aver sistemato le bestie, inforcava la sua bicicletta e dava sfogo alla sua grande passione per la caccia che il giorno non poteva esercitare a causa di quel duro e impegnativo lavoro. Del resto in quel periodo, dopo la guerra, era difficile trovare un impiego migliore, specie per un giovane orfano e con problemi caratteriali e della parola che lo facevano spesso anche oggetto di prese in giro.
Giannino era considerato un po’ grullo, gli piaceva moltissimo il vino e stava lontano mille miglia dalle donne che lo guardavano in cagnesco con quel risolino che lo faceva imbestialire. L’unica donna che lo capiva e lo comprendeva era la Rosina, la moglie di Bastiano che lo proteggeva e lo difendeva dai modi bruschi che in tanti, nella grande famiglia patriarcale che abitava nella casa di “Migliarini”, gli rivolgevano contro.
Giannino quella sera era al settimo cielo, con la lepre tenuta per le orecchie saldamente in mano, percorreva alla flebile luce del faro della bicicletta la strada sterrata che lo riportava al cascinale. La luna gli faceva compagnia, e nella sua testa ronzavano tanti pensieri che non avrebbe mai osato esporre visto la considerazione che avevano di lui i suoi conoscenti. Ma era ugualmente contento, quella sera si sentiva importante, avrebbe portato la sua bella preda a casa e tutti lo avrebbero per una volta ammirato, evitando di chiamarlo “tartaglino” o “sciupadiscorsi”, quegli odiosi nomignoli che lo ferivano così profondamente.
La bici filava silenziosa nel buio della campagna, altri cinque minuti e superato il ponticello sarebbe arrivato a casa trionfante. Già vedeva l’albore che la luce a gas rifletteva dalla finestra del grande salone da pranzo del cascinale quando d’improvviso gli parve di veder qualcosa sbalenare sul parapetto del ponte. Un attimo ancora ed ecco che gli apparve davanti una specie di grosso lenzuolo bianco che per poco non lo investiva. Gli sfiorò il volto creando un vortice di vento freddo e poi si gettò a capofitto sotto il ponte scomparendo dalla sua vista.
Giannino era terrorizzato, la lepre che aveva in mano era volata nel fossato, la bici incontrollata era andata a sbattere nel parapetto e lui era finito con il culo per terra con il fucile che nel contraccolpo gli aveva battuto forte sulla testa. Annaspava per rialzarsi con gli occhi fissi sul punto dove aveva visto sparire quel coso. Era come bloccato dalla paura ma in qualche modo riuscì a rimontare sulla bicicletta e a tutta velocità ad arrivare a casa.
“Un fantasma, un fantasma! Sul ponte del frantoio c’è un fantasma, l’ha visto Giannino mentre tornava a casa in bicicletta. L’ha illuminato con il faro e lui s’è buttato sotto il ponte, bianco lattato e pauroso come uno scheletro” La Rosina entrò in casa trapelata e sbiancata in volto: “Datemi un po’ di vino che lo porto giù a Giannino, poveraccio, ha avuto una paura, trema come una foglia.”
“Si dagl’iene dell’altro tanto n’ha bevuto poco! E vede anche i fantasmi ora!” Bastiano era di poche parole, un uomo tutto d’un pezzo che aveva vissuto momenti terribili a Caporetto e sul Piave durante la grande Guerra e non era certo il tipo che si faceva canzonare da certi discorsi. Scese le scale del grande casolare di campagna e andò verso la stalla dove la Rosina era intenta a rianimare Giannino, ancora semiparalizzato dallo shock “Oh cosa hai visto “briaco”. Quanto n’hai bevuto stasera!”
Quando però la fioca luce del lume a petrolio illuminò la faccia del garzone, Bastiano lesse il terrore negli occhi del giovane ragazzo. “La..la… lepre, la lepre, m’ha,… m’ha,….. m’ha…… preso la lepre.” “Ma che lepre d’Egitto! Quale lepre! E chi te l’ha presa?” Balbettando e singhiozzando, Giannino riuscì in qualche modo a raccontare l’accaduto e a farsi capire dall’anziano uomo che riuscì, non senza difficoltà, ad individuare il luogo dell’apparizione.
“Va bene va bene, ora calmati e vai a dormire, domani andiamo a vedere giù al ponte, ma ricordati che le lepre per avelle in saccoccia, vanno colte. I fantasmi un le rubano.” Quella notte Giannino non chiuse occhio. Rivedeva quell’orribile macchia bianca fluttuante nell’aria. Immaginava la sua faccia scheletrica e il suo fiato freddo e puzzolente che inghiottiva il suo trofeo, sognato e agognato per tanti giorni e svanito tra le fauci di quel mostro schifoso.
Poi venne l’alba, il rumoroso canto del gallo fece sobbalzare Giannino che finalmente si era assopito ed alzatosi, iniziò ad accudire le bestie non togliendosi dalla mente l’immagine terribile che aveva rovinato il suo giorno di gloria. Bastiano intanto era andato al ponte. Si era soffermato sulla strada e aveva notato la strusciata della ruota della bici scivolata sulla ghiaia e schiantatasi sul solido muro. L’alveo del fosso, era asciutto, si affacciò dal parapetto e con sua grande sorpresa notò la carcassa di una grossa lepre che a pancia all’aria si mostrava in tutta la sua lunghezza.
Scese nel letto e raccolse l’animale che mostrava i chiari segni di una fucilata che l’aveva strappata alla vita. Poi si guardò di nuovo intorno ma non notò nulla di anormale se non il lontano canto di un cuculo non ancora migrato, che ad intervalli regolari emetteva il suo tipico suono.
“Oh, la lepre l’ha ammazzata davvero – disse alla Rosina – l’ho trovata giù nel fosso. Chissà come c’è finita. Per averla mollata, deve aver visto davvero qualcosa che l’ha spaventato a morte. Che gli abbiano fatto uno scherzo? Stasera tornerò al ponte a veder quel che succede. Se ci becco qualcuno che vuole fare il furbo e si approfitta delle persone come Giannino, lo prendo a pedate nel culo e lo rispedisco a casa caldo.”
Anche quella notte la luna era splendida. Una palla di luce che illuminava i silenzi dell’oscurità. Bastiano si era appostato dietro un grosso leccio vicino al ponte ed aspettava un segnale, un movimento. L’uomo ne aveva passate di cotte e di crude al fronte. Aveva visto la morte in faccia più di una volta, tuttavia, lo stare da solo in quel luogo, pur così vicino a casa, dopo quello che aveva raccontato quel poveretto, lo metteva a disagio.
Il fresco della notte lo faceva riflettere: pensava a quel ragazzotto disgraziato, alla sua vita grama e fatta di niente, al suo futuro, alle cattiverie che subiva e si commoveva credendo che quel povero cristo non avrebbe mai conosciuto né l’amore né la felicità, almeno per come le persone normali la intendevano. Quella lepre forse era stata la più grossa soddisfazione della sua vita, ma il destino gli aveva voluto sciupare anche quella giornata.
D’un tratto una folata di vento forte e rumoroso ruppe l’incanto di quella notte di fine estate. Sul parapetto del ponte si materializzò una figura bianca, imponente. Bastiano si ritrovò il cuore in gola, il sangue gli si raggelò nelle vene. La figura si muoveva goffa e minacciosa, poi si fermò sul parapetto. L’uomo si era seduto, nascondendosi dietro il tronco del leccio. Piano piano trovò la forza per sbirciare tra le basse fronde. Riuscì a mettere a fuoco la figura e la sua tensione cedette ad un senso di spossatezza e rilassamento.
Per un attimo era stato vittima della suggestione che quella storia si era creata intorno, ma in realtà la spiegazione era molto più semplice ed innocente dell’immaginabile. Giannino era stato spaventato da un grosso barbagianni che aveva preso l’abitudine di appollaiarsi sul parapetto del ponte per scrutare nell’alveo a caccia di qualche topo. Il povero ragazzo nella sua ingenuità, aveva creduto di aver visto chissà cosa e aveva scagliato la sua preda nel fossato in preda al panico senza neppure rendersi conto di quel che faceva.
Il sole del mattino filtrava stilettate di luce tra le mangiatoie delle vacche. Bastiano si affacciò alla porta della stalla. “Oh Giannino, guarda un po’ che cosa ho trovato ieri sera sotto il ponte” E gettò la lepre ai piedi del ragazzo “Non ti preoccupare, il tuo fantasma era solo un barbagianni. Stasera si festeggia la tua lepre con un bel piatto di pappardelle della Rosina e scusami se ho dubitato di te, sei un bravo ragazzo”.
Giannino guardava la lepre stesa sulla paglia, la fissava con occhi straniti, poi si abbassò a contemplarla. “E’ …è….è….è….pro.. proprio lei. L’ha.. l’ha… visto an.. anche il fa.. fa.. fantasma che, che era la mia, e me, me… l’ha ridata”.
E un sorriso innocente illuminò quel volto un po’ inebetito ma schietto e semplice di un ragazzo che non crescerà mai.
Giorgio Creatini
PIERANTONI K.F.T. – CACCIA IN UNGHERIA
Vivete la caccia in Ungheria, organizzata da un´Agenzia venatoria con decennale esperienza nel settore.
Amici cacciatori,
da 10 anni ho creato in Ungheria la “Pierantoni K.F.t.” società che si occupa dell’organizzazione della caccia sul territorio Ungherese.
Ogni anno i cacciatori che ci onorano della loro presenza e usufruiscono dei nostri servizi sono in costante aumento grazie al loro passaparola.

Questo è dovuto ai positivi risultati da loro ottenuti nelle catture della selvaggina richiesta e all’ottimo trattamento ricevuto durante il loro soggiorno.
La nostra serietà, l’organizzazione e il rispetto degli accordi presi sono la migliore garanzia affinché al termine della vacanza venatoria non siano riservate ai clienti amare sorprese.
Siamo orgogliosi di affermare che nel 2010 abbiamo rilasciato oltre 250 permessi e i nostri cacciatori hanno abbattuto oltre 3.500 lepri, 750 capriole, 140 caprioli maschi, oltre a centinaia di fagiani e anatre semiselvatiche e tortore.
Queste catture sono state fatte nelle migliori riserve, alcune di queste di nostra esclusiva e situate nella grande pianura Ungherese nelle province del Bekes, Szolnok e Csongrad.
Come avviene ormai da alcuni anni, parteciperemo all’Exa di Brescia 2011 dove presenteremo la nuova riserva di nostra esclusiva per la caccia agli acquatici, situata in una zona particolarmente ricca di Oche e Anatre.
Inoltre saremo presenti con particolari offerte per tutte le varie specie di selvaggina.
Vi aspettiamo al nostro Stand A 50 e con l’occasione vi auguriamo in “bocca al lupo”.
Pierantoni Kft.
Tel. e Fax: +36-66/484-709
Cellulare Ungheria: +36-70/363-9559
Cellulare Italia: +39-3463570265
E-mail: cacciainungheria.luigi@gmail.com
www.cacciainungheria.it
TAGLIO CODE. AVEVA RAGIONE FEDERFAUNA. MINISTERO: NELL´INTERESSE DEL CANE SI PUO´.

La fattispecie in questione e’ riferibile, in particolare, all’intervento di caudotomia effettuabile sui cani impiegati in talune attivita’ di lavoro, nonche’ in quelle di natura sportivo-venatoria spesso espletate in condizioni ambientali particolari, quali in zone di fitta vegetazione che, comportando un elevato impiego motorio, espongono notoriamente l’animale al rischio di fratture, ferite e lacerazioni della coda, con ripercussioni sulla salute e sul benessere dello stesso. Inoltre qualora l’intervento di amputazione della coda fosse praticato in eta’ adulta a fini terapeutici, non sarebbe esente da maggiori rischi a causa della piu’ intensa invasivita’ e impatto sul benessere psico-fisico dell’animale. Pertanto, nell’interesse dell’animale, il medico veterinario potra’ effettuare gli interventi di caudotomia a scopo preventivo sui cani impiegati nelle citate attivita’ (…)”
Con queste parole il Ministro Fazio chiarisce definitivamente la corretta applicazione della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia ratificata dall’Italia con la Legge n.201 del dicembre scorso e soprattutto chiarisce definitivamente come sia corretto operare nell’interesse degli animali e non delle istanze della lobby animalista.
Cio’ ovviamente ha fatto infuriare la Lav che ha subito emanato un comunicato stampa in cui parla di “scavalcamento irrituale” della Martini da parte di Fazio, definisce “fuorviante e impraticabile” l’indicazione del Ministro accusando quest’ultimo di “fare gli interessi dei cacciatori, dimenticando il suo ruolo istituzionale che e’ di tutelare la salute e il benessere anche degli animali“.
Quanto interessi effettivamente degli animali alla Lav, lo si capisce dalla frase conclusiva del comunicato, in cui l’associazione animalista sostiene che “per interesse dell’animale non puo’ certo intendersi l’attivita’ venatoria che li priva anzi di una vita di relazione appagante e li espone a sofferenze e pericoli“. Provate a chiedere ad un cocker o ad un bracco se preferiscono andare a caccia oppure annoiarsi su qualche divano o peggio in qualche canile animalista!…
IL CANE, “DA SEMPRE CON IL CACCIATORE”, SPIANO’ LA STRADA ALLA STORIA
CACCIA.. questa parola deriva dal greco antico “kynègia” che a sua volta deriva da “kynos”, cioè cane.
Nessuna delle varie specie animali addestrate per la caccia ha mai avuto un’importanza paragonabile a quella dei cani.
Dopo l’addomesticazione preistorica del lupo, ed una selezione evolutiva dei soggetti maggiormente docili e dotati, il cane perse la propria indipendenza e indole selvatica, divenendo così un aiuto prezioso e indispensabile per la caccia e alimentando la storia di miti e leggende.
Atteone, mitologico cacciatore, venne divorato dalla sua stessa muta di cani, aizzata da Artemide dea della caccia, per averla spiata nuda al bagno, e lui ne era così tanto affezionato che preferì esserne sbranato inerme senza difendersi per paura di far male ai suoi cani.

Parlare quindi di caccia significa parlare anche del cane, fedele socio e compagno del cacciatore, servo instancabile di pedinamenti venatori, di incredibili individuazioni olfattive di prede occulte, di ferme statuarie rivelatrici del selvatico nascosto.
Infatti, dal Medio Evo fino al 1700, per esempio, la caccia rappresentava per eccellenza il passatempo predominante di un certo ceto superiore e di una classe sociale privilegiata, quella della nobiltà. Le sfarzose battute venivano organizzate nelle immense proprietà latifondiste, riserve esclusive di enormi proprietà nobiliari.
Le più famose partite di caccia in Europa, all’epoca, erano quelle organizzate da diversi Re di Francia, Spagna e Austria in tenute di campagna, ma in particolare da “LUIGI XIV” (il RE SOLE) nella riserva chiamata: “Le plaisir du Roi”, I piaceri del Re, un’enorme tenuta ricca di castelli, cascinali, torrenti, laghetti e selvaggina di ogni genere, il tutto condito in una sfarzosa e opulenta rappresentazione della società barocca, specchio della “GRANDEUR” dell’epoca, che trasformava la battuta di caccia in uno spettacolo maestoso ricco di banchetti e festini che duravano a volte settimane.

Se dovessimo percorrere il tempo a ritroso, per trovare nella cultura, nelle tradizioni, negli usi e costumi dei popoli, legami con la caccia, potremmo riempire libri di fiabe e leggende, di letteratura ed arte. Ma è il caso di sottolineare che è del tutto inutile negare che la pratica della caccia sia parte integrante dell’indole umana, che questo gesto è intrinseco nel suo spirito e che fa parte della sua crescita e del suo sviluppo culturale; è un legame ancestrale dal quale difficilmente l’umanità saprà liberarsi.
L’uomo è stato prima cacciatore, poi contadino e questa realtà non è da sottovalutare, se si vuol capire per quale misterioso motivo tutt’oggi, nelle domeniche d’autunno, spuntino come funghi gli irriducibili dalle camice a scacchi verdi e dal pantalone di fustagno. Tracciare la storia della caccia è un’impresa senza senso, sarebbe come spiegare perché è nata la ruota.
Essa era ed è ancora oggi per alcune popolazioni un’esigenza (come lo è stata l’invenzione della ruota); infatti, l’attività venatoria è stata il primo mezzo di sostentamento per i carnivori e, nella maggior parte dei casi, è rimasto l’unico. La caccia dunque è nata con l’uomo e con lui si è evoluta nel tempo, ma la cosa più interessante è poter scoprire come, nel corso dei secoli, si sia trasformata, rimanendo ancora oggi, insieme alla guerra, una delle più antiche (e forse l’ultima) pratiche tramandateci dagli uomini preistorici.
La caccia è parte integrante della storia, ispiratrice e musa di tutte le arti, da quella egizia, assira, sumera, a quella delle culture del centro America, dall’arte greca e romana alle civiltà orientali e asiatiche, e perfino la Bibbia ne parla citando Nemrod, il primo cacciatore o, meglio, come riporta il testo, ” il primo cacciatore al cospetto di Dio”. E nel tempo, con la sua evoluzione, diversi personaggi di grande spessore storico vi parteciparono, e la praticavano o per diletto o per necessità, alimentando così miti, leggende e racconti.
Tra i più famosi nel praticarla è stato ALESSANDRO MAGNO (il macedone), eccellente cavaliere che amava cacciare con la “PICCA” (lancia) leoni, cervi e cinghiali e, mitologicamente parlando, “ULISSE” che quando ritorna a ITAKA camuffato viene riconosciuto dalla nutrice solo per una cicatrice alla gamba procuratagli da un cinghiale a caccia, e… potrei citare centinaia di personaggi ed episodi.

Ricordo con grande affetto la mia “DIANA”, un robusto pointer dalle capacità venatorie leggendarie. Ricordo ancora la sua sagoma bianco/nera che mi trotterellava innanzi in giornate brumose per boschi e macchioni alla ricerca della “regina” o per paduli e marcite alla ferma di quei diavoli dei beccaccini. Quando morì naturalmente, trascorsi dodici anni, con lei morì una parte del mio cuore, ma è rimasta vivida e vitale nei miei più bei ricordi di caccia.
Scriveva Mark Twain che “il cacciatore sopravvive sempre o quasi alla morte del suo cane, ma la perdita provoca in lui un dolore indicibile, come quella di un parente strettissimo, che nella vita ha sempre dato e nulla ha richiesto“.
In definitiva ho avuto molti cani, ma il ricordo del mio ”pointer” riempie la mia vita di sensazioni e ricordi.
Al mio cane, e a tutti coloro ne posseggono uno, vanno i miei più sinceri apprezzamenti, a lui eterno compagno di giorni felici dedico queste scarne, ma appassionate righe…
Salvatore Gentile
ACTION ARMS di Aprile

Durante questa manifestazione è circolata la voce, che poi ha avuto conferma ufficiale, che la Beretta – dopo anni – avesse costruito una nuova pistola mitragliatrice, la Mx4 Storm calibro 9 Parabellum, arma derivata dalla carabina semiauto Cx4 Storm. Il bello è che si è appreso della sua esistenza perché è stata acquistata in 34.500 esemplari dalle Forze Speciali dell’India (il valore della commessa supera i 25 milioni di euro): un gran bel colpo, dunque, per il made in Italy!
Oltre all’attualità, su Action Arms n. 16 non possono mancare le prove di armi: la pistola compatta CZ 75 -P-07 Duty calibro 9×21, la carabina semiauto Benelli MR-1 cal. 223 Rem. e la pistola Heckler & Koch USP Expert cal. 45 ACP.

Il concetto di replica è legato soprattutto alle guerre napoleoniche e al vecchio West: molte ditte specializzate, quasi sempre del nostro Paese, riproducono le armi che si utilizzavano in quei periodi storici.
Allarga il concetto di replica ai tempi più moderni la ditta tedesca Dittrich, che riproduce le armi lunghe d’ordinanza in uso in Germania durante la seconda guerra mondiale.
Action Arms ne analizza tre modelli, che riproducono il famoso Fallschirmjagergewehr 42 dei paracadutisti (il primo tipo con la caratteristica impugnatura inclinata), lo Sturmgewehr 44 (primo vero e proprio fucile d’assalto) e la pistola mitragliatrice MP 38. Tutte perfettamente funzionanti… e dai prezzi non proprio popolari.

Sempre a proposito di utilizzo delle armi, come dimenticare il consueto appuntamento con Tony Zanti, l’esperto di tecniche e tattiche operative?
Anche su questo numero Action Arms può naturalmente contare su un nutrito numero di partner e collaboratori, specializzati ciascuno in un particolare versante del settore armiero: dalle discipline agonistiche, con i contributi di Federazione Italiana Action Shooting, Associazione Long Range Italia, Federazione Field Target Italia, alla sicurezza di cui si occupa Leonardo Cea di Guardie Informate, passando per il mercatino online di theGunners e il mondo della fiction esplorato da Cristina Brondoni.
L’ULTIMA MARZAIOLA DI PRIMAVERA di Marco Dolci
Tornando a ritroso con la mente alla caccia del tempo che fu, dai meandri della memoria mi riappaiono ricordi della mitica tesa alle anatre da appostamento, nel periodo primaverile, quando si poteva ancora cacciare nei mesi di febbraio e marzo; proprio in uno degli ultimi giorni intorno alla fine degli anni ’80, quando la chiusura era stata accorciata dal 31 marzo al 10, si verificò un evento straordinario.
Una considerevole quantità di piogge caduta in precedenza aveva creato all’interno della preesistente palude lungo la s.s. delle colline, tra i comuni di Collesalvetti (Li), Pisa e Livorno, un’enorme area a forma di rettangolo, con vasti prati allagati, dovuti alla tracimazione dei torrenti che fungono da scolmatore dell’Arno.
Questo tipo di nuovo territorio paludoso si era poi fuso insieme all’oasi della “Contessa” e all’inizio dell’area del parco naturale, località “ulivo”, proprio a due passi dalla zona libera alla caccia, già rifugio naturale di molte specie di anatre e trampolieri, attirando ancor più numerosi branchi di acquatici; ma i voli più cospicui erano caratterizzati da marzaiole, pittime, pavoncelle e tanti combattenti. Svariate squadre di appassionati cacciatori di questi bellissimi migratori, tra i quali anche il sottoscritto, approntammo dei piccoli appostamenti temporanei, nelle zone strategiche di transito.
All’epoca si cacciava solo con stampi in plastica, durante la preparazione della tesa in notturna; mi ricordo lo sbattere di ali e il canto di anatidi, un susseguirsi di voli, arrivi calate in acqua e ripartenze; l’alba da lì a poco prometteva già molto bene.
L’ultimo giorno, appunto il 10 marzo, dette il meglio di se stesso, in quella bella giornata di sole ma fredda; ci furono tantissimi abbattimenti di becchi piatti da parte di tutti gli appostamenti. Alle prime luci del mattino un susseguire di colpi di fucile da ogni parte poi, all’uscita del primo sole, cominciarono a “curare” grossi branchi di trampolieri e fu cosi per tutta la mattinata.
La sera anche noi eravamo appagati da un bel carniere e, per ricordo della splendida cacciata, decisi di far imbalsamare un bellissimo esemplare maschio di marzaiola, “l’ultima”, visto che l’anno dopo si ebbe un nuovo accorciamento del calendario venatorio, che ridusse ulteriormente la stagione, portandola al 28 di febbraio. Negli anni che seguirono non si presento mai più una stagione simile con tanta presenza di migratori primaverili.
Tutt’oggi conservo gelosamente il mio piccolo trofeo, insieme ad altri migratori, nella vetrina della fuciliera, mostrandolo orgogliosamente ad amici e giovani cacciatori. Qualcuno di loro conosce poco questa caccia primaverile e l’eleganza della mitica marzaiola, pazza come il mese di marzo.
CAMILLA di Giorgio Creatini
Era piacevole passeggiare nel bosco umido con quel forte odore di muschio che ti penetrava nelle narici. Il bubbolo di Red scampanava svogliato tra le felci ed ogni tanto lo vedevo baluginare tra l’intricata vegetazione del sottobosco.
Con il fucile a tracolla e con la testa piena di mille pensieri seguivo rilassato il suo andirivieni osservando ogni tanto la maestosità di quel bosco di querce che tante emozioni mi aveva regalato nei miei anni trascorsi a duellare con la regina.
Ormai conoscevo ogni angolo ed ogni possibile rimessa, ma quel giorno tiravo via parecchio di lungo, del resto eravamo già a dicembre inoltrato, e le beccacce in questo periodo erano davvero rare e smaliziate per regalarmi la possibilità di un incontro. Anche Red sembrava lavorare di routine, senza emozione, senza frenesia. Frustava il terreno con maestria, ma con poca eccitazione, sentiva che anch’io ero poco presente e si limitava ogni tanto ad alzare la testa come per dire: ”Se non interessa a te…”.
Funghi infradiciati dalla pioggia appassivano marcendo in un’ampia carbonaia dando un tocco di bianco sporco a quelle monotone tonalità di verde, mentre il solo gracchiare di una ghiandaia rompeva un arcano silenzio. Il suono monotono del bubbolo era un qualcosa di artificiale che non interferiva sui silenzi che avvolgevano l’intero bosco, e continuava incessante, poi mi resi conto di non sentirlo più.
Di colpo il sangue mi ribollì nello stomaco, di colpo svanirono i miei pensieri, e il silenzio del bosco mi parve un rumore assordante. Erano i miei stivali che strappavano le rogarazze per portarmi velocemente verso il cane. Lo vidi. Accovacciato fin quasi a sfiorare il terreno, il muso proteso verso un piccolo cespuglio di aghifoglie, il corpo lievemente piegato con la coda tesa. Mi avvicinai piano con il fucile in braccio, feci ancora un passo e poi un altro. Arrivai a sfiorare il groppone del setter che sulla mia leggera pressione fece un deciso passo avanti e si ribloccò.
Guardavo fisso verso il cespuglio, aspettavo il frullo fragoroso della regina con il cuore che ormai incontrollato mi batteva in gola. Erano momenti interminabili. Ancora una leggera spinta e Red fece un altro scatto. Davanti a me, oltre il cespuglio, una fitta cacchiaia di lecci ed alcuni ornelli che potevano nascondermi l’eventuale schioppettata, mi spostai quindi più a sinistra, ma non avevo ancora poggiato il piede sul terreno che eccola, maestosa comparirmi davanti.
Le vidi il lungo becco penzolante, l’occhio enorme che rifletteva stilettate di luce, le zampe retrattili e il petto, gonfio e paffuto che mi si mostrò davanti. D’istinto mi trovai con il fucile già spianato sulla linea di tiro, la incannai brevemente e strinsi forte il grilletto. La guardavo aspettando che si arcuasse sotto la mia stoccata, ma invece non fece una piega, spianò le ali e direzionò verso la cacchiaia.
La mia seconda fucilata partì senza una logica, là dove l’avevo vista sparire. Tra un tronco e l’altro mi parve di vederla irrigidire e abbassare la sua traiettoria, ma forse l’avevo ancora mancata. Rimasi immobile, i battiti del cuore stavano decelerando, aprii il fucile ed estrassi i due bossoli fumanti. La rabbia mi stava montando per quell’incredibile errore, quando vidi Red che con un ben familiare fagotto in bocca si stava avvicinando verso di me. L’aveva recuperata, credevo di averla di nuovo padellata ed invece chissà come ero riuscito a scalfirne la sua carena facendola precipitare al suolo. Il cane arrivò ai miei piedi ed io potei vederla. La testa ritta e gli occhi grandissimi e supplicanti.
Gliela tolsi di bocca, sembrava intatta, era viva e mi guardava. Il suo cuore batteva all’impazzata, mi venne l’istinto di terminare subito le sue sofferenze battendola per terra, ma poi mi fermai. Notai che aveva una piccola macchia di sangue sulla remigante sinistra. Un pallino le aveva troncato di netto l’ala, ma mi sembrò che non avesse altro piombo addosso. Non ebbi il coraggio di finirla.
L’avvolsi delicatamente nella sciarpa, me la misi in carniere e riposto il fucile nella custodia mi avviai verso la macchina. Arrivai a casa prima di mezzogiorno, avevo in garage una grossa gabbia nella quale mia figlia aveva tenuto dei conigli d’angora e pensai che potesse andar bene per ricoverarcela. Presi la beccaccia e la esaminai di nuovo, sembrava stesse bene nonostante la ferita. Con uno stecco da spiedino, le immobilizzai l’arto, fissandolo con dei gommini non prima di averlo ben disinfettato, poi misi della terra sul fondo del gabbione e ce la misi dentro.
Sembrava più calma, anche se restava immobile accovacciata in un angolo. Le porsi una bacinella con dell’acqua e mi ripromisi nel pomeriggio di procurarmi dei lombrichi per dargli del cibo. “La chiamerò Camilla – sentenziò mia figlia eccitatissima.- La faremo guarire e poi la lasceremo andar via; ma tu non gli sparerai più, vero babbo?” “Certo che no” risposi. La raccolta dei lombrichi fu più difficile del previsto. Dopo vari tentativi riuscii finalmente a trovare un fossato dove già alla prima vangata vennero fuori decine di viscidi anellidi. Li raccolsi con cura dentro una bottiglia di plastica tagliata e giunto da Camilla, ne gettai tre o quattro sul fondo del gabbione.
Rimase impassibile, pensai che forse qualche pallino l’avesse raggiunta in altre parti del corpo ed io non gli stessi che provocando un’inutile e terribile agonia, pentendomi amaramente di averla portata a casa e per di più di averla mostrata a mia figlia che ormai la coccolava come un qualsiasi animale domestico. Venne la sera e la beccaccia rimase immobile al suo posto. Al mattino pensavo di trovarla morta, ed invece era ancora lì con gli occhioni nerissimi a fissare nel vuoto. I lombrichi erano strisciati via e non c’erano tracce di movimenti, né di fori sul terreno provocati dal suo lungo becco.
Non mi arresi e decisi di riprovare cambiando comunque strategia: misi dei lombrichi dentro una scatola da scarpe e la riempii con del terriccio, poi provai a metterla dentro il gabbione. Il mattino successivo Camilla si era spostata, era in piedi e con mia grande sorpresa, aveva rovistato all’interno della scatola di cartone. Incuriosito aprii la gabbia e presi la scatola, la svuotai su un tavolo e tra il terriccio neppure l’ombra di un lombrico. Era incredibile, ma lo scolopacide si era nutrita e anche con avidità visto che mi ricordavo di aver messo una decina di vermi nella scatola e non ce n’era più neanche l’ombra.
Tornai a far provviste ed ogni sera la razione di lombrichi aumentava con Camilla che diventava sempre più confidente e sempre più ingorda. Arrivai a mettergliene nella scatola fino a 60 e puntualmente trovavo il terriccio rovistato e ripulito dai vermi. “Che strano e buffo animale” dicevano le amichette di mia figlia che ormai venivano a vedere la beccaccia come se fosse una creatura aliena e piovuta chissà da quale pianeta.
Anche la maestra venne a visitare Cammilla, e non mancò di far svolgere dei pensierini ai suoi alunni che immancabilmente, finirono con una violenta accusa alla caccia e al sottoscritto per avergli sparato. La cosa andò avanti così per una decina di giorni; la ferita all’ala stava rimarginandosi bene e molto presto Camilla avrebbe riacquistato la libertà. Avevo già in mente il posto dove liberarla, l’avrei rilasciata nel bosco del Palone, una zona di rispetto venatorio bellissima, un misto di latifoglie e conifere con degli scenari nobili e un sottobosco di felci ricco di humus che avrebbe costituito un ambiente per lei perfetto.
Ma una mattina, entrando in garage notai subito che la
beccaccia era nel gabbione in una posa innaturale. Avvicinandomi mi accorsi che i suoi occhi erano spenti, il becco toccava sul terriccio e all’apice una gocciolina rossa scarlatto fuoriusciva formando una minuscola pozzanghera. Era morta, appoggiata alle inferriate della sua prigione. Ci rimasi malissimo e subito mi angosciai al pensiero di doverlo dire a mia figlia.
Ero stato uno sciocco a pensare di poter recludere un animale così libero in una gabbia, e anche se apparentemente ferito in modo leggero, avrei dovuto istintivamente finirlo sul luogo di caccia. Non so per quale motivo era sopraggiunta la morte, probabilmente un’emorragia interna o un’infezione; il piombo non perdona anche a distanza di giorni. Ma mentre cercavo una risposta logica, mi convincevo sempre di più che il vero motivo della sua morte era quello di averla strappata alla sua natura selvaggia, all’attesa dell’imbrunire per uscire dal bosco, al suo allegro “sbeciare” nell’acquitrino.
Camilla mi aveva illuso, credevo che alla fin fine fosse facile guarire un animale selvatico, non immaginando che al di là delle ferite materiali, non ci sono cure che possono valere la libertà.
Giorgio Creatini
SEFAG – Caccia in Ungheria
La SEFAG SpAc é considerata, in Ungheria, uno dei territori migliori per la caccia alla selvaggina di grandi dimensioni. Le nostre riserve, infatti, ospitano una grande quantità di cervi, daini e cinghiali…
L’Agenzia di caccia SEFAG-LÁBOD organizza viaggi venatori in Ungheria, nel territorio di SEFAG SpAc.La SEFAG SpAc é situata nella Provincia di Somogy, nella parte meridionale dell’Ungheria.

La SEFAG SpAc é considerata, in Ungheria, uno dei territori migliori per la caccia alla selvaggina di grandi dimensioni.
Le nostre riserve, infatti, ospitano una grande quantità di cervi, daini e cinghiali.
In particolare, è proprio riguardo a quest’ ultimo tipo di caccia che l’area è notevolmente vocata e si possono orgnizzare battute dai numeri importanti.

A disposizione dei nostri ospiti vi sono ben 8 riserve di caccia con 12 case di caccia, in cui è possibile alloggiare agiatamente piccoli e grandi gruppi di cacciatori.

Per tutte le informazioni che ti necessitano puoi contattarci a:
SEFAG-LÁBOD
Agenzia di caccia H- 7400 Kaposvár, Bajcsy-Zs. u. 21. Tel.: 0036-82-505-105
Fax: 0036-82-505-107
E-mail: sefag-labod@sefag.hu
www.sefag.hu


























