Testo tratto da www.anmvi.it
ll pericolo rabbia nel Nord-Est è sempre molto elevato. I liberi professionisti si apprestano a giocare un ruolo determinante per la prevenzione vaccinale nei confronti degli animali da compagnia.
L’ANMVI (Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani) ritiene quindi necessaria una forte azione d’informazione rivolta ai proprietari e per questo ha realizzato una locandina per tutte le strutture veterinarie, non solo per quelle delle zone maggiormente esposte al rischio e agli obblighi di profilassi. Ricordiamo infatti le disposizioni ministeriali per gli spostamenti verso le aree colpite dalla malattia e le raccomandazioni europee per chi viaggia all’estero con cani, gatti e furetti.
Con questa iniziativa di divulgazione l’ANMVI intende supportare i medici veterinari nell’importante impegno di informazione, prevenzione e divulgazione che svolgono ogni giorno in migliaia di strutture private. Siamo convinti che il vero luogo di incontro con i proprietari sui problemi di salute e benessere degli animali da compagnia sia l’ambulatorio veterinario.
La presenza del medico veterinario deve essere una garanzia di ruolo e di competenza. La vaccinazione dei cani rimane obbligatoria in tutta l’area a rischio dove viene effettuata anche la vaccinazione delle volpi secondo quanto deciso nella riunione dell’Unità di crisi per la rabbia che si è tenuta lo scorso 2 febbraio presso la direzione generale della Sanità Animale e del Farmaco Veterinario del Ministero della Salute.
In questa occasione si è anche deciso di mantenere l’area di rischio a tutto il Veneto smentendo possibili ipotesi di riduzione solo ad alcune provincie. L’idea di limitare la zona di rischio alla Provincia di Belluno ed al massimo ai comuni più a nord di quella di Treviso è quindi decaduta per l’evidenza di una situazione ancora difficile.
Mentre in Friuli le vaccinazioni dei cani contro la rabbia possono essere eseguite sia dai veterinari ASL che dai liberi professionisti, in Veneto possono essere eseguite solo dai veterinari privati in quanto non sono più disponibili i fondi stanziati durante l’emergenza dell’anno precedente. Fondamentale, secondo l’ANMVI, sono inoltre: la massima attenzione verso il censimento degli animali, l’informazione sui “comportamenti a rischio” e la massima allerta alle strutture veterinarie private del territorio, con la loro possibilità di raccogliere dati, dare informazioni ed eseguire vaccinazioni.
RABBIA: ANCORA ALTO IL LIVELLO DI ATTENZIONE
ISRAELE: LA CACCIA SARA´ ABOLITA?
Testo tratto da www.vittimedellacaccia.org
È in discussione una legge che generalizzerebbe la protezione alla quasi totalità delle specie animali mentre da 10 anni sono sempre meno le licenze di caccia rinnovate e nessuna nuova viene rilasciata. In un Paese già afflitto da troppi problemi e violenza, almeno la caccia sembra essere sulla via di estinzione.
Secondo il Ministro dell’Ambiente, mentre nel XX secolo la caccia poteva ancora essere considerata una attività “normale”, nel XXI secolo la conservazione degli ambienti e delle specie è decisamente prioritaria.
La proposta di legge del Ministero dell’Ambiente è già stata approvata dal Comitato Ministeriale sulla Legislazione dando quindi al Governo la base per un passaggio senza problemi nella Knesset, il parlamento israeliano.
La legge modifica il Wildlife Preservation Law estendendo lo stato di specie protetta a quasi tutte le specie animali presenti in Israele. La caccia resterebbe possibile sono in un numero molto ristretto di casi per evitare danni a persone o all’agricoltura.
L’utilizzo di trappole con veleno e la commercializzazione di pellicce verrebbero allo stesso modo rese illegali mentre le pene (sanzioni economiche e arresto) per il bracconaggio sarebbero inasprite. Al momento ci sono 2.000 persone in Israele con permesso di caccia e il numero di specie cacciabili è andato costantemente riducendosi.
La politica costante nell’ultimo decennio è stata parimenti di ridurre il numero di aree in cui era permessa la caccia e non rilasciare ulteriori licenze, portando i cacciatori da 6.000 a 2.000. Il tutto spiegato anche dalla costante espansione delle infrastrutture e degli insediamenti economici e abitativi che riducono enormemente gli spazi disponibili in un paese già di per sé piccolo e decisamente orientato a una politica di attrazione dell’immigrazione per accrescere le fila dei propri cittadini (e del proprio esercito…).
La proposta di legge cancellerebbe del tutto la possibilità di rilasciare licenze di caccia e quindi, di fatto, eliminerebbe i cacciatori.
LA CERCA di Enrico Fagiolo

E’ forse lì ch’io mi trovo?
E’ ai piedi dei figli del faggio ch’io sono cosa del mondo?
E’ lì che il percorso tra bianchi sassi e arcigni ginepri
è da me scelto ed il tempo è più lungo….
È di certo lì ch’io vivo…..
Enrico Fagiolo
GRAN FINALE DI UNA CACCIATA AL CINGHIALE IN ALTA LANGA (con la squadra di Bossolasco) di Pasquale Carlo Galliano
La cacciata è finita, direi discretamente bene. Sul selciato del box giacciono tre bei cinghialoni maschi.
E’ ormai buio, quasi tutti siamo rientrati. Stranamente non abbiamo perso i cani. Manca Cesare, il capocaccia, suo figlio Emanuele e Bruno che sono passati da casa per posare i cani.
Manca anche Pino che è stato preso dai morsi della fame. Gino, Giorgio, Davide e Carlo agganciano il primo cinghiale per la pesatura e scuoiatura. Altri come sempre o si defilano o fanno da spettatori tra gli improperi dei lavoranti. Il tavolaccio viene esposto nel centro box per consentire la lavorazione della carne. Filippo, Vigetu, Romano, Pierin ed Emanuele Dotta sono appostati in attesa che venga loro portata la mezzena da lavorare.
Intanto si aspetta Elio che è andato, come di rito, a casa a prendere i suoi affilatissimi coltelli e a salutare l’amata mogliettina. Io mi sono appoggiato al tavolo per l’operazione di registrazione dei dati tecnici obbligatori di fine cacciata.
La scuoiatura del primo cinghiale da adito alla prima “seria” discussione tra Davide ed Elio che nel frattempo è arrivato con tutti i suoi attrezzi e due buone bottiglie di vino. Occorre un’autopsia più accurata per stabilire chi ha effettivamente inferto il colpo mortale. Per questa operazione si presentano in molti, ma le risultanze non convincono i duellanti che restano sulle loro posizioni.
Fortuna vuole che la diatriba sia mirata ad un solo cinghiale!!! Intanto è rientrato anche Cesare che si è attivato subito per una buona tazza di caffè caldo per tutti. Le operazioni di macellazione procedono bene. Io che nel frattempo ho finito le pratiche burocratiche mi avvicino al tavolo per fornire il mio contributo ma vengo, dopo i primi maldestri colpi di lama, allontanato inesorabilmente. Non è proprio il mio mestiere..
A questo punto, neanche troppo offeso mi siedo in un angolo a pensare alle vicissitudini della giornata trascorsa, coinvolgendo nella “interessantissima” chiacchierata anche Emma la moglie di Cesare e Bruna, mia moglie, che nel frattempo è giunta per aiutarci nel vettovagliamento. La macellazione è conclusa.
Elio procede alla suddivisione delle borse mentre Marcellino, Gino e Davide si dispongono per la pesatura. Il controllo a questo punto è ferreo, non deve sfuggire un solo etto di carne. Finita la pesatura della carne buona, si passa all’assalto di costine, ossa e frattaglie che in un baleno svaniscono dal tavolo. Tavolo e locale vengono ripuliti accuratamente e velocemente perché incombe un impegno irrinunciabile, la mitica cena finale.
Si accendono i fornelli, si piazzano i pentoloni e le tovaglie, i piatti, le posate e i bicchieri. Tutto è in eccitante fermento. Gli immancabili spaghetti al sugo piccante di Elio, un buon fritto di fegato di cinghiale e i funghi di stagione della mamma di Giorgio fanno gongolare i presenti. Vengono gustati anche i salumi di Bepino, un assortimento di formaggi di Langa e dolci a volontà.
Sotto a chi tocca, chiudiamo in bellezza la lunga giornata con l’accompagnamento di una salutare bevuta di buon dolcetto d’annata, un sorso di grappa e con più di quattro risate in compagnia.
LE OTITI NEL CANE DA CACCIA a cura della Dr.ssa Patrizia Bragagna
La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Dicembre 2010, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo
L´orecchio è l´organo dell´udito e dell´equilibrio. E´ divisibile in tre parti: l´orecchio esterno, costituito dal padiglione auricolare e dal condotto uditivo esterno; l’orecchio medio, costituito dalla membrana timpanica e dai tre ossicini martello, incudine e staffa; l’orecchio interno, che comprende la coclea e i canali semicircolari.
La parte più frequentemente colpita dei nostri amici a quattro zampe è l’orecchio esterno e, in particolare, il condotto uditivo in quanto, a differenza degli umani, presenta una struttura anatomica a “L” comprendente una porzione verticale che scende verso il basso e una porzione orizzontale che termina nel timpano.
Tale conformazione, accompagnata molto spesso dalla presenza di peli, favorisce sia l’accumulo del cerume, normalmente presente, che di altre sostanze (acqua, secrezioni ghiandolari di tipo infiammatorio, corpi estranei) impedendone, di fatto, la risalita verso l’alto per la loro espulsione.

Va inoltre sottolineato che, all’interno del condotto uditivo, valori piuttosto elevati di temperatura (38,2-38,4° C), umidità relativa media (85,5%) e pH (6,1-6,2) determinano condizioni particolarmente favorevoli allo sviluppo di microrganismi e parassiti, che usano il cerume come terreno per la loro crescita.
Se tutto questo non bastasse, nella stragrande maggioranza dei nostri cani da caccia, i padiglioni auricolari, abbondantemente sviluppati e pendenti, creano una sorta di barriera che isola il condotto uditivo dall’ambiente esterno, impedendone la ventilazione e, di conseguenza, aggravando il quadro patologico.
L’infiammazione del condotto uditivo e del padiglione prende il nome di otite esterna e le cause più frequenti che la determinano sono le seguenti:
– Corpi estranei. Frammenti vegetali che terminano nel condotto uditivo sono una causa comune di otite, in particolare le spighe delle graminacee dette forasacchi, che possono arrivare fino al timpano, perforandolo. Le otiti da forasacco sono particolarmente comuni in estate, nei cani che girano tra l’erba alta.
– L’acqua che penetra nel condotto uditivo, ad esempio dopo aver lavato il cane o durante il bagno in torrente, può favorire la proliferazione di agenti infettivi. Per questo, quando si lava il cane è importante evitare che l’acqua penetri dentro le orecchie; dopo il bagno è bene utilizzare un prodotto per la pulizia dell’orecchio, che abbia effetto pulente e asciugante sul condotto uditivo.
– Parassiti. Il cane può essere infestato da un acaro parassita che vive specificatamente nel condotto uditivo, Otodectes cynotis, responsabile della rogna auricolare. Questo microscopico parassita causa un prurito molto intenso che il cane cerca di alleviare grattandosi insistentemente l’orecchio.
– Allergie. Il rivestimento del condotto uditivo esterno e quello del padiglione sono di pelle e, come la pelle del resto del corpo, può essere soggetta a forme allergiche. In molti casi, anzi, la sola manifestazione di una forma allergica è l’infiammazione limitata a questa parte del corpo (condotto uditivo e/o padiglione). L’infiammazione del condotto uditivo predispone poi alla moltiplicazione di microrganismi, portando allo sviluppo di un’otite infettiva.
– Batteri e lieviti. In condizioni normali nel condotto uditivo dei cani vi sono pochissimi microrganismi, ma in presenza di alcune situazioni favorevoli (acqua, eccesso di cerume, corpi estranei), batteri e lieviti possono moltiplicarsi in eccesso e causare un’infezione. I batteri più comuni appartengono ai generi Staphylococcus, Proteus e Pseudomonas. Questi ultimi possono essere particolarmente difficili da curare, perché sono resistenti a molti antibiotici. Tra i lieviti, è particolarmente comune il genere Malassezia, un microrganismo simile alla Candida, che cresce rapidamente in condizioni di umidità eccessiva, causando una fastidiosa otite, peraltro facile da identificare e curare.
Bisogna inoltre tenere presente che l’otite può essere anche la manifestazione clinica di patologie a carattere sistemico (generale), come ad esempio un’allergia alimentare o ambientale, una malattia autoimmune o immunomediata (pemfigo o cellulite giovanile), difetti di cheratinizzazione. In queste situazioni, in genere, sono presenti anche altre manifestazioni cliniche.
SINTOMI DELL’OTITE ESTERNA
Sono piuttosto evidenti: grattamento eccessivo dell’orecchio; scuotimento della testa; eccesso di cerume e presenza di pus maleodorante; dolore intenso e persistente, in particolare, toccando la base dell’orecchio il cane si ritrae e guaisce.
COMPLICANZE
Se i sintomi vengono sottovalutati e si ritarda il trattamento terapeutico, l’otite può cronicizzare complicano il quadro, che si renderà evidente con le seguenti manifestazioni:
–Ispessimento dell’epitelio che riveste il padiglione ed il condotto uditivo che tende ad assumere una colorazione nerastra;
–Si possono formare delle lesioni ulcerative;
– La cartilagine del condotto uditivo può andare incontro ad un processo d calcificazione;
–Le ghiandole che rivestono il canale possono aumentare di volume e protrudere all’interno del canale; ne consegue la diminuzione del diametro del canale auricolare con ristagno di cerume e di essudato infiammatorio che, a loro volta, determinano un aumento della pressione sul timpano e conseguente aumento della dolorabilità. Tale condizione accelera anche la moltiplicazione di batteri e lieviti che andranno ad aggravare la lesione;
–Perforazione del timpano con l’estensione dell’infezione all’orecchio medio, otite media (il cane tiene la testa piegata da un lato);
–Estensione dell’infezione all’orecchio interno, otite interna (l’animale manifesterà disturbi all’equilibrio);
–Paralisi del nervo facciale.
Inoltre, grattandosi insistentemente l’orecchio con una zampa posteriore e scuotendo continuamente la testa, il cane può procurarsi la rottura di uno o più rami dell’arteria auricolare caudale del padiglione, che si manifesta come una tumefazione calda e fluttuante ripiena di un liquido situato tra la lamina cartilaginea e lo strato cutaneo della parte concava del padiglione stesso: l’otoematoma.
La risoluzione di questo problema viene attuata dal veterinario facendo drenare all’esterno il liquido raccolto e applicando un bendaggio compressivo quando l’otoematoma è di recente formazione e non si è ancora organizzato (pratica raramente risolutiva); negli otoematomi estesi o cronici (la maggior parte) il veterinario utilizza tecniche chirurgiche più complesse che prevedono un’incisione per permettere il drenaggio dell’ematoma e l’eliminazione della fibrina.
L’apposizione di tessuti che permettono la prevenzione di recidive è ottenuta mediante punti di sutura a tutto spessore, applicati parallelamente alle strutture vascolari e avendo l’accuratezza di evitare i vasi principali. Pertanto, se compaiono sintomi sospetti, è bene non ritardare la visita veterinaria.
DIAGNOSI
La diagnosi di otite da parte del veterinario si basa sull’anamnesi riferita dal proprietario, la sintomatologia e un accurato esame clinico dell’animale. A seguito di ciò, nei casi più complicati, si possono svolgere esami più specifici, atti a riconoscere la causa principale ed instaurare così la terapia più corretta.

L’esame otoscopico accerta i vari gradi dell’infiammazione, ulcerazione, stenosi e cambiamenti proliferativi; la quantità e la natura del cerume e del pus; presenze di parassiti, corpi estranei e masse tumorali; integrità della membrana del timpano.
Altri esami di laboratorio (esame microscopico, citologico, coltura batterica o fungina) vengono effettuati per identificare l’agente patogeno che ha causato la lesione partendo da un tampone auricolare che raccoglie il materiale contenuto all’interno del condotto. Questa pratica, nei casi in cui l’otite si trova in uno stadio molto avanzato, può essere molto dolorosa e, quindi, richiedere l’anestesia dell’animale.
TERAPIA
Va effettuata dal proprietario sotto stretto controllo veterinario nei casi più semplici, quando è sufficiente l’uso di farmaci per uso topico (locale, cioè gocce instillate direttamente nell’orecchio).
Anche in questi casi, però, dopo due –tre giorni di trattamento è bene far controllare l’orecchio del cane dal veterinario il quale, usando l’otoscopio, è in grado di valutare il grado effettivo dello stato di miglioramento della lesione. Fare da soli in questa patologia è controproducente in quanto si rischia di peggiorare il quadro.
Nei casi più complessi il veterinario dovrà utilizzare farmaci per via sistemica, cioè che agiscono per via generale su tutto l’organismo (farmaci per via iniettiva o per bocca).
Nelle forme cronicizzate, molto proliferative, che hanno determinato una diminuzione del diametro del canale auricolare con ristagno di cerume o dell’essudato favorendo la replicazione di batteri e lieviti, la semplice terapia medica può essere insufficiente e si rende necessaria una terapia chirurgica. La resezione della parte verticale del canale auricolare o la sua totale asportazione sono i due interventi che vengono generalmente effettuati. Il primo consente di esporre meglio il canale stesso per consentirne una buona areazione e l’applicazione di prodotti topici, il secondo, più demolitivo, porta a remissione della sintomatologia perché il canale viene tolto completamente.
PREVENZIONE
E’ molto importante attuare un’efficace prevenzione sia per poter diminuire la possibilità di insorgenza di un’otite sia per ridurre la frequenza delle recidive. La prevenzione può essere attuata con le seguenti modalità:
–Controllare periodicamente le orecchie del proprio cane (almeno ogni 15 giorni), con frequenza maggiore per i cani con orecchie pendenti e molto pelose o con episodi ricorrenti di otite.
–Dopo ogni uscita verificare la presenza di corpi estranei come spighe, frammenti vegetali o ristagno d’acqua nei casi in cui il cane si sia tuffato in acqua.
–Asciugare sempre le orecchie del cane dopo il bagno, con carta morbida o fazzolettini e senza usare mai cotton-fioc o altre cose rigide perché si potrebbe lesionare il canale auricolare.
–Utilizzare un prodotto specifico per la pulizia delle orecchie nelle modalità e nei tempi consigliati dal vostro veterinario.
–Osservare sempre e non sottovalutare ogni sintomo di disagio o dolore auricolare nel vostro cane (scuotimento, grattamento, guaiti, testa inclinata).
– Non esitate a portare dal veterinario il vostro cane; un controllo otologico costa molto meno di una cura o di un intervento chirurgico.
CAMPIONATI EUROPEI DI TIRO A SEGNO
Testo tratto da www.cacciapassione.it
I Campionati europei di tiro a segno si terranno in Italia a Brescia dal 1 al 7 marzo 2011.
Luogo della rassegna continentale la Fiera di Brescia nella quale verranno allestiti gli impianti ad aria compressa.
Luogo insolito e suggestivo che offre le migliori tecnologie e moderne attrezzature. Gli Europei riuniranno a Brescia pi¨´ di 800 tiratori e tiratrici in rappresentanza di oltre 40 nazioni. I Campionati Europei si apriranno il 1 marzo con la cerimonia di apertura.
I campionati europei di tiro a segno si dividono in Campionati Europei a fuoco ed ad aria compressa.
Gli Europei a fuoco si svolgono ogni due anni nelle specialit¨¤ di carabina a 50 metri e 300 metri, di pistola a 50 metri e 25 metri e di bersaglio mobile a 50 metri.
La competizione ¨¨ riservata alle categorie uomini e donne individuali e a squadre.
Ogni anno si svolgono i campionati europei juniores a fuoco nelle specialit¨¤ di carabina a 50 metri, di pistola a 50 e 25 metri e di bersaglio mobile a 50 metri sia individuali che a squadre.
Il Campionato non si terr¨¤ nell¡äanno dei Campionati Mondiali.
Il Campionato Europeo a 10 metri si svolge ogni anno per le categorie senior e junior, individuali e a squadre.
GOSTINO DI MANICOMIO di Giorgio Creatini
Il falasco marcente del paduletto emanava un odore di torba e di presse bagnate con i canali di scolmatura, ripuliti da poco dalle canneggiole e dalle tife, che si presentavano ordinati e lineari nell’ampio terreno che attestava alla foce della Fossa di Bolgheri.
Dai mucchi di vegetazione, sugli argini, si levava un leggero fumo di fermentazione quando qualche nutria o un grosso ratto faceva capolino da sotto, mentre più distante, il profondo alveo del fiume gorgogliava d’acqua melmosa e stagnante, bloccata nelle ampie lanche che si incuneavano fin sotto le sponde.
Rumori sommessi, ma ben distinguibili per un orecchio esperto si disperdevano nell’aria fresca di una mattina di fine settembre: i tristi lamenti dei porciglioni, lo sciacquettio di una gallinella d’acqua alle prese con una canneggiola troppo esile, il tonfo sordo dell’immersione di un tuffetto o la sgallinata possente di un fagiano al di là del fiume, nella riserva.
Gostino era sempre lì, arrivava al mattino prestissimo con il suo vespino azzurro, berretto in testa e fucile tra le gambe, protetto come una reliquia dentro una custodia marrone graffiata e sdrucita. Era un tipo strano e taciturno con i suoi 72 lunghi anni da scapolo, per giunta mal portati. Sembrava molto più vecchio con quella barba incolta e i radi capelli che gli ricadevano sul collo lunghi e unti.
Da quando erano morti i suoi genitori, ormai una ventina d’anni prima, si era chiuso in se stesso e non parlava praticamente con nessuno, giusto due parole con la cassiera del supermercato dove acquistava i pochi viveri che gli servivano per campare.
I ragazzini che andavano a pescare i muggini alla foce della Fossa lo guardavano con circospezione non fidandosi di quel vecchio sudicio e dall’aria stralunata. In paese lo chiamavano Gostino di Manicomio perché si diceva che suo padre in gioventù avesse trascorso diversi mesi a Volterra, nel vecchio ospedale psichiatrico, e in molti asserivano che anche lui ne avrebbe avuto bisogno.
In realtà Gostino era un uomo dolce e rispettoso, troppo timido forse per fare amicizia con qualcuno e troppo introverso per socializzare con i suoi simili. Da quando era rimasto solo, aveva decisamente chiuso con il Mondo esterno e la sua unica ragione di vita era rimasta attaccata a quel lembo di terra che aveva eletto a sua fissa dimora.
Parcheggiava la vespa sotto la grossa tamerice e si
metteva seduto sull’argine con lo schioppo ancora in custode sulle ginocchia, ad ascoltare quella dolce melodia di suoni e rumori familiari che arrivavano dal fitto delle canneggiole, respirando a pieni polmoni i profumi delle essenze palustri.
La sua esistenza si concentrava ormai in quel piccolo lembo di Maremma, il tempo, per lui senza cognizione, lo dedicava tutto a quel luogo e si preoccupava ogni anno di più perché le costruzioni sempre più vicine e un turismo sempre più invadente rischiavano di compromettere irrimediabilmente il delicato equilibrio che la natura aveva riservato a quell’angolo di paradiso.
Quella mattina il cielo era splendido, l’aurora che bussava forte sulle ultime resistenze delle ombre, emanava stilettate di luce rossastra che facevano assumere al Paduletto un’atmosfera fiabesca. Gostino non sapeva mai cosa poteva riservagli una giornata in quell’ambiente e partiva da casa non certo con l’idea di cacciare qualcosa, ma per monitorare costantemente ciò che succedeva in quel luogo arcano, perché voleva esserne il custode di tutti i segreti.
Erano anni che non tirava un colpo di fucile, la sua era ormai diventata una missione che poco aveva a che vedere con la caccia, anche se i ricordi di gioventù delle splendide coppiole alle alzavole e dei rumorosi tonfi tra le canneggiole dei germani colpiti a morte spesso gli rinverdivano la memoria. Ma erano ricordi sbiaditi, ormai lontani, oggi il fucile era più uno scrupolo, un compagno d’osservazione, un amico con il quale condividere le emozioni che le giornate, nascosto nella vegetazione, gli regalavano.
Tante volte gli erano capitati animali a tiro facile, ma lui si era fermato a guardarli, studiandone immobile il comportamento, ammirandone le splendide livree e non aveva avuto il coraggio di sparare e di strappare una vita a quel posto magico. Anche quella mattina, si era seduto dietro al falasco ed aveva cominciato la sua osservazione al di là della sponda.
I verdoni annunciavano l’imminente inizio della migrazione e solcavano il cielo riempiendolo di note colorate, poi d’un tratto le canneggiole in prossimità di una piccola spiaggetta vibrarono, qualcosa si stava avvicinando all’acqua da un piccolo passaggio; ben presto il muso affusolato e gli occhi dolci di una giovane femmina di capriolo apparvero sull’argine. Era uno spettacolo straordinario.
La dolcezza che trasmetteva quel viso impaurito e circospetto stavano rapendo Gostino che quasi non respirava per non farlo insospettire. Lambiva l’acqua con rapidi colpi di lingua e ad ogni sorsata alzava la testa drizzando le orecchie per percepire ogni minima avvisaglia di pericolo. Aveva trascorso innumerevoli ore mimetizzato tre la vegetazione lacustre, ma mai gli era capitato di vedere un capriolo all’abbeverata.
Poi improvvisamente accadde qualcosa di imprevedibile: lo scenario cambiò di colpo, un grido stridulo, un fagotto scuro che dall’alto piombava addosso al piccolo Bambi. In un attimo quell’immagine da fiaba si trasformò in un inferno. I gemiti dell’indifeso animale contro il possente becco del grosso rapace, il frastuono dei battiti d’ala che colpivano le canneggiole, lo scalpitare disperato dell’ungulato sulla terra della sponda.
D’istinto Gostino si alzò in piedi, gli occhi spauriti, il cuore in gola, tirò fuori il fucile dal fodero, e senza guardare imboccò una cartuccia nell’otturatore del suo vecchio Breda a canna rinculante. Si ritrovò con l’arma puntata verso quell’ammasso informe di corpi che disperatamente lottavano l’un l’altro e poi quasi senza accorgersene strinse il grilletto. Il paduletto riecheggiò di un boato. Gostino chiuse gli occhi e ricadde a sedere dietro la paratia del suo nascondiglio: poi fu di nuovo il silenzio.
Quando si rialzò vide che il luogo della battaglia per la sopravvivenza era deserto. La terra smossa dalle unghiate del capriolo e qualche penna del possente rapace erano l’unica testimonianza che restava di quella lotta furibonda. La fucilata non era andata a segno, ma aveva fatto desistere l’accipitride dall’attacco e il capriolino, pur ferito, era riuscito a riguadagnare il fitto del falasco. Gostino era scosso. Quell’improvviso fuori programmo lo aveva agitato.
Si ritrovò sudato e stordito come se avesse assistito ad un incidente d’auto. Poi piano piano iniziò a rendersi conto di quello che era successo e si sentì felice per aver salvato quella piccola bestiola dalle grinfie del rapace. Ma il suo sollievo durò ben poco.
Dalle sue spalle una voce concitata ordinò all’uomo: “Favorisca il porto d’armi”. Gostino si voltò di scatto e si trovò di fronte una giovane guardia provinciale che con la faccia bianca e minacciosa lo fissava con odio.
“A cosa ha sparato? non si vergogna alla sua età. Era un rarissimo esemplare di Aquila Anatraia, per fortuna che non l’ha colpita, ma cosa le salta in mente!”
Il vecchio rimase di sasso, non riusciva a capire quello che la guardia diceva, si sentiva inaridito, privo di ogni connessione con la realtà.
Cercò di blaterare qualcosa mentre tentava di trovare disperatamente il porto d’armi chissà in quale meandro della sua giubba bisunta: “Era….era bella, ……piccola, ……la stava attaccando”.
Un secondo agente che era sbucato dalla vegetazione, con voce tranquilla e pacata intervenne nella discussione. Aveva i gradi di capitano sulla mostrina, i capelli corti e grigi e un fisico alto e slanciato. “Salve….mi dica, che cosa era piccola e bella?” le chiese. “Lo stava uccidendo,…. non era giusto” bofonchiò Gostino.
Il capitano osservava le mani tremanti dell’uomo che stringevano un fucile vecchio e mal tenuto con grosse patacche di ruggine tra la bindella e la canna, con l’otturatore ancora aperto. Poi incrociò il suo sguardo stralunato e perso nel vuoto, sul volto si leggeva la sofferenza di una vita difficile, ogni ruga era il segno di una profonda ferita lasciata dal tempo che passava inesorabile.
L’altro agente intanto si accaniva. Rovistava tra le carte dell’astuccio che alla fine era sbucato fuori: “Non ha neppure timbrato il cartellino, questa bravata le costerà carissima caro lei”.
Gostino non capiva, era frastornato. Il capitano si accorse che una piccola ed impercettibile lacrima scendeva sul volto vizzo dell’anziano, ma non era una lacrima di paura, ma di rabbia e di stupore.
Lui credeva di aver fatto la cosa giusta, aveva salvato un piccolo esserino indifeso, una creatura del suo Paduletto. Ma nessuno aveva visto ciò che veramente era successo, le guardie avevano solo sentito sparare e avevano adocchiato il rapace fuggire, un po’ malconcio, dall’alveo del fiume. Il capitano continuava a guardare l’uomo, mentre l’altro seguitava a dargli addosso: “Specie particolarmente protetta,….. articolo…”.
“Ora basta agente! In fondo mica l’ha uccisa la sua Aquila” sentenziò il capitano. Poi si rivolse al vecchio: “Mi dica signore, perché ha sparato a quell’animale?” Gostino fissò negli occhi il capitano. Erano occhi comprensivi, non accecati dall’odio. Il suo leggero sorriso e la dolcezza con la quale gli si era rivolto, gli infondevano sicurezza.
“Non lo so signore, è stata una cosa istintiva, so solo che la mia coscienza è tranquilla perché credo di aver fatto una buona cosa, del resto questo è il mio Mondo e non potrei mai far del male a qualcosa che gli appartiene”.
Il capitano restò per alcuni instanti in silenzio. Alzò lo sguardo e contemplò la foce del fiume. Il sole aveva ormai preso campo tra la vegetazione e faceva brillare gli steli coperti di rugiada. Guardò di nuovo il vecchio. Era piccolo, magro, con la faccia cerulea, piegato su se stesso ma aveva lo sguardo dolce e fiero.
“Ne sono convinto anch’io, – gli disse – ma ora vada a casa, così si riposa un po’, la vedo teso, confuso, mi dia retta”. “Capitano, la mia casa è questo falasco, il mio riposo è tra quest’erba umida addolcito dalle note della natura che è intorno a me. La mia vita è questo angolo di terra e spero tanto che quando arriverà la mia ora sia proprio questa terra a coprire la mia tomba”.
“Capisco, allora faccia come crede buonuomo, Arrivederci.” e richiamando il suo giovane subalterno, che poco aveva capito di quanto stava succedendo e guardava con faccia dubbiosa il suo superiore, si avviarono verso la jeep.
Giorgio Creatini
TAR BOLOGNA RESPINGE RICORSO ANIMALISTA
La seconda sezione del Tribunale Amministrativo Regionale dell’Emilia – Romagna di Bologna ha respinto il 22 Febbraio 2011 il ricorso effettuato da numerose associazioni animaliste contro il calendario venatorio 2010-2011 della Provincia di Modena.
PER COLEI CHE HO TANTO AMATO di Antonio Colaci
Il nostro lettore Salvatore Fareri ci ha segnalato una bellissima poesia scritta dal compianto amico Antonio Colaci, Antonio che vogliamo ringraziare anche noi della Redazione affinchè il suo ricordo rimanga nei cuori di coloro che l’anno amato..
Questa poesia è statascritta in un momento di triste riflessionedal mio compianto, indimenticato e indimenticabile Maestro, Amico e compagno di Caccia alla Regina del bosco, Antonio Colaci (Tonino per gli amici).
Scrisse per me di getto, quasi presagisse che al prossimo “vento pungente” non sarebbe arrivato, la sera di tantissimi anni or sono, quando la Caccia era Caccia e non esistevano pseudo animal-protezzionisti.
Allora si cacciava col cuore e, se non si sparava, bene, una carezza al cane e tutto era ben ripagato: anche quellaera Caccia!!!
Salvatore Fareri, alias Nino 
È NOVEMBRE, PRIMO VENTO PUNGENTE.
GIORNO DI ALLEGRIA, SI PARTE PUNTUALMENTE.
VIA NEL BOSCO IN TUTTA FRETTA
CON RUDY E L´ATAVICA CHIOPPETTA.
DIMENTICO TUTTO… LE TRISTEZZE, I MALANNI ..
RITORNA IN ME L´ENERGIA DEI VENT´ANNI.
SI ODE IL BUBBOLO FRENETICO IN FESTA.
POI AD UN TRATTO EGLI SI ARRESTA.
SILENZIO! È L´ATTIMO PIU’ ATTESO.
IL CUORE IN GOLA. IL FIATO SOSPESO…
UNO SFRULLO. FRA I RAMI L´OMBRA DIVINA.
LA STOCCATA. UN TONFO.
È LA REGINA…”
Aprile 1979
Antonio Colaci
ULTIMA GIORNATA DI PASSIONE di Salvatore Gentile
Tra polemiche e ricordi si chiude anche questa stagione di caccia. Saluto la generosa valle la quale, come sempre, ad ogni stagione spezza con gioia immensa i miei sogni nelle miti e gelide albe domenicali. Fin da bambino sono molto legato ai miei luoghi di caccia e, con essa, alle nostre tradizioni contadine.
Devoto alla mitica Diana come da insegnamento impartito, attendo il tramonto in quest’ultima giornata venatoria, mentre il silenzio avvolto nella brina notturna lentamente s’impadronisce del territorio. Le creature notturne, puntuali, iniziano le loro scorribande nelle magiche ombre in cerca di cibo. Un merlo acquaiolo inizia il canto propiziatorio, in vista della nuova stagione amorosa.
Come per magia la natura circostante si appresta a procreare nuova vita. Le ormai stanche piante invernali lasciano cadere le proprie foglie, lasciando cosi spazio a giovani germogli. Come l’antica ruota del freddo frantoio, ad ogni stagione, la natura incontaminata ripeterà all’infinito il ripristino evolutivo. Difficile spiegare o imitare quello che appare ai nostri occhi in questi attimi, neanche un valido attore saprebbe rendere suo tale incanto.

E’ difficile provare a spiegare la gioia imprigionata nel cuore quando osservo il silenzio improvviso che avvolge la valle ad ogni stagione. Il desiderio di assistere all’evolversi della nuova stagione alle porte è immenso; ormai è buio pesto, l’abbaio stanco del mio compagno di caccia preannuncia il richiamo delle mura domestiche. Ripongo le attrezzature nell’automobile e, senza voltarci, ci avviamo alla volta del paese.
Giunti là, la competizione dei giovanissimi accende il desiderio nel cimentarsi ai primi racconti delle proprie avventure di stagione. Dal finestrino intravedo i veterani i quali, attenti nel reperire le scene, attendono con ansia, desiderosi di impartire i loro utili consigli. E’ incredibile la genuinità che ruota intorno alla passione venatoria, la straordinaria fratellanza che incombe nella cultura contadina.
Incontrarsi la domenica nella piazzetta comunale, terminata l’udienza della Santa Messa, per invitarsi a vicenda nei rispettivi circoli cacciatori vicini. Negli ultimi anni le nuove tecnologie hanno favorito, attraverso numerose apparecchiature, il diffondersi della cultura e delle notizie dal mondo, introducendo nuove emozioni al popolo venante, non sempre accettate da chi esercita la propria passione con metodologie antiche.
La passione venatoria esercita nel popolo venante una forza interna che spinge gli appassionati di Diana al rispetto degli ambiti territoriali destinati all’esercizio dell’attività di caccia. Basti pensare all’indomani della chiusura, me compreso, alla bonifica dei territori ossia al ripulire la nostra valle da eventuali depositi lasciati da spregiudicati vacanzieri domenicali e imprenditori senza scrupoli i quali, molto spesso specie di notte, mascherano i propri rifiuti nel circondario, sovente favoriti dalle nuove tecnologie spesso pericolose per il pianeta.

Sarà sempre cosi a ogni stagione, sino a quando il mondo che circonda la nostra esistenza avrà rispetto non solo del pianeta, ma soprattutto dei suoi individui. Mi auguro che esso, attraverso la giustizia umana, sappia distribuire ossigeno vitale necessario alla sopravvivenza delle nostre tradizioni diventate ormai tesori di provincia. Tradizioni ormai quasi estinte nelle città e spesso contestate.
L’ideologia moderna, che avvolge ormai le nostre generazioni, incita aimè la maggioranza dei giovani alla scoperta di nuovi interessi tecnologici, capaci solo di produrre effetti devastanti alla stabilità mentale dei nostri ragazzi. Il progresso tecnologico, sempre più complicato nei suoi elementi, corrompe e rivela percentuali preoccupanti di adepti. Vittime di un valore astratto il quale, in mancanza di un selettivo controllo, incita alla propria sottomissione.
Ci siamo chiesti: quanti di noi sanno riconoscere la mitica cicoria nelle campagne? Riconoscere un pollo dalla gallina nei ricoveri di provincia? Riconoscere funghi oppure la ricarica delle cartucce? Maneggiare l’arma e conoscere le specie cacciabili? E i valori astratti, oggi molto spesso contestati dai media, rendono gli adolescenti sterili nelle proprie azioni, capaci di sprigionare e generare solo episodi terrificanti e spregiudicati nella società moderna. Valori dei quali ai nostri tempi non si conosceva l’esistenza.
I nostri nonni hanno evitato e lottato sino alla fine affinché il contagio rimanesse fuori dalle mura domestiche per rendere immuni le nuove generazioni. Questo insegnamento mi ha permesso di entrare nel mondo moderno, accompagnato dalla mia passione, dai miei ricordi.. e così sarà sino alla fine dei miei giorni. Oggi mi sento un uomo di successo, perché la forza d’animo che accompagna da sempre i miei sogni lotterà sempre per la difesa della passione Venatoria.
Baia Domizia 11.02.2011.
Salvatore Gentile
ROCCA DELLA VOLPE di Pasquale Carlo Galliano
“Rocca della volpe” è un posto angusto, sperduto nel folto a strapiombo su un sottostante torrentello, il così detto “rio delle conche”.
Per raggiungerlo occorre una buona dose di agilità e circa una mezz’ora di marcia, facendo molta attenzione a dove mettere i piedi onde evitare rovinose cadute.
Siamo in pochi a conoscere esattamente questo luogo, frequentatissimo dalla grossa selvaggina che utilizza il passo nelle continue migrazioni da una collina all’altra.
Prese tutte le precauzioni del caso giungo alla posta di buon mattino, poso lo zainetto con i viveri e predispongo la carica della fidata carabina.
Fermo e silenzioso riesco a raccogliere l’essenza di quell’atmosfera che pare surreale a chi, come me, è preda giornaliera dei frastuoni cittadini.
In basso si sente lo scorrere veloce dell’acqua verso il torrente Rea, qualche pietra si stacca dalle pareti scoscese di roccia, la brezza mattutina sollecita il fruscio delle querce e dei castagni circostanti.
In lontananza il gracchiare di alcune cornacchie e il fischio della poiana rompono l’apparente quiete. Anche la ghiandaia e il picchio fanno la loro parte. Tra le foglie secche si muove un topolino campagnolo, attento e alla ricerca di cibarie per l’inverno ormai alle porte. Sono fermo alla posta da circa un’ora. Lo spettacolo della natura circostante mi affascina, creando un’armonia e una tranquillità interiore senza pari.
Se non fosse per le voci concitate degli amici cacciatori in battuta, che sento via radio, mi sarei addirittura scordato il motivo per cui mi trovavo in quel paradiso naturale. Abbasso il volume della radio perché non devo tralasciare un solo attimo di quella serenità. Dallo zainetto estraggo un delizioso panino casereccio e comincio la solitaria abbuffata.
Dal ripido sentiero si ode un piccolo fruscio, ecco comparire un giovane maschio di capriolo che per nulla intimorito della mia presenza passa furtivo e scompare tra il folto degli alberi. Sono oramai trascorse tre ore dall’appostamento, i cinghiali oggi non si sono proprio visti, è ora di rientrare.
Raccolgo tutti i miei pensieri, le mie masserizie e mi avvio su per la collina ringraziando il buon Dio che mi ha consentito, ancora una volta, di avere qualche attimo di sana e spensierata solitudine con un carniere comunque pieno zeppo di buoni propositi e di sani sentimenti.
CORVIDI CHE PASSIONE!!! di Carlo Galliano
Finalmente è giunta la da tempo agognata battuta, a quelli che il poeta definisce “stormi di uccelli neri”, i corvidi dell’Alta Langa.
Tempo inclemente, nebbioso, piovoso oltre ad un freddo dell’accidenti.
Si tratta di disporre un appostamento fisso con tanto di guardie volontarie al seguito, i fidati e volenterosi William Ardesia e Bruno Tarditi.
Si piazzano le capannine di tela mimetica per il nascondiglio dei tiratori nonché gli stampi sul terreno per il richiamo. Sul centro della zona di tiro viene piazzato il “vocalist” con tanto di altoparlanti.
Un attimo di pausa, poi si da il via alla musica.
Il disco attacca con il gracchiare dei corvi e delle gazze, uno schiamazzo indescrivibile.
Sono un po’ perplesso sull’utilità di tutta questa sceneggiatura.
Mi ricredo subito.
Alla musica segue la danza e vai con il primo bersaglio. Cinque sei fucilate, troppo lungo se ne va, siamo stati traditi dalla troppa frenesia.
Arrivano un secondo e un terzo uccellaccio nero.
Questa volta sono a tiro, pietà l’è morta, vengono abbattuti.
Per tutto il pomeriggio si sparacchia dai tre improvvisati appostamenti.
Verso sera si vedono i risultati. Dieci cornacchie giacciono sul prato, le cartucce sparate sono state comunque molte di più. Personalmente ne ho centrati due. Risultato un po’ scarso. Giustifico la cosa con il fatto che questo tipo di caccia non è la “mia caccia”.
Sarà proprio cosi o sarà meglio che prenda qualche lezione di tiro?
Mi fa più comodo la giustificazione enunciata sperando che nessuno mi rinfacci le padelle dell'”altra caccia”.
LO STAMBECCO a cura di Elvio Dal Pan
La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Dicembre 2010, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo.
UN PO’ DI STORIA E DISTRIBUZIONE DELLA SPECIE
L’origine dello stambecco (Capra ibex) risale, probabilmente, dall’evoluzione di alcune forme di capre che vivevano nell’Asia centro occidentale alla fine del miocene, ma fu durante l’era glaciale che questo ungulato si diffuse in tutta l’Europa. Un tempo presente in tutta la nostra penisola, seguì poi il ritirarsi dei ghiacciai sino a stabilirsi all’estremo nord, sui versanti più alti, al limite delle nevi eterne.
Nonostante la sua capacità di vivere in condizioni praticamente estreme ed in luoghi quasi inaccessibili, lo stambecco è stato da sempre oggetto di una caccia serrata da parte dell’uomo che iniziò a perseguitarlo in una sfida temeraria che vedeva l’animale quasi sempre prevalere grazie alla sua agilità e perfetta conoscenza dell’ambiente. Con l’avvento delle armi da fuoco, però, la sfida fu impari e la caccia diventò più facile e, soprattutto, poco controllata.
Di conseguenza, dal XVI secolo, questo ungulato cominciò a diventare sempre più raro. In Svizzera ed in Austria scomparve del tutto nonostante, ogni tanto, le Autorità emanassero disposizioni che tendevano alla sua salvaguardia. I motivi di questa smania venatoria non erano solamente quelli di possedere il maestoso trofeo o di prelevarne la carne, certamente molto apprezzata in quei secoli di soventi carestie, quanto le diffuse credenze popolari che lo dipingevano come un animale magico, dotato di poteri miracolistici e, soprattutto, in grado di guarire, con particolari parti del suo corpo opportunamente trattate, un grande numero di malattie anche gravi. Il sangue, per esempio, veniva usato contro i calcoli della vescica.

Le corna, triturate e trattate da sedicenti medici e alchimisti, erano usate contro ogni tipo di malanno; i residui non digeriti che si trovavano nello stomaco venivano somministrati per guarire addirittura il cancro, mentre per la tubercolosi e la gotta venivano usati persino gli escrementi. Non c’è quindi da stupirsi se in alcune località delle Alpi Austriache prosperasse un commercio assai diffuso e redditizio, specializzato nello smercio di prodotti derivati da questo animale.
Uccidere uno stambecco non rappresentava, a quel tempo, solo una prova di abilità, ma diventava anche una patente di signorilità e di potere, oltre naturalmente ad un affare piuttosto redditizio. Proprio a causa di questa caccia ostinata, unita all’insorgere di malattie e, probabilmente, anche al ritiro graduale dei ghiacciai con conseguente cambiamento radicale dell’habitat, nella seconda metà del 1800 la specie era ormai prossima all’estinzione. Rimanevano solo pochi capi, forse meno di cento.
Fortunatamente i superstiti si arroccarono sulle pendici più scoscese del massiccio del Gran Paradiso e, quando ormai le speranze di sopravvivenza della specie erano ridotte al lumicino, intervenne una severissima legge del 1821, ed altre successive nel 1836 e 1850, che ne proibirono rigorosamente la caccia. Se lo stambecco, quindi, ci è stato conservato è lecito dire che lo si deve in gran parte alla passione per la caccia dei Savoia che, con quelle “Regie Patenti”, vietarono ogni forma di caccia a quella specie, destinando il comprensorio del Gran Paradiso a riserva Reale di caccia.
Nel 1856, con Vittorio Emanuele II, furono riprese dalla casa Reale le battute di caccia allo stambecco che proseguirono fino al 1918. Nel frattempo, però, la specie fu difesa da un nutrito numero di guardie forestali ed la sua popolazione crebbe notevolmente, grazie anche all’istituzione dell’omonimo parco Nazionale (1922), fino a raggiungere i 4000 esemplari. La specie subì, negli anni trenta, un’altra notevole diminuzione, complice la situazione di miseria in cui versava gran parte della popolazione. Il bracconaggio tornò ad imperversare ed il sopraggiungere della II Guerra Mondiale non fece che aggravare la situazione, tanto che nel dopoguerra la popolazione era di nuovo a rischio di estinzione.

A questo punto entrò in campo Renzo Videsott, straordinario organizzatore dell’ormai fatiscente parco. La sua opera tenace e coraggiosa fece sì che lo stambecco in pochi anni si riprese il posto che gli competeva fra quelle montagne. La sua crescita da allora fu continua e costante fino ai giorni nostri. Oggi lo stambecco può dirsi specie fuori pericolo d’estinzione grazie anche, e soprattutto, alle continue reintroduzioni della specie in tutto l’arco alpino.
Le più consistenti colonie sono senza dubbio quelle del Parco dello Stelvio, introdotte nel 1967-1968, e dell’ex riserva Valdieri-Entraque, introdotte degli anni 20 e 30. Nuclei più modesti sono però presenti, come già detto, su gran parte delle Alpi, sia in Italia che oltre confine e non è raro per l’escursionista appassionato incontrare nel suo vagabondare questo splendidi e pacifici animali. Molto spesso, incuranti della presenza dell’uomo, è facile avvicinarli e poterli ammirare nel loro ambiente naturale in quasi tutti i massicci montuosi alpini, ma è tra le rocce cristalline del Gran Paradiso che lo stambecco imperversa incontrastato, perché è da questi monti, in gran parte innevati per tutto l’arco dell’anno, che questo re delle rocce è ripartito, aiutato dalla mano dell’uomo, alla riconquista delle Alpi.
DESCRIZIONE
Lo stambecco è un mammifero dalle forme massicce, che sembrano contraddire le sue eccezionali doto di agilità. La conformazione corporea e le caratteristiche morfologiche sono strettamente dipendenti dall’ambiente primitivo ed aspro nel quale esso vive. L’animale è quindi tozzo, compatto, raccolto, espressione massima di rusticità e forza. Alto al garrese 80-90 cm e lungo 120 -130, può raggiungere nel maschio il peso di 100 kg. Mentre la femmina ha dimensioni corporee più ridotte ed ingentilite e raramente supera il peso di 60 kg.
Tipiche ed inconfondibili della specie sono le corna a sezione quadrangolare che possono raggiungere nei maschi la lunghezza di oltre un metro e il peso di 4-5 kg, mentre nella femmina il trofeo è assai più ridotto, raggiungendo al massimo i 25-30 cm. Il loro sviluppo inizia poco dopo la nascita e termina solamente con la morte. Sulla faccia anteriore sono evidenti grosse nodosità ornamentali, più marcate nei soggetti giovani e più numerose, ma consumate, nei soggetti anziani, mentre su quella posteriore si possono notare con una certa facilità gli anelli o “rotture” che corrispondono all’età del soggetto.
Il mantello durante il periodo estivo è di colore grigio, mentre in inverno si fa assai più folto e lungo, assumendo una colorazione ruggine scura. Nelle femmine, in genere, la livrea è più chiara che nei soggetti di sesso maschile. Tipica dei maschi, inoltre, è una curiosa barbetta posta propria sotto il mento, lunga solo pochi cm in estate, ma che nei mesi invernali arriva anche alla lunghezza di 10-15 cm, conferendo agli stessi un aspetto assai bizzarro.
ABITUDINI E COMPORTAMENTO
Tipico abitante dei picchi rocciosi e delle praterie d’altitudine, lungo il corso dell’anno lo stambecco effettua alcuni spostamenti, dettati dalle stagioni e dalle condizioni atmosferiche, sempre alla ricerca di pascoli ottimali. Mentre d’estate rimane ad altitudini comprese fra i 2000 e i 3000 mt, durante la stagione fredda scende a quote più basse ma raramente, e solo in inverni particolarmente lunghi e rigidi, possiamo osservarlo sotto i 1800 mt di quota.

Spostandosi in altitudine durante le stagioni, lo stambecco cambia di conseguenza anche il regime alimentare; egli si nutre quindi di quasi tutte le piante presenti in montagna, dai muschi e licheni delle alte quote sino ai piccoli arbusti e ai giovani alberelli delle quote più basse. Animale essenzialmente gregario, lo stambecco vive in branchi che, escluso il periodo degli amori, sono formati da individui dello stesso sesso.
I maschi, compiuti i 3-4 anni di età, formano dei gruppi anche molto numerosi. Anche le femmine si radunano in branchi, in particolare d’estate, dopo le nascite. Oltre alle madri ed ai nuovi nati, di questi gruppi fanno parte anche le femmine senza capretti e i giovani maschi, i quali abbandonano i gruppi femminili soli dopo i due anni. A rimanere solitari sono solo generalmente i vecchi maschi sopra i 10-12 anni d’età, i quali preferiscono condurre una vita solitaria. A fine Novembre inizia il periodo degli amori.
Maschi, femmine e giovani si radunano in gruppi unici e tra i maschi la gerarchia si fa più rigida. Il maschio dominante difende il suo harem da eventuali intrusi in genere senza bisogno di scontri, quando però la lotta diventa inevitabile i maschi si affrontano in epici duelli a colpi di corna che possono protrarsi anche per diverse ore. Il rumore delle corna che si scontrano violentemente è udibile anche a molta distanza e rimane uno degli spettacoli più affascinanti che la natura può donarci.
Dopo una gestazione di cinque mesi e mezzo, le femmine gravide partoriscono in genere un solo piccolo il quale, entro breve tempo, dimostra subito le sue doti d’arrampicatore seguendo la madre anche lungo impervi e pericolosi dirupi. L’inverno e le malattie costituiscono per lo stambecco i momenti di più alta mortalità. Inverni particolarmente rigidi possono causare vere stragi tra la popolazione, così anche le malattie che in certi casi riescono, in pochi anni, a ridurre intere popolazioni di stambecchi a pochi e spauriti esemplari.
A parte questo, l’unico nemico naturale, dopo la scomparsa dalle Alpi della lince e del lupo, rimane l’aquila la quale, però molto raramente, riesce a catturare qualche piccolo.
UN’OCCHIATA OGGI IN CASA NOSTRA
Lo stambecco in provincia di Belluno arriva nell’anno 1965, grazie all’introduzione nella zona di Croda Martora Marmarole di 10 capi provenienti da Pontresina – CH. Successivamente, a metà degli anni 80, altri 8 esemplari provenienti dalla stessa zona furono rilasciati in località Croda del Becco dove, nel frattempo, erano migrati spontaneamente alcuni esemplari provenienti dalla prima zona di lancio.
Da questo gruppo, che in poco più di vent’anni raggiunse la consistenza di oltre 500 capi, si ebbero delle migrazioni spontanee di quasi un centinaio di individui prevalentemente verso il massiccio del Sella. Per quanto riguarda i territori confinanti con il bellunese, vanno sicuramente segnalate le introduzioni effettuate negli anni 2000-2002 nel territorio Trentino delle Pale di S. Martino di 30 esemplari provenienti dalle Alpi Marittime. L’intera popolazione alla fine degli anni 90 aveva raggiunto una consistenza di oltre 1000 capi.
Purtroppo, la ben nota epidemia di rogna sarcoptica che, nelle zone colpite, ha decimato il camoscio, ha avuto una forte ripercussione anche sulla specie stambecco, riducendone in pochi anni il numero a poco più di 300 esemplari (dati del 2009). Attualmente le riserve interessate dalla presenza della specie sono quelle che gravitano sul gruppo della Marmarole-Antelao-Sorapiss e della Marmolada; inoltre, ai confini provinciali, quelle interessate dai nuclei del Sella, Croda del Becco e Pale di S. Martino.
Nel 2010, il Parco delle Regole d’Ampezzo (Cortina) ed il Parco di Paneveggio-Pale di S. Martino hanno avviato due progetti di reintroduzione e di rinforzo delle rispettive colonie. Per quanto riguarda Paneveggio, sono stati catturati 5 mm e 5 ff dalla popolazione bellunese delle Marmarole.
MARIA RIPARA di Antonio Salomone
Sveglia alle cinque e mezza, spengo il cellulare oramai deturpato sul display per gli innumerevoli voli fattigli fare nella speranza di disattivare quell’odioso e stridulo rumore. Sbadiglio. Vorrei continuare un altro poco ma so già che un minimo ritardo mi costerebbe caro e significherebbe per me, carattere affabile ma non facile, un broncio quotidiano con mio fratello Alberto, di carattere non proprio pacato e più facile del mio nelle attese venatorie.
Soliti rituali: pantaloni, scarpe, camicia, maglia, gilet e giacca………per un attimo dimentico il cappello caldo, ma non arancione. Be nessuno è perfetto!
Guadagno le scale, quatto, quatto, verso la cucina, per accendere il caffè, e nell’attesa mi lavo e penso velocemente a ciò che potrei aver dimenticato nel sonnolente e traumatico risveglio. Sento a mala pena dal bagno lo strofinio delle ciabatte di papà che quasi contemporaneamente allo sbuffare vaporoso della bialetti scende le scale con flemmatica insistenza.
Una domanda secca: “E non è presto?”. Ed io in risposta rapida: “No! Anzi se facciamo tardi chi se lo sente a tuo figlio!”. Al che papà: “Ma andate a Ferrandina…….?”. E senza diritto di replica mi continua dicendomi : “No!.. perché se andate a cinghiali, io non vengo voglio sparare qualche tordo. Poi fa freddo e non ho più vent’anni per sopportare impaziente, alle intemperie.”
Annuii senza contraddirlo ma guardandolo con sguardo scontroso. Dopo due secondi il mio divenne uno sguardo lasso e pieno di deludente e ragionata approvazione, anche perché sapevamo entrambi che non era tanto il freddo il vero motivo, dato che la squadra ironicamente denominata i Boys, era composta da una folta schiera di giovincelli che avevano abbandonato i vent’anni ormai da più di quaranta. Gli chiesi : “E dove vai allora?. E lui un po’ dubbioso rispose: “Sotto Giovannino il macellaio…….ieri mi ha detto di aver sentito diversi colpi proprio dalle sue parti.”
Mi dispiaceva dividerci, e se avessi potuto sarei andato con piacere con lui anche se non avremmo poi fatto un bel nulla. Avevo l’ appuntamento alle 6,00 davanti alla stazione dei pullman e sapevo che non potevo mancare e in aggiunta, non so perché, dopo tanto freddo, cammino e sonno perso nelle precedenti uscite, percepivo adesso una strana sensazione, come se il mio giorno fosse arrivato e spettava a me unire quelle due componenti Macchiavelliane, tanto studiate al liceo: virtù e fortuna, o meglio ancora la Volpe e il Leone. Gli diedi a modo mio un saluto : “Be me ne vado io!”.
Bevuto il caffè con il fucile ciondolante come una valigia lunga e un pò pendente da un lato, scesi le scale contando ad ogni gradino il numero delle palle che avevo con me, circa 10 più altre cartucce pur sempre efficaci. Riscaldo la macchina e via, giungo all’ appuntamento. Stranamente sono il primo, mi cambio le scarpe e appena indossati i lunghi e stretti stivali , in un batter d’occhi, giungono i rinforzi, da sopra Zio Franco con il suo Land Roover, da sotto Alberto con il Jimmi e poco dietro ma puntuale Nuccio con la sua Punto.
Il freddo c’è effettivamente, ma la carica è alta. Si sale tutti sul Land Roover di Zio Franco e scambiati i saluti e le solite battute, si percepisce una piacevole voglia di trascorrere un’altra giornata con i nostri amici di Ferrandina. Nel tragitto scosceso e illuminato dalle luci ambrate che anticipano la tortuosa e lunga galleria, si parla dell’annata , non proprio ottima per le beccacce, e di altre cose miste al quotidiano vivere. Nella visuale rialzata e comoda dell’auto, penso a papà e lungo la strada buia e umida, con il ronzio dei pneumatici in corsa, il giorno sonnecchia un timido e porporeo risveglio sul manto scuro dell’asfalto. Per un attimo penso al mio egoistico distacco e all’ animo di mio padre diviso fisicamente, ma di contro percepisco la presenza del suo solitario pensiero.
Alle curve del paese già si sente la differenza di temperatura, dall’alto la valle del Basento circondata di lato dai bianchi e frastagliati calanchi, in prospettiva Pisticci e altri paesi, in noi la fresca ebrezza di sentirci pionieri in un paese non nostro. Arrivati alla prima stazione, il così detto missile, salutiamo Emanuele, che con i suoi cani in macchina, Bora, Whisky e Miryam, siede solo senza il fratello Pietro impegnato al lavoro. Piccoli gesti veloci annuizioni, pronti ci si accinge a guadagnare la seconda stazione.
Al solito spiazzo, vicino casa di Nicola, ci si raggruppa alla spicciolata, una nebbia avvolgente e un freddo penetrante non hanno fermato la giovane e ridente brigata. Prima uno poi un’ altro e così via, anche se la prima impressione è che il plotone oggi non sia al completo. Salutati i capocaccia Emanuele e Michele con il fedelissimo Lorenzo, Nicola, Gerardo e altri ci incamminiamo con le auto verso il bosco, alla terza tappa dove inaspettatamente sgusciano gli altri componenti della squadra. Mi scappa un sorriso ma niente di che, non so perché ma mi salta in mente la scena di Fantozzi a caccia con la mazzafionda.
Ci sono tutti a quanto sembra, Ginuzzo, Rocco, Antonio nel suo fuoristrada.., manca solo Nicola il più simpatico e loquace barzellettiere della compagnia. Mentre Michele, Emanuele e Alberto decidono il percorso da fare per, come si dice in gergo, “Stagghiare” cioè chiudere le piste o pistare i cinghiali, io capita la mia inutilità, mi soffermo con Rocco, Nuccio e Zio Franco vicino il parcheggio auto e inizio con l’eloquente compagno di battuta Rocco un ragionamento che oscilla tra il politico, sociale ed economico, fino ad arrivare alla cronaca malavitosa.
Il dibattito si fa acceso e in ballo escono, il lavoro, le lobbys politiche e istituzionali, le ingiustizie sociali, illeciti ambientali, la chimica fino ad arrivare alla fortuna di chi come alcuni suoi compaesani aveva vinto al superenalotto. Lupus in fabula , passa proprio all’ appello fatto uno dei fortunati che con marcia allegra saluta e scende lo sterrato sentiero. C’ è un bel clima, si parla di tutto tranne che di caccia.
Lo spirito di aggregazione rompe la gelata dei campi che lisci e argentati di brina scendono come una cascata chiara, nelle strette gole boschive. Da sopra la strada sembra di sentire un beeper e contemporaneamente al rumore di pneumatici in discesa, partono due colpi quasi all’unisono verso di noi seguiti poi da un “Bravo, bravo…., porta, porta!”. In coro affermiamo stupiti : “La beccaccia! Hanno fatto la beccaccia dietro di noi!”. Dalla curva sbuca in macchina Nicola con il suo baffetto, ma con un viso poco ironico. Sceso ci salutiamo e ci spiega che il ritardo è stato dovuto ad un’arancia che gli ha gelato lo stomaco, costringendolo a tardare. Nel continuare il fervido e intricato ragionamento con Rocco, dai colpi stoccati alla regina, cercavo di riscaldarmi nel possibile le mani e i piedi, quando alle spalle sentiamo delle foglie calpestate e il fruscio di una bipede ombra che di metro in metro si colorava in un beccacciaio.
Salutatisi i compaesani chiesero il verdetto: “Be! Mimì, l’hai fatta?” e l’uomo cacciatala goffamente e velocemente fuori dalla cacciatora rispose inorgoglito “Eccola qua!”. Salutatisi di nuovo ognuno riprese il suo da fare. Gerardo in macchina con altri amici si rifocillava con un gustoso panino, altri chiamati in causa con la radio andavano a recuperare i “pistaioli” e io con Rocco Zio e Nuccio insieme ad altri, decidemmo tardi ma convinti, di accendere un bel fuoco sulla strada.
Alla ricerca dei rametti migliori, c’ era chi filosofeggiava sulle tecniche di accensione e chi senza troppa cura stravolgeva la corretta pratica del fuoco. C’ era allegria e fumo, tanto che il fuoco dopo un pò di attesa prese a scaldare piedi e mani , ma anche le speranze di chi coperto dal fumo, sperava di essere il fortunato tiratore della giornata. Nicola riprese colore e riscaldatosi uscì da quella brutta cera mattutina e tirò fuori una bellissima barzelletta sui carabinieri. Il bello non era tanto la comicità della storiella ma la movenza delle mani e la beffarda mimica del baffo burlesco che istigava ad una scoppiettante risata di gruppo.
Si sente qualcuno che dice una frase alla radio: “Uagliù mamma me è iruoss’”. Dalla radio giunge il bollettino, pistaggio completato: un solengo mostruoso e una scrofa con due o tre porcastri. Le speranze iniziavano a colorarsi di fantasia e immaginazione. Il freddo sembrava un lontano ricordo, gli animi erano alti, i commenti accesi e qualcuno mimava con il dito il punto in cui il pesante ungulato avrebbe ricevuto il suo biglietto metallico per il viaggio di sola andata nella cucina di Natale.
I pistaioli ritornano alle macchine i cani sembrano aver percepito tutto e i latriti scandiscono il fare comune dei cacciatori alle prese con armi sfoderate e cartucciere pronte e piene, mentre il venticello con le foglie secche delle roverelle suonava una insolita colonna sonora di sottofondo. Spento il fuocherello si parte verso la prima meta speranzosi e animati di ottimismo e voglia di appaganti e quanto meno vicinissime canizze. Michele con il suo prezioso Nerone e Emanuele con i suoi tre moschettieri, battono il bosco palmo a palmo, sentiero per sentiero. Dal di sopra di una collinetta, ascolto con il fruscio dell’ acqua in sottofondo e il vapore del mio respiro che leggero ed evanescente scompare nei timidi raggi di sole, i campani pesanti dei nostri cani.
Mi sembra di riconoscerne uno su tutti. E’quello di Whisky. Al suo avvicinarsi sonoro, ma non visivo, spero in un improvviso abbaio a fermo, ma le canne piegate e il leggero e ruvido raschiar della stepposa vegetazione, mi offrono d’improvviso quel simpatico e goffo cagnone tricolore con campano ciondolante. Sorrido e sottovoce lo chiamo: Whisky!… Whisky!. Lui abbassando le orecchie irrigidite dall’ improvviso faccia a faccia, si rigira flemmatico, e rassicuratosi della mia presenza, ormai schedata nel suo database olfattivo, riprende a cercare l’usta dei suidi.
Dopo un po’, escono da punti diversi ma vicini, anche gli altri cani, compreso il vecchio e saggio Nerone meno socievole e più fedele all’unico suo padrone, Michele. Lo osservo, nero, canuto e quasi artritico. Per un attimo mi piace paragonarlo ad un saggio vecchietto, con barba e capelli bianchi, un po’ claudicante ma di forte impatto, rassicurante e di gran esperienza.
Mi balena un personaggio su tutti: il vecchietto capo stazione nel film di Sergio Leone nel: “Il buono, il brutto e il cattivo” .Tale vecchietto a letto e sotto le coperte, viene forzatamente spinto da Clint Eastwood a ricordarsi di un bandito (il brutto), e il vecchietto ricordando, dopo un po’ di costrizioni armate, pronuncia questa frase toccandosi il naso con il mento corrugato dal tempo e la voce sibillante per l’assenza di denti : “Dimmi un po? …Mmhh…! Ma il tiscio che scerchi…..POSCTAVA LA PISCTOLA QUI??” Aaahh! E perché non me lo hai detto prima??” . Sta volta rido da solo e cerco di fermarmi prima che qualcuno mi veda e dubiti della mia sanità mentale.
Dal sentiero dirimpetto, sbucano Emanuele e Michele che delusi mi invitano a salire e avvisare Alberto di ritornare alle macchine. Aspetto che Alberto mi raggiunga e saliti sopra con la voglia di non ritornar perdenti e con il cuore ancora speranzoso cerchiamo vicino l’auto parcheggiata qualsiasi cosa, movimenti, orme, piccoli indizi tutto che possa essere di proprietà suina, prima che l’arbitro fischi la fine. Gli occhi ardenti e speranzosi, cadono su un terreno piatto come la battigia del mare in prima ora mattutina. Nulla sembra solcare quel terreno rosso e scuro.
Zio franco ci dice che è meglio risalire per seguire gli altri in fila indiana prima che si chiuda l’acceso interpoderale, aperto in via straordinaria ai capocaccia amici del proprietario. Improvvisamente gli occhi cadono sul terreno al margine delle macchie. Un buco,uno più piccolo ,una solcatura , e poi tante orme grandi e piccole a forma trapezoidale. Stavamo sulla pista,la pista che stavamo cercando dal mattino.
Guardandoci in viso io e mio fratello ci capiamo, e io frettolosamente con un : “muoviti” gli intimo di bloccare il ritorno dei veterani. Alla radio poche parole, le auto riprendono a scendere per magia e le speranze rianimano il nostro desiderio. Riprese le poste, ora tutti erano più visibili da quella prospettiva. Un plotone spicca sulla strada con omini scuri irti e definiti sull’irregolare linea d’orizzonte. Sembra di rivivere la scena di un film con cowboy e indiani, quando nel mezzo della paura e dell’abbandono, dall’ alto e da lontano spiccano i rinforzi infondendo allo spettatore quella forte,fiera e piacevole sensazione di coraggio. Alberto mi suggerisce di stare fermo ad un angolo del bosco,ma appena sbucato Michele con il suo piccolo amico gli vado incontro deluso di riflesso da quell’immagine di cane e padrone vicini e chini nel capo e a spallucce chiuse. Chiedo velocemente e con impeto: Bè! Michè?.
E lui in risposta alzando le sue lasse spalle mi scuote la testa da destra a sinistra aggiungendo un flebile “ …niente Antò! ….e poi è Nerone che melo dice non io. Se lui sente o avverte un minimo atomo o particella olfattiva dei cinghiali non starebbe qui vicino alle mie gambe a guardarmi deluso e a mugugnar sottilissimi latriti. Dall’ alto della mia postazione, intravedo Alberto sostar vicino ad una piscina e fare cenno con la mano richiamandomi con la radio dicendomi: Mi vedi? ………se mi vedi scendi con Michele e Nerone. Intanto con Michele si parla strada facendo e dato l’orario si cammina un pò a rilento più prospetti verso il pranzo e convinti di aver trascorso un’altra domenica quanto meno in compagnia.
Mi racconta di Nerone dell’ affetto e la passione che prova per il suo fedelissimo e canuto amico. Devozione e fedeltà furono le parole che pensai quando Michele giratosi d’improvviso mi disse con tono rigido e serio: Quando lo perderò finirò questa caccia. Mi ha regalato troppe emozioni un cane così non potrò averlo più. Sta volta pensai amicizia vera. Quante forme ha l’amicizia! Una scena su tutte Argo e Achille nell’ultimo incontro. Alla piscina, mi racconta di una fortunata guardia con andata stabilita ma di ritorno inaspettato.
Proprio nel punto di arresto mi indica la dinamica dei fatti, mimando gesti, ricordando le sensazioni di allora, con forte memoria e probabilmente con lo stesso sorriso di allora. Tutto mi apparve negli occhi persino lo sparo e il tonfo dietro la macchia del nero cinghiale. Alberto insistente ci richiama, spingendoci ad andare con Nerone da lui. Michele fa l’ultimo tentativo, forse in atteggiamento di rispetto nei confronti di chi gli chiede attenzione.
Risponde alla radio e con timbro rispettoso e calmo pronuncia: Dottò …..mo vengo!.
Divisi nuovamente i nostri percorsi decido di salire i calanchi dal lato opposto del canale fitto e verde. Sento parlare anche Alberto adesso che con passo stanco e deluso vocifera “Hai ragione Michè………Nerone ne è la prova“. Mi vede da lontano e mi dice per via radio: Antò sali parallelo a noi, non si sa mai. Vedo nel mio affannoso salire a spalle piegate e gambe sollevate, zio ancora appostato e Nuccio poco distante, altri prendere la macchina e alcuni cani ritornare dal padrone.
Penso a quanta strada ho percorso e senza risultati.
Penso: …chissà Papà cosa ha fatto! Mamma avrà preparato ed oggi il piatto avrà più gusto. Nel frattempo ascolto Alberto e Michele parlare con tono ironico, un ragionamento che prelude la fine della cacciata e accompagna il pensiero al torpore delle mura di casa. Un flebile venticello mi sferza il viso e il sole mi avvolge dal suo zenhit scaldandomi il sangue mentre mi accingo a salire la salita più dura.
Con il vento mi giungono alcune risate e alcune frasi: Ti immagini adesso Michè! All’ultima macchia …….Nerone che abbaia. E Michele rispondendo: Eh dottò! C’era un vecchietto a Ferrandina, che andava a lepri e quando la “mena sembrava terminata…..Bom!sparava la lepre all’ultimo cespuglio e affermava sempre così…….Maria ripara. Volendo indicare cioè, che la madonna ripagava i suoi sforzi mettendolo alla prova fino alla fine. Pensai che come detto, era più correlato alle prove della vita comune, quella dei padri e madri di famiglia alle prese con i propri figli, di chi ha problemi di varia natura, economici, di salute o lavoro di tutto ciò che mette a dura prova la pazienza, la sopportazione, il dolore e la fiducia umana, fiducia in ciò in cui uno crede, indipendentemente dalla vista di ciò che si vede e si vorrebbe.
Mentre pensavo il vento mi battè sulla nuca fischiandomi lievemente sull’orecchio destro, le voci ora non le sentivo più e pensai, ai mie sacrifici ai sacrifici di tutte le persone che rincorrono una strada che porta all’obbiettivo finale. Perseverazione, ostinazione, sudore, rispetto e dolore, passione e potere, volontà ma soprattutto fiducia in se stessi e nel proprio volere, umana fiducia.
Fiducia nel bene, fiducia nella vita, dal primo nostro respiro alle luci dell’alba fino alla all’ultima immagine che ci colora le pupille prima di chiuderle la sera andando a letto, per poi nuovamente riaprile l’indomani sperando che qualcosa cambi, sperando di vedere colori nuovi profumi nuovi, o addirittura dimenticati ma nascosti nei cassetti segreti della nostra memoria.
Fiducia o fede? Per un attimo tentennai a darmi una risposta. Sembrava che stessi intraprendendo un ragionamento più forte e profondo di me, rischiando forse nel cadere in un trabocchetto tra sacro e il profano, proprio come il detto di quel vecchio lepraiolo: “Maria ripara”.
Ma in un attimo ritornato in me stesso mi diedi una risposta. Fiducia: è più umana, tangibile come i colori, i sapori, le forme e la materia. Fede essenza divina indefinita , infinita, come il vento trasparente che ci trapassa. Noi non lo vediamo ma sappiamo che c’è perché ci sfiora. Un colpo di vento netto e forte mi sollevò il cappello. Silenzio ovattato , una strana sensazione di paura e di attenzione mi rapi in un batter d’occhi il respiro, amplificando i battiti. Ad un tratto vidi di rimpetto a cento metri una sagoma che si sbracciava intimandomi attenzione, il silenzio ovattato stava gradualmente e lentamente, come da molto lontano, lasciando posto ad un eco che meno lento e definito mi ritornava nelle orecchie.
Da una collinetta a ridosso del fossato e ai margini di una stoppia di grano, riconobbi mio fratello che imperterrito e in modo confusionale si sbracciava per me. Il volume del mio udito saliva ora forte e diretto, ponendo fine a quel nirvana che mi aveva rapito e portato lontano. Sentivo qualcosa che dava gradualmente così: “Antoooòò……..!!…….. Antòòòò!!Attientt! Attiiiiiiiieeeeeeent!! Antoooòòò! Sooooprrraaaaa!! Sooopraaaaaaaaa!Nel percepire queste frasi sentivo sotto di me in un mezzo strapiombo un cane abbaiare forte e convinto. Era Nerone.
In un attimo capii tutto e le gambe mi tremavano dall’ emozione. Vidi Nerone affacciarsi sotto di me e guardarmi quasi ad indicare ce l’hai tu oggi , sei tu la fiducia della squadra. Mantieni la calma e ricorda, ricorda cosa fare. Vidi Alberto gesticolare e gridando esclamare: Sopraaaaaa, sopraaa a’.. rstocc’…!!Feci alcuni balzi cercando di controllare il tremolio delle gambe. Vedevo dal basso le macchie aprirsi come il burro trafitto da una lama,con velocità e spaventosa potenza.
Vidi una lunga sagoma scura saltare l’ultimo cespuglio e saltare su un calanco che mi tagliava in altezza la visuale. Non so come ma con uno slancio veloce e felino mi spostai due metri più in là, aprendomi di nuovo la visuale. Nel mio rewind l’immagine più bella di tutta la mia vita venatoria. Io al bordo del campo, su un cumulo di argilla con fucile già imbracciato ad ore due, e in alto e a venti metri da me un mostruoso e setoloso solengo in fuga a pochi metri dalla salvezza.
Il suo corpo era ancora allungato e fermo nella mia pausa, con gli unghielli posteriori arpionati al terreno e gli anteriori liberi a mezz’aria e tesi verso il torace. Leggero e sicuro il mio braccio accompagnava il beretta sul cinghiale in corsa e con la sola possibilità di tiro esplosi la mia stoccata. BOM! Da lontano sentii un “Bravooo!” Mi sembro’ una voce molto familiare. Mi misi a correre per ritrovare la bestia non più visibile per la strana postazione e me la ritrovai per terra a dimenarsi sul terreno con il grugno che scavava un ultima fossetta prima di andar via. Stupito felice, alzai il fucile al cielo mostrandolo ad Alberto.
Di colpo sentii sparare Michele e Alberto gridarmi :“ sotto, sotto, sotto Antòòò!”. Vidi sbucare a mo’ di missile un cinghiale più piccolo ma veloce. Cercavo di tenere il mirino sul suo corpo immerso tra lo sparto e la salsolla che fitti coprivano i calanchi. Affrettai un tiro, poi un altro e in fine messosi fortunatamente di lungo mirai alto sul dorso sfidando la vista ,la gravità, la fortuna. Finiti i colpi corsi a perdifiato verso il basso mentre Nerone giungeva in corsa dietro l’usta. Vidi una scia rossa nella steppa e pensai al film “Spiriti nelle tenebre”. Al mio sorriso di vittoria Nerone ululò a fermo confermandomi la mia doppietta. Ero felicissimo, un quarto cinghiale scappava indisturbato , mentre io e Michele asportavamo i genitali al grosso solengo.
Alberto mi vide di fronte e lasciata la rabbia per l’ultimo cinghiale scappato mi esplose un “ Fatt vdè da nu masciar …….ca tien’nu cul’ uagliò” Tradotto sarebbe: acciderbolina, che fortuna!!!. Caricati i capi su un’auto, mi godevo dal di fuori sul cofano l’eroica veste del cacciatore del giorno. Giunti all’adunata tutti stupiti mi dispensano complimenti e strette di mano. Unici rimorsi, l’assenza di mio padre e una foto ricordo con quella allegra brigata. Saltiamo in macchina e Alberto dal finestrino guarda Michele e gli dice: Michè!! …….Maria ripara!!.
Michele e Lorenzo scoppiano in una gioiosa risata.
FINALMENTE UNA GIORNATA DA RICORDARE di Riccardo Turi
Sabato 8 gennaio 2011, dopo aver ottenuto il permesso mensile per l’ATC Potenza 1, siamo diretti alla Diga del Basentello (Lago Serra di Corvo) insieme al nuovo amico Vito, simpatico e appassionato cacciatore che abbiamo conosciuto lo scorso dicembre e che ormai è definitivamente aggregato a noi (Beghelli ed io).
Partenza da Bari alle 2,45 anche per evitare di trovare gente sul posto prima di noi. Quando dopo circa un’ora (sulla strada nebbia abbastanza fitta) siamo sul posto, notiamo una lucina proprio nella zona dov’è il nostro posto, che poco dopo si trasforma nei fari di un fuoristrada. Scarichiamo comunque tutta l’attrezzatura e ci dirigiamo all’appostamento.

Ad ogni modo noi ci siamo sistemati a distanza di sicurezza e non diamo fastidio.
Mettiamo gli stampi in due gruppi laterali dato che il poco vento (scirocco) ci viene di fronte: una quindicina tra fischioni, germani e canapiglie sulla sinistra e una decina di alzavole sulla destra. Purtroppo la settimana prima Giammario (Beghelli) ha rotto il nostro germano rotante così che abbiamo soltanto il mojo di Vito che sistemiamo al centro. Verso le 5,30 abbiamo terminato di sistemare sia l’appostamento che la stamperia; manca ancora molto all’alba.
Tuttavia sentiamo più volte nell’acqua bassa arrivare e ripartire anatre senza che se ne possa stabilire né la specie né il numero. Beviamo un po’ di corroborante (cognac) ed anche il thè preparato da Beghelli con la “correzione” del brandy. All’alba siamo tutti e tre in spasmodica attesa e nella luce ancora incerta 4 o 5 ombre ci passano da sinistra a destra; tiriamo soltanto Vito ed io un colpo a testa e vediamo cadere due uccelli. Veloce recupero da parte di Vito: sono due bei fischioni maschio e femmina.

Siamo quindi a 4 uccelli e siamo già abbastanza soddisfatti. Passa ancora del tempo e mentre sto osservando l’appostamento degli altri che, comunque, scorrettamente usano il registratore, improvvisamente vedo Vito e Beghelli sparare: erano 2 alzavole delle quali ne scende soltanto una. Rammarico da parte mia perché se fossi stato attento forse il risultato sarebbe stato diverso. D’un tratto un bel ciuffo di alzavole ci arriva dalle spalle e possiamo solo vederlo allontanarsi.
Passa ancora del tempo ed ecco che notiamo a più di 100 metri sull’acqua 6 fischioni. Cerco di fischiare sommessamente (so fare solo il fischio del maschio, mentre Vito è bravissimo a fischiare germani ed alzavole) ma i fischioni, pur avendo visto la stamperia ed il mojo, nuotano di traverso. Ad un tratto sono a circa 50 metri lateralmente all’appostamento ed allora, col sistema della conta, tentiamo il tiro ma il risultato è nullo perché si alzano e vanno via. Ancora un branchetto di fischioni sembra venire a tiro ma scarta improvvisamente, probabilmente perché ci ha scorti. Ci mangiamo le mani perché avremmo dovuto essere più attenti e più nascosti. Passa un po’ di tempo ed ecco ancora 5 fischioni che curano sul mojo; quando ci alziamo per sparare scartano improvvisamente ed allora affrettiamo il tiro.
Come si vede spesso in quei filmati americani di caccia alle anatre ecco che dal cielo cadono come “gocce” un due, tre anatre. Esultiamo per il bel risultato ma questo viene”sporcato” dal fatto che non riusciamo a ribattere uno dei tre che è palesemente vivo e che immediatamente si tuffa sott’acqua ed è perso. Peccato! Restiamo ancora circa un’ora e vediamo ancora 4 codoni che però non vengono al gioco ed una pavoncella isolata che, nonostante il fischio, si allontana decisamente.
Verso le 10,15 decidiamo che è ora di andar via. C’è da dire che la nebbia l’ha fatta da padrona ed è stata presente per tutta la mattinata. Soddisfatti per la cacciata (6 fischioni + uno perso ed un’alzavola) immortaliamo il risultato con diverse fotografie che suggelleranno il ricordo di una bella mattinata ad anatre.
Riccardo Turi
ARMI & TIRO di Febbraio
ARMI E TIRO dedica un importante reportage al grande salone di Las Vegas, Shot show: americani scatenati per i cent’anni della Colt 1911, ma anche nel settore dei fucili e delle carabine c’è fermento.
I campionissimi Giovanni Pellielo e Jessica Rossi svelano i loro trucchi per vincere le tiro al piattello.
Le prove di ARMI E TIRO si aprono con una Government bifilare dall’aspetto severo, ma ben fatta e per di più sportiva: l’israeliana Bul M5 Adjustable sight calibro 9×21.

Sobrio e venatorio, ma ricco di contenuti innovativi, il Browning Maxus standard calibro 12/76.
Per gli appassionati di canna rigata, due bolt-action tattiche per il tiro a lunga distanza: Armalite Ar30 calibro .338 Lapua magnum e Sirarms Sir 40-24 calibro .308 Winchester.
Per i cacciatori di selezione, invece, la lussuosa Weatherby Euromark calibro 7 mm Remington magnum (con canna Krieger!) e per i “cinghialai” la nuova semiauto Benelli Argo E, provata in poligono e a caccia sia in .30-06, sia in .308 Winchester.
La rubrica Ex ordinanza e collezione si occupa di una compagna fedele del soldato italiano da ben 76 anni: la bomba a mano Srcm 35.
E poi la ricarica “facile” del .40 S&W, le nuove palle Bix n’Andy per il Bench rest, lo spektive Zeiss Dialyt 18-45×65, i regolamenti per la stagione 2011 dei circuiti ARMI E TIRO.
GRUGNITI IN FUGA di Antonio Salomone
La sera prima mio fratello mi chiamò al telefono e mi chiese: “Che fai domani, vieni?”, ed io risposi: “…è logico. Ma se andiamo con i segugi a tracciare!”. Lui mi rispose “Ma che vuoi fare con due fucili e cinque cani di cui due hanno paura dei cinghiali?”, ed io aggiunsi “..e altri due che li abbaiano, e poi siamo due ma ci muoviamo meglio, o no ?”. Mi rispose poco convinto con queste parole “Va bè domani vediamo dai…”.
Appuntamento alle 5.30, il sonno non mi era venuto per tutta la notte ascoltando la leggera pioggerellina che cadeva giù, né tanto meno speravo che Morfeo mi venisse più a trovare alle 4.00 del mattino. Mi alzai dal mio letto caldo e incominciai a vestirmi assicurandomi di non dimenticare nulla, neanche il cordino a cui attaccare al collo la mia ricetrasmittente da 5 km. Il caffè uscì velocemente più nero che mai.
Dal profumo o forse dai rumori e dall’abitudine, mio padre fu spronato a svegliarsi e, scendendo con le sue pantofole striscianti, arrivò in cucina con il suo ridicolo cappello bianco e dal mio equipaggiamento capì tutto esclamando sotto voce: “Ma scet’ a cignial’?” e continuò “Stetev’ attiente”. Bevve il caffè e ritornò a letto.
Nell’attesa che Alberto venisse sotto casa, rivedevo accuratamente nella mia cartucciera di pelle le mie brenneke, e qualche altra cartuccia utile ad un’eventuale doppia cacciata alla volpe. Controllata la radiofrequenza, misi la radiolina nel suo apposito taschino, e nel provare ad accenderla si sentivano già interferenze di gente in partenza per i luoghi da perlustrare. Il tutto mi aumentava la voglia di iniziare una bella e appassionante cacciata al cinghiale.
I miei pensieri misti ai sogni di quadretti video della caccia al cinghiale di Gianni Lugari del tipo branchi in fuga, o assalto alle poste, sfumarono con un colpo di clacson, era quello del Jimmi, e pensai soddisfatto: “Ok! Si parte”. Salito a bordo, Alberto, mio fratello più grande, mi disse “Ma se dobbiamo andare a cinghiali è meglio la Panda!”. Annuii e cambiata la vettura con travaso di armi e cianfrusaglie, finalmente ci mettemmo in strada.
Erano ancora le 5.45 quando arrivammo in campagna con il giorno che sbadigliava nella sua lunga alba sul letto del mare. Aprendo gli sportelli, i nostri beniamini ci accolsero con ululati e latrati di gioia, convinti che da lì a poco sarebbero stati sguinzagliati sulle tracce di qualche selvatico, sperando in una scrofa con prole al seguito, o sulla lestra di qualche solengo immacchiatosi nel verde. Avevamo preso cinque cani: Rufio un mezzo sangue, Tania una segugia a pelo lungo, Lilli una giovane e impertinente beagle e il suo compagno Ulan, oramai fuori gioco per la caccia al cinghiale perché vittima come il suo amico Pinto, un ariegeois, di un’azzannata nel posteriore.
Le due promesse Rufio e Lilli portavano al collo i campanelli per facilitarne il ritrovo almeno sonoro.
Nelle curve del paese, Alberto mi chiese deciso: “Domma’ sciì? Amma’ scì da Cifuni sotto Stigliano. Forse troviamo la squadra, me l’hanno detto ieri allo studio”. Ed io “Va bè, anche se preferivo Sandaservine, comunque si può fare anche lì”. Arrivati sul posto la giornata non sembrava delle migliori; c’erano nebbia e un sole pallido e ubriaco di umidità, ma la notte prima aveva piovuto il che, considerando il mese di ottobre, andava non bene, benissimo per tracciare.
Parcheggiata la macchina si decise così che io avrei seguito da un lato del fosso, da noi chiamato mena (dal dialetto battuta), e mio fratello sciogliendo i cani avrebbe coperto, tenendosi nelle retroguardie, il lato opposto del fossato che, lungo e tortuoso, tagliava i calanchi come una verde e sottile lama. Bisognava usare la testa e mettere in pratica coraggio, fiato, gambe e un pizzico di esperienza.
L’ipotetico quadrato usato nelle classiche battute non poteva realizzarsi data la povertà di fucili e persone, ma a me bastava pensare alle buone gambe di entrambi. Si decise di tirare alla volpe e, in caso di avvistamenti o di ululati a fermo, di cambiare munizione e tattica. Nel frattempo io e anche mio fratello, caricati i beretta con piombo due e zero, guardavamo di tanto in tanto il suolo per leggere ciò che gli era capitato di vedere e di sostenere nelle ore notturne.

Ogni volta che Ulan accennava a scagnare si capiva che quella volpe aveva fatto passa e spassa nella notte, forse nella ricerca di qualche topolino. Ad un tratto osservai, nella mia discesa a tagliare il fossato, che il terreno era stato stranamente smosso in più punti e come se qualcosa o qualcuno avessero, senza lasciare traccia decifrabile, affondato delle forme strane. Dati i segni pensai ad una coppia di istrici, ma quando arrivai allo spartifuoco a valle del canalone mi imbattei in qualcosa che mi lasciò senza fiato.
Stavo con i piedi su una pista fresca fumante e non erano due o tre, ma probabilmente venti o ancor più cinghiali di tutte le taglie e, cosa strana, sembravano risalire verso il punto in cui mio fratello aveva sciolto i cani. Non feci neanche in tempo a prendere la Brondi eccitatissimo per dare la novella ad Alberto, che sentii prima ancora di premere il tasto per dare voce il suo Roger bip di avviso, seguito in modo veloce deciso e perentorio: “Antooòò cambia cambia,….. muovet’ cambia cartucce, le puorc’, le puorc’!!” Attimi di panico, gioia, eccitazione; scarrellai una sola volta e tolsi in modo fulmineo i due zeri nei serbatoi del mio fucile.
Nel ricaricare cercavo delle Brenneke nuove e a voce sommessa esclamai con le mani tremanti: “Ma dove cazzo le ho messe, per un’ora me le sono riviste stamattina e mo che servono non le trovo, ma porca put..” Incannai una palla maremmana e nel serbatoio le due brenneke. Mi preparai nella tasca del gilet altre palle e nell’altra tasca dei pallettoni che, per quanto non regolari, potevano far comodo in caso di spadellamento vergognoso. Mi misi a correre e, considerando l’orografia del terreno, mi insinuai sul tratturo di un vecchio passaggio che in discesa sul mio lato tagliava ad U il fosso, per risalirlo poi dal lato opposto.
Il tutto era troppo bello per essere vero, perfetto: posizione, vento lunghezza di tiro che, anzi in caso di rottura del branco o meglio “della morra”, mi sarebbe giocato un solo o al massimo due buoni tiri, data la vicinanza a quei due tre metri di pulito tra il letto sporco del verde frammisto a canne.
Con il fiatone e, devo ammetterlo, con un po’ di timore che qualche scrofa eventualmente ferita mi caricasse, cercavo di prender fiato e, chiamato Alberto, chiesi: “Ma li hai visti??”. Non rispondeva, e mi preoccupava dato che calcolando i tempi e il suo percorso non poteva essermi distante che un duecento- duecentocinquanta metri. Riprovai stavolta con tono più deciso: “Albè ma dovv’ sii?. Li hai visti o no?”
Nessuna risposta, nel frattempo pensavo, “E se non imboccano questo canale e uscendo allo scoperto mi fanno fesso giusto in quel punto dove una fascetta di macchie e roverelle biforcano il fossato? E se mi fregano?” “Stai calmo” pensavo tra me e me “se sopraggiunge troppa tensione è la fine sia che passino da li sia che mi sfreccino qui sotto a dieci metri.” Tirai un bel sospiro e pensai ancora “Calma e sangue freddo”.
Ma era facile a dirsi; il fatto è che gli occhi già immaginavano quello che il terreno la notte aveva sostenuto, e pensai cosi al film “Balla coi lupi” nella caccia ai bisonti, quando per salvare la vita di Ride coi denti, Kevin Costner strinse bene il suo winchester, alzò la tacca di mira, attese che il bersaglio ci entrasse e scoccò la sua lunga ed echeggiante pallottola nel corpo di quel mostruoso bisonte.
Ad un tratto, a mani sudate e respiro sconnesso dagli incessanti battiti del cuore, riprovai a chiamare il mio secondo uomo e, nel formulare la domanda, sentii, prima da lontano poi in stereofonia, Tania che, vicina ad Alberto con radiolina in viva voce, ululava cautamente a distanza a qualche brutto grugno. Dopo un paio di scagni Alberto mi disse “Finiscila o li farai scappare, statt citt’ mittete buon e non t’ move che sono tra me e te li sento camminare, ma non li vedo, c’è li ho sotto ma i cani non vanno, hanno paura, sono troppi”. A quella affermazione circa il posizionamento mi assalirono i dubbi: “Starò bene qui? Ne vedrò qualcuno o me li sentirò solo passare dietro?”.
Erano già passati cinque minuti e credevo che i cinghiali avessero trovato fuga, ma il fatto che mi distoglieva dal crederlo era che Alberto, più alto di me, li avrebbe avvistati se fossero poi saltati ai lati del canale sulle gialle stoppie. I cani più paurosi guaivano quasi a dire “Che cosa volete che facciamo noi, ne abbiamo gia avute e di santa ragione, non ci teniamo più, no grazie!”.
Tania, la più anziana, voleva e non voleva infastidire quella morra di maiali, e stava lì sul ciglio del fosso dove, sotto i suoi piedi, probabilmente stavano arrancati a gruppo gli agognati e maleodoranti porci, in attesa di sferrare una rumorosa e disperata fuga verso il fosso. Il fogliame veniva calpestato, cespugli che si spostavano, era uno strepitio di rumori e i cuori, i nostri, erano i bracci di una locomotiva che pompava sangue nelle vene. Il sudore scendeva dalla fronte e le mani velocemente lo fermavano nelle ruvide solcature della pelle.
Chiesi l’ultima cosa a mio fratello e forse con tono mai come questa volta egoistico, ma realistico: “Se non vengono Rufio e Lilli non si smuove nulla e, considerando che li abbiamo chiusi, uno dei due si deve sacrificare”. E a questo punto aggiunsi egoisticamente: “Albè ……….vedi che tu ………sei CONTROVENTO!!”. E pensai “Ha capito! va be l’ho detto ma porca put… è la sacrosanta verità, non gli sparerà mai lui, specie se i cani non li spingono a partire”.
Attimi di silenzio e pensavo “Forse non mi ha capito o sentito, forse meglio così, non voglio passare per egoista!” Finii per pensare e, allo sfracarsi di un cespuglio alla mia sinistra, d’istinto arrivò prima la canna veloce del mio fucile e poi gli occhi, quando con respiro mozzato dall’emozione però vidi una frazione dopo non un suide, ma Rufio e Lilli che, ignari e con lingua rossa e ciondolante dall’arsura, mi venivano incontro, dopo aver lasciato la pista di qualche volpe già da tempo defilatesi in una tana. Il sole adesso picchiava e la giornata si era stranamente trasformata in meglio.
Li accarezzai e velocemente li indirizzai verso il punto di rimessa e, una volta imboccato il canale, pensai istintivamente di avvisare con la radio Alberto che a questo punto poteva avere qualche probabilità di tiro con i rinforzi dei nostri due amici. Ma appena presi la radio ne sentii uscir fuori una frase che spiegava ciò che sarebbe accaduto: “Se me li fai scappare giuro che ti ammazzo!”… un secondo e capii tutto. O mio Dio adesso me li fa scendere. Bom Bom, due colpi seguiti da un urlo liberatorio e di coraggio “Attient, dalleee, dalleee, dalle Tania, aaaii aaaai!!”.
Uno scagno, due, il cuore già mi saliva in gola, altri scagni, due – tre voci diverse, forse anche Ulan abbaiava, incoraggiato da Rufio, Lilli e Tania. Il che significava, pensai:”.. porca puttana, stanno correndo giù da me..” e al pensiero sentii l’urlo a squarciagola di Alberto: “Attient Antooò MO VENENE mo venene, attient attient, attiente non t’ mov’ non t’ mov’ , mo venene, madonna me quant g’ ne so!”.
Ero fuori di me, stavo per vivere una scena indimenticabile e al mio pensiero il ritmo del cuore andava al passo con la canizza che, incessante e arrabbiata, scendeva giù per il fosso. Imbracciai il fucile, mi misi su una piccola murgia alta poco più di mezzo metro e, all’urlo di Alberto, sentivo con l’eco delle voci il galoppo misto e atterrito della morra che, con unghielli appuntiti e pesanti per il fango rumoreggiando nel canalone, rimbombavano nelle mie orecchie. Tre colpi, Alberto aveva tirato da lontano, “Quindi stanno uscendo” pensai.
Erano vicinissimi, lo sentivo e, impaurito dalla vicinanza del sentiero che tagliava la fascia di sporco, pensavo tra me e me; ”Mira un palmo avanti il grugno o al massimo alla scapola, calmo”. Presi fiato e il rumore fortissimo nel fosso s’accompagnò alla vista di canne spezzate e macchie piegate. Ancora non vedevo nulla, ma il cuore era impazzito, i cani dietro con un bi au’, bi au’, uo uo uo auuuu’ auuuuu’. Stato confusionale, ero nella paura totale, ma era bellissimo e unico.
Ad un tratto sentii due, tre grugniti e puzzo di maiali dappertutto; al rumore più vicino e in corsa verso il breve tratto di pulito, la canna andò leggera e veloce sul bersaglio che prima di sbucare si presentò con un brusco e pieno GRO GRO, seguito dal suo grugno e da una testa scura e setolosa. All’uscita della prima scrofa in corsa, il tiro partì veloce avanti il muso, ma non preciso, sebbene a segno, ma non mortale.
Nello stesso istante stavo pensando di maledire quel colpo e mi rincuorai quando dietro la prima scura scrofa ne sbucò di seguito sullo stesso viottolo un’altra, la mamma forse di tutti quei cinghiali, imponente, grigia e invogliata dal fango, che mi sfilò di lato quasi sfidando la mia calma. Fu un attimo; il cuore, la canna e il grosso suide viaggiavano sulla stessa onda, quasi al rallentatore. Sembrava che tutto, anche il colpo, si fossero fusi in un tutt’ uno con la sagoma del cinghiale e, quando vidi la palla centrare la scapola, la scrofa raccolse i piedi all’interno del corpo e, seccata quasi dalla palla maremmana, con un salto di dieci centimetri dal terreno cadde come un piccolo bisonte a soli dieci metri dai miei piedi, strisciando sul suolo e alzando polvere bianca. Non credevo ai miei occhi, ma il grugnito di un porcastro mi riportò all’azione.
Ricaricai velocemente, sebbene fossero tanti; stranamente non mi preoccupavo più di sbagliare. Ma mi stavano uscendo oramai da tutte le direzioni, due- tre- cinque, anche dietro sentii sfrascare e sparai altri colpi senza particolare bravura balistica, anche perché troppo vicini, forse a due tre metri da me, e questo solo per colpa di sapermi soddisfatto di una scrofa di cento chili e oltre. L’ultimo porcastro si defilò rossastro, lontano dal resto del gruppo, dopo un tiro lungo di mio fratello ed io gli tirai ancora l’ultimo colpo che probabilmente non sentii neanche esplodere, tanto era preso dalla corsa infuriata.
Oramai il grosso era fatto; la morra aveva rotto gli argini e con pochi danni alla scialuppa. Il primo colpo era andato a segno, ma probabilmente ad un arto o di striscio su un punto non vitale. Rufio e Lilli giunsero veloci e arrabbiati e cautamente, aggirato il grosso selvatico lasso e lungo sul terreno, decisero di addentarlo fumanti per il sudore dal sedere che, goffo con un codino stretto e con un nappo scuro, si muoveva gommoso e pesante sull’argilla.
Alla domanda via Radio “QUANT n’accise? Risposi ironicamente “Manc’une” E seguendo affermai “UNA ma ne vale trenta!” E quello stronzo di mio fratello ironicamente e gioiosamente rispose “ Be almen iune…. Pensav pesc’e!!”.
I cani erano sulla loro preda ed io avvicinandomi cautamente osservai l’animale inerme a mezzo metro da me, con occhi tondi e vitrei quasi vivi, una testa grossa e un corpo lungo e grigiastro sporco di polvere e fango rinsecchito. Lilli proseguì verso il primo cinghiale sparato e mi spinse a seguirla vedendo sul terreno tracce di sangue. Avevo colpito anche il primo, ma forse ad un arto e sicuramente se l’era filata via lontano, o chissà era andato a morire ad un centinaio di metri.
I cani oramai non seguivano più, bisognava caricare la scrofa su un fuoristrada e non perdere tempo. Era difficile ritrovare il primo e la squadra di cinghialai amici non poteva venire a darci una mano. Chiamammo rinforzi per il trasporto della vittima e, attaccati i cani ad un albero, mio fratello guardandola disse “Madonna quant’è grossa” e mi esplose in faccia una delle sue botte “Che piacer’ ch’ a’ avut’!! O No?” Ed io, sorridendo, annuii senza dire nulla. All’ombra di una quercia gli occhi fotografavano in memoria quella bellissima giornata di caccia.
ACCOMPAGNANDO UN SELECONTROLLORE… di Pasquale Carlo Galliano
Abituato come sono alla caccia di movimento con i cani al seguito, diventa difficile vedermi fermo, immobile in attesa che “Bambi” si presenti alla vista dei miei multi focali. Non sono un sele controllore o, meglio, non sono ancora entrato nell’ottica.
Eppure, stante la scarsità di altra selvaggina, la caccia di selezione al capriolo potrebbe essere l’essenza del futuro in alta langa.
Tanto per cominciare vado a “dare un’aiutino” al cugino Bruno. Io guido il fuoristrada, Bruno, con lo sguardo da aquilotto che si ritrova, segue ogni più piccolo movimento intorno a noi.
Abbiamo fatto pochi chilometri. Alla vista si presentano sei begli esemplari giganti di “capriolo”. Fermo il fuoristrada, li ho visti prima io o, meglio, credevo di averli visti prima.
Con il suo potente binocolo super professionale, Bruno aveva già individuato le prede; non erano caprioli bensì daini, peccato.
Si continua il percorso. Si arriva in Prato freddo, in una piccola radura seminascosta dai boschi. Ci fermiamo, cominciamo l’appostamento. Passano circa venti minuti. Finalmente dal bosco spunta il trofeo ma è troppo scaltro, ci sberleffa beatamente tornandosene nel folto. Eppure non avevamo fatto alcun rumore.
Sconfortati, ma decisi, ci rimettiamo nuovamente in marcia per l’ultimo appostamento serale. Siamo di nuovo fermi, immobili sotto un noccioleto. Non sono trascorsi che quindici minuti, ecco che si presenta alla vista acutissima di Bruno un nuovo trofeo, un po’ più piccolo del precedente, ma sempre valido. Questa è la volta buona. Bruno con scaltrezza verifica la distanza, circa duecento metri, e la sicurezza del tiro. Tutto ok.
Imbraccia la potente carabina, punta e sferra la botta. Il capriolo spicca un balzo incredibile verso il rintano sottostante e sparisce. Inutili le ricerche, anche perché oramai è quasi notte.
Per stemperare la situazione abbozzo una spiritosaggine dicendogli: “Ti avevo detto prima di sparargli alla testa e non al bersaglio grosso”. Bruno non commenta, non è in vena di sorridere, è però convinto di avere colpito il bersaglio e si riserva di tornare per la ricerca all’alba del giorno dopo. Io non dico nulla però sono alquanto perplesso.
Alle prime luci dell’alba ecco che mi squilla il telefonino: è Bruno che pieno di adrenalina mi segnala il ritrovamento e il ricupero dell’animale. Evviva, evviva, di colpo mi sono svanite le perplessità della serata precedente, sono veramente soddisfatto della cacciata riuscita per il meglio.
Chissà che il tutto serva ad indirizzarmi e ad invogliarmi alla nuova disciplina venatoria che ad oggi ho sempre snobbato.
Pasquale Carlo Galliano
DETENZIONE DI ARMI, MUNIZIONI E POLVERI a cura dell’Avv. Barbara Bastianon
La pubblicazione di questo articolo, tratto da Caccia 2000 Dicembre 2010, Organo d´Informazione dell´Associazione Cacciatori Bellunesi, ci è stata gentilmente concessa dal Sig Sandro Pelli, Presidente di ACB, che cordialmente ringraziamo.
La legge pone, in base alla loro tipologia, dei limiti quantitativi al numero di armi che si possono detenere. Certi tipi di armi possono essere detenute in numero illimitato, per altre esistono delle precise limitazioni ai quantitativi che i privati cittadini possono avere.
Prima di acquistare armi, pertanto, è bene preventivamente essere informati sul limite numerico consentito per le stesse.
Il privato cittadino può detenere, se regolarmente denunciate, le seguenti armi comuni da sparo: un numero illimitato di fucili da caccia, sei armi classificate per uso sportivo, tre altre armi comuni da sparo, otto armi antiche.
In particolare per queste ultime, come abbiamo appena visto, è possibile detenere, mediante denuncia, otto armi antiche: chi intende possederne un quantitativo maggiore deve ottenere licenza di collezione per armi antiche, rare o artistiche. Questo documento ha carattere permanente (non deve essere rinnovato) e non è soggetto ad alcun tipo di tassa; non vi sono limiti al numero di armi che possono essere inserite nella licenza di collezione.

Per detenere regolarmente queste munizioni è necessario denunciare il possesso, cioè indicare, nella denuncia delle armi, anche la quantità e la specie delle cartucce possedute (art. 58 del Regolamento T.U.L.P.S.).
Una recente circolare del Ministero dell’Interno, seguendo l’indicazione giurisprudenziale, ha chiarito che devono essere denunciate solo le variazioni in aumento del quantitativo di cartucce, mentre non c’è l’obbligo in caso di diminuzione delle munizioni possedute. In altre parole: se possiedo un certo numero di cartucce e le sparo, non debbo denunciare la variazione.
Ugualmente posso riacquistare lo stesso quantitativo che ho consumato, senza bisogno di dover denunciare l’avvenuto acquisto di munizioni che mi sono servite per reintegrare la quantità precedentemente posseduta, fino al raggiungimento del numero massimo che ho denunciato.
Nel caso si abbiano armi denunciate, è possibile detenere fino a 1000 cartucce caricate a pallini per fucile da caccia senza bisogno di denuncia (art 26 L. 10/75); queste 1000 cartucce rientrano però nel limite delle 1500 detenibili.

La legge prevede espressamente che possa essere detenuto un numero illimitato di bossoli innescati, senza obbligo di denuncia.
Vengono poste talune limitazioni (art. 2, 4° comma L. n. 110/75) alle munizioni utilizzabili nelle armi comuni da sparo; non possono, in ogni caso, essere caricate con pallottole a nucleo perforante, traccianti, incendiarie, a carica esplosiva, ad espansione, auto propellenti, né possono essere tali da emettere sostanze stupefacenti, tossiche o corrosive.
MAREMMA: TORNANO I FALCONIERI
Testo tratto da www.iltirreno.gelocali.it
GROSSETO. Si è costituito in seno all’associazione di volontariato Progetto Migratoria, il Gruppo Falconieri di Maremma (Gfm).
Responsabile è stato nominato Gianluca Barone già appartenente ai Falconieri del Re.
Due gli scopi principali del Gfm: realizzare strutture per la gestione, il recupero e la riabilitazione di uccelli rapaci; promuovere, tutelare e valorizzare l’arte della falconeria, riconosciuta dall’Unesco metodo di caccia tradizionale e patrimonio culturale dell’umanità.
Come prima azione concreta, alcuni volontari di Progetto Migratoria hanno già avviato un corso formativo di specializzazione in falconeria, approvato e finanziato dalla Provincia di Grosseto.
Il progetto intende realizzare sul territorio provinciale un percorso formativo per lo sviluppo di competenze specialistiche relative alla gestione/recupero di uccelli rapaci e all’arte della falconeria, così da formare personale specializzato nell’identificazione delle diverse necessità d’intervento e in grado di maneggiare rapaci selvatici, verificarne lo stato di salute e creare un piano di recupero sia a livello fisico che psicologico.
La base operativa del centro sorgerà a Cupi di Magliano in Toscana, dove sono già attivi il Museo vivente della Macchia Mediterranea e l’Osservatorio Ornitologico dell’Argentiera. L’obiettivo è realizzare locali di ricovero per i rapaci e voliere di ambientamento all’aperto, centro visite e un locale per recupero e riabilitazione mustelidi che verrà messo a disposizione dell’Ufficio conservazione della natura della Provincia.
Tra i sistemi di riabilitazione, il Gfm utilizzerà la tecnica dell’Hacking usata e conosciuta dai falconieri da centinaia di anni. Nella falconeria classica l’”hack” era la tavoletta su cui il falconiere forniva il cibo ai suoi falchi. Poi la procedura fu modificata usando delle “hack boxes”, grandi scatole di legno dove i giovani falchi venivano collocati per dare loro modo di fare la necessaria esperienza di volo e di caccia in piena libertà.
Tale tecnica unita all’addestramento classico del falconiere consentirà ai rapaci curati di essere reintrodotti in natura in perfetta forma e in grado di cacciare. Ma molti altri sono gli impegni che attendono Progetto Migratoria nell’immediato futuro. In febbraio partirà il progetto di monitoraggio della beccaccia svernante all’interno delle Oasi e delle Zone di protezione della migratoria (Zpm).
Con l’assegnazione da parte della Provincia dell’Oasi di Monte Leoni alla Federcaccia di Grosseto e della Zpm Ampio Serra degli Impiccati a Progetto Migratoria, i volontari inizieranno attività che consentiranno di valutare l’importanza delle singole aree protette in relazione alla conservazione della specie.
La ricerca condotta e diretta da Fabrizio Fabiano nell’ambito di Progetto Migratoria consentirà di valutare le condizioni ambientali delle oasi in relazione alla presenza dei selvatici che nella circostanza verranno considerati “bioindicatori” in un periodo – febbraio/ marzo – in cui la caccia nel nostro Paese è chiusa.
Nel corso del 2011 Progetto Migratoria continuerà la collaborazione con la Asl 9 nelle operazioni di bird-control (allontanamento piccioni) all’ospedale misericordia dove la situazione dei problemi causati dai piccioni è notevolmente migliorata rispetto al passato. Le attività di bird-control saranno condotte anche per altri enti pubblici che hanno fatto richiesta. A febbraio, infine, sarà disponibile il terzo lunario delle migrazioni degli uccelli. Si può richiedere consultando il sito www.progettomigratoria.com; su facebook; oppure rivolgendosi alla sede di viale Europa 4, a Grosseto.
fonte: IL TIRRENO





















